Ma il centro, per così dire, della somiglianza, anzi dell'equazione, è in quelle parole di Francesca:

Nessun maggior dolore
che ricordarsi del tempo felice
nella miseria; e ciò sa il tuo dottore.

Questo dottore è quel medesimo che dottore ha Dante chiamato più su:

Poscia ch'io ebbi il mio dottore udito
nomar le donne antiche e i cavalieri...

Il dottore di Dante sa di questo massimo dolore, perchè l'ha descritto in una di quelle donne antiche, in quella nella cui schiera è la nuova vittima d'un inganno fatale. L'ha descritto, quando fa che per l'ombra oscura, tra le ombre dei morti, per i luoghi pieni di squallore, per la notte profonda, Enea parli a Didone morta, per placarla e farla piangere;[224] ed ella sta immobile con gli occhi fitti a terra. “A che pensa?„ domandava, forse, Dante leggendo l'alta tragedia. Tutto è vano: ora ella pensa al certo. L'ha descritto, quel dolore, il poeta di Didone, quando fa che tutti riposino il corpo nella notte, e sola la Fenissa vegli con l'anima irrequieta;[225] e quando, specialmente, narra che ella, poco prima di uccidersi, contempla le vesti iliache e il noto letto, e vi si indugia con lagrime di rimembranza (lacrimis et mente), e vi stende su, e dice le novissime parole: Dulces exuviae...![226] “Lo sa, lo sa il tuo dottore, che ha raccontata la storia di Dido, di quella Dido, nella cui schiera io sono; quella storia che tanto assomiglia alla mia!„

[XXI.]
IN RAVENNA

Questa glorificazione... Perchè è glorificazione. Chi dirà: “ma Francesa è posta nell'inferno„? Nessun lettore poteva allora, come non può ora credere al poeta in questo, che egli l'abbia veduta laggiù; ma gli credeva e crede e crederà nel resto: ch'ella era bella e amante e sventurata; che era simile a una di quelle donne antiche, a quella, anzi, di cui più pietosa e illustre è la storia. Questa glorificazione non può essere stata imaginata dal Poeta prima di conoscere Guido Novello e di essere a Ravenna. E glorificazione dovè parere (senza escludere che sembrasse anche infamia per il “traditore„ che sparse sangue fraterno, e per la sua gente) a Guido Novello. È non solo verosimile, ma vero.

Verosimile. I Polentini erano guelfi.[227] Durante la corsa di Arrigo VII, sì Lamberto e sì Benardino avevano guerreggiato contro lui. Lamberto aveva tentato invano di impedire all'imperatore l'entrata in Roma. Bernardino aveva portato aiuto a Fiorenza minacciata, ed era stato gran parte in quelle operazioni di guerra che costrinsero Arrigo a levare l'assedio dalla città guelfa; sì che questa nominò Bernardino suo podestà per il primo semestre del 1313. Se Dante fu invitato o accolto in Ravenna, mentre durava ancor la vita di questi due signori (de' quali Bernardino morì ai 22 d'aprile del 1313, Lamberto al 22 di giugno del 1316), non vi fu certo accolto e invitato per le sue epistole ai principi italiani, ai fiorentini, ad Arrigo! Non per quelle lettere, se mai, e per i suoi maneggi ghibellini; ma non ostanti questi e quelle. Per che cosa, dunque, se non per la sua chiara fama di poeta? E che di questa fama ei godesse, attesta egli medesimo a principio del poema, quando riconosce da Virgilio, cioè dallo studio,

lo bello stile che gli ha fatto onore.

E qui, se anche mancassero altre testimonianze, potremmo subito arguire presso quale dei Polentani gli facesse onore “lo bello stile„ che iniziò con la canzone, Donne che avete, nota così presto in Bologna.[228] Presso, non i duri guerrieri guelfi, ma Guido Novello, che fu buon rimatore. Questi, figlio di Ostasio da Polenta, era abiatico di Guido Minore o il Vecchio, e nepote quindi de' figli di costui, Lamberto e Bernardino e Francesca.