a me non pare verosimile. Del resto, io non altro voglio indurre da questi fatti, se non che de' sentimenti suoi di prima del 14, è traccia ben distinta e nel 18, nel qual anno scriveva le due canzoni, e negli ultimi anni della sua vita, nei quali dettava i Paralipomeni. In politica, in somma, sentì presso a poco sempre a un modo. I sentimenti che apprendeva in casa e certo ebbe da giovinetto sino almeno il 15, restarono in lui quasi immutati. Ce ne dispiace? Pensiamo che se per i grandi anni del riscatto avremmo voluto altro, ora però, ora e sempre, dobbiamo trovar giusto il suo «odio delle vane parzialità e prevenzioni».

VII.

E in religione? Egli era da fanciullo veramente pio: pativa anche di scrupoli e giocava all'altarino con la sua sorella. Recitava alla Congregazione dei Nobili, nella chiesa di San Vito, i suoi sacri discorsi, e abbozzava inni cristiani. Come tetri questi inni! Al Redentore egli diceva: «Tu hai provato questa vita nostra, tu ne hai assaporato il nulla, tu hai sentito il dolore e l'infelicità dell'esser nostro...» A Maria: «È vero che siamo tutti malvagi, ma non ne godiamo: siamo tanto infelici! È vero che questa vita e questi mali sono brevi e nulli, ma noi pure siamo piccoli, e ci riescono lunghissimi e insopportabili. Tu che sei grande e sicura, abbi pietà di tante miserie!» Oh! certo il piccolo Giacomo leggeva un libretto, uno forse de' molti della sua madre severa, così severa, che appena appena sfiorava il suo visetto sparuto con la mano offerta a un bacio; uno di quei libri, nei quali ella segnava le morti de' suoi. Vi leggeva la terribile massima dello Ecclesiaste: Vanità delle vanità ed ogni cosa vanità! Ma in quei primi anni egli che abbozzava l'inno al Redentore («dice Gesù: dall'ora del mio nascimento infino alla morte mia sulla croce mai non fui senza dolore») doveva confortarsi con l'aggiunta, che trovava nel libretto: fuorchè l'amar Dio e servire a lui solo. E amava e serviva. Ma intanto s'imprimeva sempre più nella tenera mente, disposta alla mestizia e alla devozione: «Rammenta che l'occhio non si sazia per vedere, nè l'orecchio riempiesi per ascoltare». Ruzzava e trionfava nel giardino paterno; e non importava che Carlo facesse l'uffizio di schiavo ammonitore: esso poteva leggere nel libretto: «Non esaltarti per gagliardia o per beltà di corpo; la quale per piccola malattia si guasta e si disforma». Ardeva del desiderio di gloria: leggeva: «Dove sono... quei maestri...? di loro, si tace». In verità a me par di vedere nel lugubre libretto la traccia, o volete l'embrione, di tante poesie e prose del nostro Poeta. «La natura è scaltra e trae a sè molti, allaccia e inganna e sempre ha sè stessa per fine». Indifferente di noi fa il Leopardi la natura:

Ma da natura

Altro negli atti suoi

Che nostro male o nostro ben sì cura.

«La natura fatica per proprio agio» commenterebbe il monaco pensoso. Altra considerazione: «povero ed esule in terra nemica dove incontro guerra ogni dì e grandissime sciagure...» Non pensava ad essa Giacomo non più devoto, non più pio, Giacomo negli ultimi tempi della vita, quando nella Ginestra stima gli uomini tra sè confederati contro l'Inimico? Non ricordava, sia pure inconsciamente, il modo cristiano di figurarsi la morte, come un soave abbandono del capo stanco sul petto del divino Redentore, quando diceva:

Quel dì ch'io pieghi addormentato il volto

Sul tuo vergineo seno?

Vero che non è più il seno di Gesù. Il Leopardi ha trasformato Gesù nella Morte, adornandola delle bianche vesti che indossava la donna che comparve a Socrate e gli disse: