La terra che fe già la lunga prova
e di Franceschi sanguinoso mucchio
sotto le branche verdi si ritrova.
Or non è significativo che esprima con ben diverse parole la tirannide dei Malatesta, quando si consideri ch'essi erano nemici dei Polentani? E poi noi non sappiamo tutto. La guerra era sempre in quei cuori, non ostante la consanguineità e l'affinità. Erano famiglie d'Atrei e Tiesti, quelle; e anche quando il Poeta fa la singolar lode dei Malabocca, che non rifigliano, noi non possiamo giurare che ciò tornasse piuttosto sgradito che gradito a Madonna Caterina e a Guido Novello. Il Ricci ricorda “un documento scritto nel gennaio del 1320, mentre fiorivano Dante, Guido Novello e Caterina in Ravenna, per certa questione tra questa città e Bagnacavallo. In esso — non si sa se per malcontento o per malevolenza — Bagnacavallo è chiamato Bagnaasino, ed uno dei testi presenti è ricordato con le parole: — Cicho... familiari domini comitis Bernardini de Bagnaasino — mentre lo stesso notaro si sottoscrive: — Et ego Magister Maximus Dotavolus de Bagnaasino„.[217] Tal mutamento, inscritto da conte e notaro di Bagnacavallo, somiglia a riconoscimento e rinfacciamento d'ingiuria ricevuta e solita anzi a riceversi. E non è prova di molto buon sangue tra Ravenna e Bagnaasino, e tra Guido Novello e i suoi affini.
E chi può, venendo a un punto più importante, affermare che l'episodio di Francesca tornasse, nel rispetto degli amori e odii di famiglia, piuttosto discaro al consanguineo dell'uccisa, che caro al nemico dei consanguinei dell'uccisore? Certo è che la parte più brutta (e a noi non deve parere meritata) è del Malatesta, atteso in Caina. Ed è superfluo notare che la poesia di cui il Poeta circonda le due anime affannate, doveva esser sentita allora come s'è sentita e si sentirà in tutti i tempi; e che certo ella non discese a caso su loro dalla bocca incosciente di Dante. Or quanto maggior tenerezza, nell'udire quella voce soave alzarsi tra l'improvviso silenzio del vento infernale, doveva essere in chi era alla donna congiunto di sangue!
Il dramma è ad arte abbellito. Si trattava dell'amore di due cognati, che avevano l'una marito e l'altro moglie; quella da forse dieci anni, questi da almen quattordici. E Paolo aveva due figli; e una figlia aveva Francesca.[218] Or bene, come tra i peccator carnali, rei d'incontinenza, Dante pone Dido, che per essersi uccisa dovrebbe stare nella selva con Pier della Vigna, così mette questa coppia d'adulteri, per di più incestuosi, la cui propria reità sarebbe malizia o ingiustizia. Il Poeta fa espressamente dichiarare da Francesca, d'essere vittima d'amore; d'amore che s'apprende a cuor gentile, come affermava il rimatore bolognese, maestro suo e di tutti i poeti d'amore; d'amore che a nullo amato amar perdona, come dichiarava il filosofo greco, maestro di color che sanno: “amore ha per fine il vicendevole amore„.[219] Escono i due cognati della schiera ov'è Dido, che per amore s'uccise come per amore essi furono uccisi, e ruppe fede a un cenere, come essi a un vivo; e così la selva mirtea di Virgilio adombra e in certo modo refrigera il tetro inferno nuovo. Gli “affanni„ dei due amanti durano anche tra la bufera, così come curae non ipsa in morte relinquunt gli antichi morti d'amore. Piange Francesca, piange Paolo: lugentes campi sono quelli di Virgilio; e, come pianse Dante tristo e pio, così Enea demisit lacrimas; e l'uno lancia un affettuoso grido, e l'altro dulci affatus amore est; e l'uno dice “o anime affannate„, e l'altro “Infelix Dido!„. E là Francesca, in cotal guisa, mostra la ferita, per la quale tinse il mondo di sanguigno, per la quale gli fu tolta la bella persona, per la quale fu condotta da amore a una morte con l'amator suo; e qua oltre Dido recens a vulnere, è in atto di dolore (moestam) Erifile che mostra le ferite d'un figlio, così crudele come fu crudele quel marito: crudeli; sebbene l'uno e l'altro avessero cagione di questa vendetta contro la madre avara e contro la moglie infida. E, come Didone ha nella selva il suo Sicheo che risponde a' suoi affanni e al suo amore, così Francesca, nel luogo d'ogni luce muto, ha con sè il suo Paolo, che mai da lei non sarà diviso. E sono anime offense queste, come offensa è Didone; ed Enea narra piangendo, che fu per un fato imperioso, e Francesca narra piangendo, che fu per un ineluttabile amore.[220]
Chi potrebbe, o avrebbe potuto, recarsi a vergogna d'avere in tali nuovi lugentes campi una donna della sua schiatta? una sorella di suo padre, morta da già molti anni (vedremo quanti)? d'averla distinta, come è evidente, da altre peccatrici o peccatori volanti in globo confuso come stornelli al venir dell'inverno; e messa invece in una riga ordinata e canora di gru? e in compagnia, contando insieme le due specie di dannati, soltanto di regine, d'eroine, d'eroi antichi e nuovi, Semiramide, Didone, Cleopatra, Elena, Achille, Paris, Tristano? e nominata, esso, lei sola (Paolo è taciuto e tace) tra più di mille, che Virgilio nomina a Dante?
Chè Dante, dopo ch'ella ha detto brevemente la la patria, il suo amore, la sua fine, Dante sa qual nome darle: Francesca, i tuoi martiri... E questa circostanza non è da passarsi senza esame. Dante impara a conoscere gli altri peccatori perchè Virgilio glieli nomina.
Vidi Paris, Tristano. E più di mille
ombre mostrommi, e nominolle, a dito,
ch'Amor di nostra vita dipartille.
Poscia ch'io ebbi il mio dottore udito
nomar le donne antiche e i cavalieri,
pietà mi vinse...
Poi cominciai: Poeta, volentieri
parlerei a quei duo...
Questo cominciamento di Dante è poscia che Virgilio ebbe nomate quelle altre ombre: in vero Virgilio non noma queste due. L'insistere del Poeta su quel nominare e nomar di Virgilio, prepara, dopo il chinar del viso, dopo il lungo pensare, dopo la esclamazione quasi tra sè e sè di compianto, prepara quel nome sussurrato: Francesca! E l'esclamazione emessa quasi a parte è da interpretarsi rettamente.