Può, sì, darsi che il nome e la parte e la dignità di Cane gli suggerissero un'imagine e forse anche una speranza meravigliosa; ma che andasse allora in Verona, deve negarsi. Dante fu a Verona poco dopo l'esilio: fu quello il suo primo rifugio. (Par. 17, 70) Se il verso

A lui t'aspetta ed a' suoi benefici,

combinato con le parole della sospetta epistola “Le vostre magnificenze io vidi; vidi pure i benefici e n'ebbi parte„, provano che Dante fece ritorno a Verona e rivide Cane in grande stato; ebbene lo rivide più tardi. Poichè la Quaestio de aqua et terra, dopo, le osservazioni di Edoardo Moore, non è più sospetta,[232] ed essa fu dall'Alighieri sostenuta il 20 gennaio 1320, il ritorno a Verona si fece attender molto. E vedete coincidenza mirabile. Il canto decimosettimo del Paradiso, appartiene a quella seconda decina che, secondo il computo nostro, Dante avrebbe composta intorno a questo tempo; sì che le parole “A lui t'aspetta ed a' suoi benefici„ son quelle, in certo modo, che il povero lettore di retorica, l'annoveratore delle capellae ravignane, rivolgeva al suo animo, nel partire per Verona.

Non s'esclude che durante la discesa di Arrigo, se si vuole, e alcun tempo dopo, Dante si trovasse a Pisa e a Lucca; ma il Casentino è il luogo dove è attestato che dimorasse. Egli scrisse le lettere ai Fiorentini e ad Arrigo in finibus Thusciae sub fontem Sarni e in Thuscia sub fontem Sarni, il 31 di marzo e il 18 d'aprile del 1311, Divi Enrici faustissimi cursus ad Italiam anno primo. Nel Casentino dimorò a lungo: tanti sono i personaggi, i luoghi, i fenomeni che ne descrisse nella Comedia.[233] Rivide il luogo dove aveva provato, da giovine feditore, paura e letizia. Era bello il grano e l'erba a Certomondo, in quella primavera dell'anno da cui sperava Dante cominciasse un'era nuova? Come quando vi si trovarono a passeggio quelle due donne del Sacchetti. “Fu, non è gran tempo, in casa conti Guidi maritate due donne; l'una fu figliuola del conte Ugolino della Gherardesca, il quale i Pisani feciono morire di fame co' figliuoli; l'altra fu figliuola di Bonconte da Montefeltro, uomo e quasi capo di parte Ghibellina, e che era, o egli o' suoi, stato sconfitto con gli Aretini da' Fiorentini a Certomondo. Advenne adunque per caso, che del mese di Marzo, queste due donne, andando a sollazzo verso il castello di Poppi, e giugnendo in quel luogo a Certomondo, dove i Fiorentini aveano data la detta sconfitta, la figliuola del conte Ugolino si volse alla compagna e disse: O madonna tale, guardate quanto è bello questo grano, e questo biado, dove furono sconfitti i Ghibellini da' Fiorentini; son certa che il terreno sente ancora di quella grassezza. Quella di Bonconte subito rispose: ben è bello; ma noi potremo morire prima di fame che fosse da mangiare„. Appunto questa donna, che cominciò a trafiggere e poi fu morsa, Dante la conobbe. Era Gherardesca di Donoratico moglie di Guido di Simone da Battifolle. Per lei scrisse Dante (è probabile) tre lettere a Margherita di Brabante, moglie di Arrigo, soscrivendone una “missum de Castro Poppii XV Kalendas Iunias, faustissimi cursus Henrici Caesaris ad Italiam anno primo„. Vicino alla figlia del Conte Ugolino, udendo muggire l'Archian rubesto che travolse Bonconte, vedendo scorrere freddi e limpidi i ruscelletti che inasprivano la sete di Maestro Adamo, visse Dante, nell'aspettazione del ritorno in patria, al fonte di quel fiume alla cui foce doveva augurare una siepe d'isole... E la divina Comedia non ora ancor nata, e Dante, forse distrattamente, udiva qua e là porre i problemi insolubili ch'egli doveva solvere varcando il confine che è tra la vita e la morte: Come morì il padre di costei? dove morì il padre di colei?

