“Nel 1301 era de' savi o consiglieri, e testimoniava: doveva dunque avere circa venticinque anni ed esser nato intorno al 1275„.[229] Sin dai primi uffizi che tenne, mostrò “animo tranquillo gentile„. Accanto ai suoi cugini, egli, nel consiglio dei Savi, prendeva parte ai pubblici negozi. Non è inverosimile, che, nelle assenze guerresche di Bernardino e Lamberto, egli avesse gran parte nel governo della città. Nel 1314 era podestà di Cesena, e respinse il Vicario di Re Roberto. Respintolo, non potè rientrare in Cesena che in tanto si era ammutinata, e piegò verso Cervia e rientrò in Ravenna. Quivi divenne podestà, alla morte di Lamberto suo zio, mentre Ostasio figlio di Bernardino teneva Cervia. E fu costui che dopo sei anni, mentre Guido era capitano del popolo in Bologna, s'impadronì di Ravenna, e lo escluse per sempre dalla città.
Di Guido restano diciassette ballate e un sonetto.[230] In esse è più d'una traccia d'imitazione dantesca. Ma dobbiamo noi dire che Guido apprendesse a rimare da Dante? Dopo il 1313 andò Dante a Ravenna; e Guido aveva nel 1313 trentott'anni su per giù. Poniamo pure che dall'esule fiorentino imparasse di persona a meglio fare; ma a fare aveva certo imparato prima di veder Dante. Probabile che anche prima di conoscerlo, lo prediligesse, l'autore del dolce stil nuovo, e lo imitasse. È verosimile che, quando in qualche modo seppe che il dolce rimatore non era lungi da Ravenna, lo chiamasse a sè. Ma quando? Quando, io direi, l'uffizio di Guido Novello non era così alto e sovrano, da richiamar troppo l'attenzione su colui che egli invitava, sì che nel dotto maestro fiorentino si scorgesse piuttosto l'esule ghibellino, che il rimatore. Mancava forse a Guido autorità, anche quando non era ancor signore o podestà, di poter proporre o invitare un maestro forestiere a insegnare ai giovani ravignani? Non mancava certo a chi nel testamento di Lamberto era dichiarato erede col suo fratello Rainaldo in parti uguali col cugino Ostasio figlio di Bernardino; a chi, morto Lamberto, era fatto subito Podestà, a preferenza di quell'Ostasio. Egli era dunque assai autorevole, per invitare il lettore; non era in vista e in grado tale, da dover rifiutare il partigiano. Coltivava la poesia d'amore. Si sa che proprio esso lo chiamò e accolse in Ravenna. Dunque è verosimile che il dramma ultramondano d'amore, per il quale una Francesca del suo sangue diventava una Elissa novella, fosse preso da lui, per quel ch'era: una glorificazione.
E poi è non solo verosimile, ma vero. In una delle sue ballate è riportato un verso, lievemente mutato, di quell'episodio:
E quando sono in più lontana parte,
più mi sovvien de 'l tuo piacente riso,
sì dolcemente ne 'l mio cor venisti,
per un soave sguardo che facisti
da' tuoi begli occhi, che mi mirar fiso,
sì che già mai da te non fia diviso...
Dove l'eco dell'episodio di Francesca non è solo in quest'ultimo verso; ma nel riso, e, sopra tutto nel concetto del soave sguardo: Per più fiate gli occhi ci sospinse. Le parole di Francesca erano nel pensiero del suo nepote a cui parevano le formule necessarie dell'amore che non s'estingue nemmen nella morte.
Ma forse ad alcuno si presenta un'ipotesi contraria: Guido avrebbe conosciuto l'inferno e questo canto, e per questo avrebbe amato e poi accolto il poeta. Ma tale ipotesi è da respingersi subito. Dante, in vero, sarebbe stato profeta? avrebbe preveduto l'invito e l'ospitalità dei Polentani, sì che esaltava e abbelliva, tanti anni prima, una lor donna adultera? Perchè la intenzione d'abbellire ed esaltare è manifesta. E poi si tenga sempre fermo che il primo canto dell'inferno, ossia la pietra angolare del poema non poteva esser deposta nelle fondamenta, se non quando al Poeta si fosse mostrata impossibile la vita attiva. Riteniamo dunque che Dante compiacque al Polentano con questa trista e pia narrazione. Ma essa è nel V canto dell'inferno, al bel principio della Comedia; è anzi il primo dei piccoli e insieme grandi drammi di cui è intessuto il poema sacro. Dunque l'inferno e il poema furono cominciati presso a poco, a Ravenna, intorno al tempo in cui Dante conobbe Guido Novello? Così, io credo, avrebbero creduto e crederebbero tutti, se non fosse quel preconcetto, per il quale noi imaginiamo che al poema infinito sia occorso, sto per dire, un tempo infinito. Di questo preconcetto ho fatto ragione, mostrando con la testimonianza dell'autore stesso, che nelle proporzioni del tempo che gli occorse per gli ultimi ventitrè canti del Paradiso, la Comedia e' l'avrebbe potuta compiere in otto anni e meno, in quanti passano dal settembre 1313 al settembre del 1321. E c'è chi attesta che nel 1313 appunto Dante si recò a Ravenna: il Boccaccio, i cui asserti si mostrano via via esatti. Egli narra che morto Arrigo, Dante “sanza andare di suo ritorno più avanti cercando, passate l'alpi d'Appennino, se n'andò in Romagna, là dove l'ultimo suo dì, e che alle sue fatiche dovea por fine, l'aspettava„. Morto Arrigo, comincia il poema: proclama la logica. Morto Arrigo, va in Romagna: narra chi per i suoi conversari in Romagna, in Ravenna, coi discepoli e amici di Dante, lo poteva ben sapere. E questi continua dicendo che Guido “seco per più anni il tenne„; e nel sonetto in cui lo ritrae, mette insieme Fiorenza e Ravenna, le due città che l'ebbero prima e dopo dell'esilio:
Fiorenza gloriosa ebbi per madre
anzi noverca...
