Oh! lasso!
quanti dolci pensier, quanto disio
menò costoro al doloroso passo!
Queste parole, congiunte col nome che poi pronunzia, attestano non che egli abbia raccolto dalla bocca dell'anima offensa materia a tanta meditazione e a tanto compianto, ma che le brevi designazioni di quella donna l'hanno fatto ripensare a un caso pietoso già saputo, e di cui sa, anzi, molti particolari, salvo che il primo e più importante: la prima radice. E intanto le parole di Francesca gli hanno già letto di lei il nome, come nell'episodio di Cavalcante.
Che se ne induce? che Dante conosceva l'amore e la sventura di Francesca da domestici conversari con Guido Novello; e che li rinarrò nel suo poema per piacergli e compiacergli.
In verità, qual cronista, dei commentatori e biografi di Dante in fuori, ricorda quella sventura e quell'amore? Da chi potè Dante apprendere tale storia così intima e delicata? Poco verosimile è certo che ne avesse notizia lungi da Ravenna. La quale città egli descrive, per la postura, in un modo che noi mal volontieri crediamo potesse fare, prima d'esservi andato e avervi dimorato.
Siede la terra dove nata fui,
su la marina dove 'l Po discende
per aver pace co' seguaci sui.
Questi versi non vogliono già dire: La mia patria è sul lido adriano. Ce ne sono tante altre su quel lido! Vogliono dire: La mia patria è alle foci del Po. Qual altra città è alle foci del Po, oltre che Ravenna? Ma che alle foci del Po sia Ravenna, par difficile che lo sapesse (e anche che lo sappia) chi non aveva o ha veduto che poco lungi da Ravenna è il Po di Primaro; chi non aveva veduto (questo non si vede più) che “passava presso Ravenna il Padoreno e fra le mura della stessa città s'inoltrava il Padenna, due fiumi derivanti, come rivela il loro nome, dal Po„.[221] Sì che bene a ragione Giovanni del Virgilio, nella sua epistola latina a Dante, poteva dirgli: Padi mediane: vivente in mezzo al Po.
E come, altronde, è poco probabile sapesse tale istoria, così è improbabilissimo che Dante scegliesse da sè, senza suggerimento altrui, senza intenzione di compiacere altrui, questa adultera Polentana ad essere l'Elissa, non più taciturna ma altrettanto dolorosa, de' suoi inferi. Chè tra Elissa e Francesca le somiglianze sono ancor più che quelle che noi vediamo subito. Francesca non è solo vittima d'amore, come Elissa del fato d'Enea; ma, come Elissa, è tradita dall'Amore stesso che si trasforma in altra persona per accenderla d'un ardore irresistibile. È questo cambiamento ingannevole che innamora e uccide Didone;[222] e non anco Francesca? Ecco apparire una volta di più, la veracità del tanto calunniato novellatore Boccaccio, il quale apprese la storia là dove l'apprese Dante. Sì: anche Francesca cade in un inganno, come Didone. “.... Al tempo dato venne in Ravenna Polo, fratello di Gianni, con pieno mandato ad isposare madonna Francesca. Era Polo bello e piacevole uomo e costumato molto; et andando con altri gentili uomini per la corte dell'abitazione di messer Guido, fu da una damigella di là entro, che il conoscea, dimostrato da un pertugio d'una finestra a madonna Francesca, dicendole: — Madonna, quegli è colui, che deve esser vostro marito — E così si credea la buona femmina; di che madonna Francesca incontanente in lui pose l'animo e l'amor suo„. Sì fatta circostanza comune alle storie delle due donne è affermata e anche espressa da Dante, col mettere tanta somiglianza tra il suo episodio e quello di Virgilio. Persino il tacere e il pensar di Dante a capo basso è il ricordo dall'atteggiamento di Didone nella pianura del pianto:
Illa solo fixos oculos aversa tenebat...
che è, a sua volta, l'atteggiamento medesimo che tenne, in un gran momento, Enea vivo, il quale ora lo ritrova in Elissa morta:
Ille Jovis monitis immota tenebat
lumina, et obnixus curam sub corde premebat.[223]