Ma la divina Comedia non era ancora nata. Per concepire il primo di quelli che ho chiamati grandi e piccoli drammi ultramondani, egli doveva scendere di là dell'Apennino, e recarsi alla foce dell'altro più gran fiume d'Italia, alla foce di quell'Eridano al cui fonte cantano il peana i pii vati. E il dramma di Francesca, che è il primo dello inferno, accompagna, no, suggerisce e prepara l'ultimo dell'inferno, che è il dramma di Ugolino. Invero non scriveva l'uno senza aver pensato anche l'altro, che gli è simmetrico e analogo. Già Francesca nomina il luogo dove l'altro episodio consimile si svolge: la Caina che è parte della ghiaccia, la Caina, nella quale, del resto, Ugolino avrebbe a essere.[234] Tra il vento della bufera infernale ella intravede la palude solidificata dal ventilare delle grandi ali di vispistrello. Ella è in eterno unita al suo amante; l'altro unito eternamente al suo nemico. Ma questi vanno insieme, quelli l'un mangia l'altro. L'amore e l'odio, l'un a capo, l'altro in fondo. Sì Francesca e sì Ugolino cessano dall'andare e dal rodere, per parlare a Dante. Dante allo stesso modo è attratto dalla vista delle due coppie. Francesca e Ugolino (la Romagna e la Toscana) dicono a lui, perchè sian “tal vicini„. Dall'una vuol Dante sapere il principio della loro sventura; dall'altro non è mestieri che oda questo: quel che non può avere inteso, è la fine. E questo principio e questa fine, dicono ambedue, piangendo. Farò come colui che piange e dice: esclama l'una; e l'altro: Parlare e lagrimar vedrai insieme. E ambedue hanno una sentenza a capo della loro narrazione, una sentenza virgiliana: così:

Poi cominciò: Tu vuoi ch'io rinnovelli
disperato dolor che il cor mi preme
già pur pensando pria ch'i' ne favelli;

e così:

ed ella a me: Nessun maggior dolore
che ricordarsi del tempo felice
nella miseria; e ciò sa 'l tuo dottore.

L'uno aborrisce da rinnovare un dolore infandum, cioè indicibile, perchè preme il cuore prima che si dica; l'altra rifugge dal richiamare un piacere. Ma perchè il ricordo del bene è così doloroso come il ricordo del male? Perchè manca nell'uno e nell'altro caso, la speranza; la speranza di annullare quel male e di richiamare quel bene: disperato dolore. Se la sentenza di Ugolino è un noto verso di Virgilio, quella di Francesca, che il dottore di Dante sa, è il sunto di tutta una storia di lui. E un'imprecazione hanno infine ambedue; l'una: Caina attende chi vita ci spense... l'altro, non dice nulla, ma come cane addenta il cranio del nemico. Tacciono i compagni o vicini, tutti e due; mentre la donna fa il racconto d'uno spasso cavalleresco, qual'è la lettura d'un romanzo d'amore; e l'uomo narra un sogno, orribile e sanguinoso, ma d'uno spasso pur cavalleresco: una caccia. E non è da tralasciare che in principio dell'un dramma si parla delle foci del Po, e in fine dell'altro, delle foci dall'Arno; opposte foci, come è opposto l'amore e l'odio, il principio dell'inferno e la fine, il bacio che trema lassù e il morso che scricchiola laggiù.

Or vediamo quanta persuasiva congruenza è nei tratti della vita di Dante, che ci paiono certi, con la genesi, che ci studiamo di rilevare, del suo poema. L'esule fiorentino all'avvento di Enrico ritrova nel cuore rinfrescate tutte le speranze del ritorno e tutte le memorie della patria. Stando alla fonte dell'Arno, egli rivive il tempo che di poco precede l'esilio. Si vede, senza sforzo, nel mezzo del cammino della sua vita, così grama da più d'un decennio. Tutto e tutti, che erano nella sua patria, quando dovè lasciarla o non potè rientrarvi, gli appariscono vivi della vita d'allora, col sembiante di quei tempi. Aspetta, errando forse di castello in castello, nel Casentino. Quei luoghi, quei discorsi, quei personaggi gli s'imprimono nella mente. Egli conosce (almeno ne sente parlare) la figlia del conte Ugolino: apprende o ricorda quel lugubre dramma, tanto più ch'egli è forse andato a Pisa, a veder l'imperatore e Uguccione. Sente là parlar bene di Can della Scala, ch'egli aveva conosciuto fanciullo. Quando Arrigo inopinatamente muore, ogni speranza crolla. Egli ripercorre le vicende di quella corsa punto faustissima: Ci voleva più rapidità e risoluzione: il Cane doveva essere più veloce: doveva esser veltro, contro questa che non è una volpicella, ma una lupa. Il Casentino non è più rifugio sicuro per lui: quei conti sono troppo abituati a cambiar parte.[235] E passa le “alpi di Appennino„. Si fermò egli a Forlì, da Scarpetta degli Ordelaffi? È possibile.[236] Ma ecco che un cavaliere, di potente famiglia e di liberali studi, sa di lui; e lo invita a venire a Ravenna. Potrà vivere colà quieto, benchè la città sia guelfa; lo assicura il cavaliere gentile, che è spregiudicato ed equanime. D'altra parte, egli si guadagnerà il suo pane insegnando in quello studio.[237] Oh! sì: rinunziamo a tutto; alle parti e magari alla patria! E ripensa alla sua Beatrice, che aveva trasformata in sapienza, la quale non si trova se non nella via della contemplazione, uscendo, in cotal guisa, dal grave involucro terreno. E riprende la Mirabile Visione.