Ravenna fummi albergo nel mio esigilo...
Il tempo in cui errò come legno senza vela, senza compier cosa che cominciasse, è come non fosse. Nella vita di Dante non c'è, per il Boccaccio, che Fiorenza e Ravenna, che la Vita Nova e la Comedia, legate insieme dalla mirabile visione, che là vide e qua descrive. Che cosa induce i più dei critici, o tutti, a non prestar fede al Boccaccio? Il Ricci, pur disposto ad albergar Dante il più possibile nella sua Ravenna, il Ricci oppone: Guido Novello nel 1313 o 1314, non era Signor di Ravenna. Perchè il Boccaccio afferma appunto questo: “Era in que' tempi signore di Ravenna, famosa e antica città di Romagna, un nobile cavaliere, il cui nome era Guido Novello da Polenta; il quale ne' liberali studi ammaestrato, sommamente i valorosi uomini onorava, e massimamente quelli che per iscienza gli altri avanzavano. Alle cui orecchie venuto, Dante fuori d'ogni speranza essere in Romagna (avendo egli lungo tempo avanti per fama conosciuto il suo valore) in tanta disperazione, si dispose di riceverlo e d'onorarlo„. Bene: io ricordo queste parole appunto del Ricci: “Col 1314 la persona di Guido Novello comincia a primeggiare nella storia dei Polentani e di Romagna.„[231] E anche prima, quando Lamberto e Bernardino guerreggiavano contro Arrigo, e Bernardino poi era fatto podestà in Fiorenza, non è ragionevole credere che Guido Novello li rappresentasse in Ravenna? A ogni modo, Guido non fu signore di Ravenna nemmen dopo la morte di Lamberto: fu podestà, non signore. Se il Boccaccio avesse scritto “Era in quei tempi podestà di Ravenna etc.„, si avrebbe ragione d'imputargli un errore di data; ma questo termine di “signore„ non indica se non un'effettuale autorità la quale è ben certo che Guido Novello poteva esercitare anche prima d'essere podestà. A ogni modo, l'errore perchè emendarlo dicendo: “Dante venne a Ravenna solo nel 1316, quando Guido Novello era veramente podestà o signore„, invece che dicendo: “Dante venne a Ravenna nel 1313 o '14, ma Guido non era ancora signore o podestà„? Tanto più che il resto della narrazione del Boccaccio difficilmente può sostenersi, se si protragga la data della sua venuta a Ravenna. Invero Dante fuori d'ogni speranza del ritorno, si sarebbe aggirato in tanta disperazione per la Romagna... quanto tempo? Tre anni e mezzo! Pochi più sarebbero in questo caso gli anni che Dante dimorò in Ravenna; sarebbero quattro, sì e no. E tanti bastano perchè il Boccaccio dica “per più anni„, e divida, in certo modo, la vita di Dante in due periodi, il fiorentino e il ravennate?
O in questo periodo di tre anni e mezzo Dante sarebbe stato altrove: a Pisa, per esempio, a Lucca, a Verona? Osserviamo prima di tutto, che dalla retta interpretazione del poema, ossia dalla bocca del Poeta stesso, si ha che egli spera in un futuro imperatore che distrugga la cupidità dalla quale tutti i mali provengono e la quale impedisce l'esercizio della vita attiva; ma che esso, in tanto, rinunzia alla vita attiva, impossibile per lui. E l'avrebbe dunque dopo la morte d'Arrigo perseguita ancora, mettendosi con Uguccione Faggiolano, per esempio, e con Cane Scaligero? Sì? E allora non avrebbe certo cominciata la Comedia, e forza è allora restringere anche più i termini dentro i quali fu composto il poema
al quale han posto mano e cielo e terra.