Quaesivit caelo lucem ingemuitque reperta.
Questo racconto è tale, che i due nostri grandi scrittori doveva fermare, invogliare e commuovere. Il Polignac morendo applicava, in certo modo, il suo paragone non più all'anima insaziata dell'epicureo, ma alla vita umana. E la reminiscenza di Virgilio colpì particolarmente il Leopardi. Si direbbe che, sulla fine della lugubre comparazione, egli lasciasse il Polignac per Virgilio. Non c'è in lui quel gemito che chiude così tristamente la lotta; ma l'uomo, per lui, muore, come Elissa, quando vede la luce: la luce, ossia la morte. «Venuta l'ora, senza essersi mai riposato, si leva». Qual ora? L'ora del mattino, poichè ha durato a rivolgersi, «sempre sperando (spem elusam, ha il Polignac) tutta la notte». Con l'aurora la morte, disse il mantis a Leonida. Ma possiamo noi esser certi che il Leopardi conoscesse quel poema? Certo egli l'aveva nella biblioteca; e si può supporre facilmente che egli ammiratore di Lucrezio (che negli Errori Popolari è citato spessissimo) dovesse sin da fanciullo, quando la mente è di cera, leggere l'Anti-Lucrezio. Il padre non doveva lasciargli bere il veleno senza propinargli il contraveleno. Così questo, si può dire, lasciò nella sua anima più traccie di quello. Egli ricavò bensì dal poeta Romano la descrizione dei primi momenti della vita dell'uomo, quando «La madre e il genitore Il prende a consolar dell'esser nato»; ma quanto più ha ricavato dal poeta franco-gallo! «Che ha a far teco la Natura? Matrigna certo, non madre la dirai, e invano la chiamerai, molto gemendo». Non aveva egli con queste parole appreso, fin da fanciullo, forse, a maledire la natura? Non discendono da queste parole i suoi rimproveri, tante volte poi ripetuti e in tante forme, a quella che «dei mortali È madre in parto ed in voler matrigna»? «O natura, o natura, perchè non rendi poi Quel che prometti allor? perchè di tanto inganni i figli tuoi?». In questo libretto, forse, egli apprese a disprezzare la felicità umana: «Appena le hai ottenute, le prendi a noia, cercando sempre in cose nuove ciò stesso che ti deluse quando lo provasti, e ti lasciò avido e desideroso di meglio». Da questo libretto forse egli apprese il presentimento di quel vano pentirsi, di quel volgersi indietro, quando la vecchiezza abbia inaridito le fonti del piacere, e siano «le pene Sempre maggiori e non più dato il bene». Trovava egli infatti qua e là nel savio e pio libro: «Ti staranno avanti gli occhi le gioie della vita trascorse e ti trafiggeranno il memore cuore, come saette. Reo di lesa voluttà quegli che a sè fiero nemico si astenne dall'amore e dal vino, seguendo più gravi consigli». E il Leopardi scrisse:
A me se di vecchiezza
La detestata soglia
Evitar non impetro,
Quando muti questi occhi all'altrui core
E lor fia voto il mondo, e il dì futuro
Del dì presente più noioso e tetro,
Che parrà di tal voglia?
Che di quest'anni miei? che di me stesso?