Ahi pentirommi, e spesso,
Ma sconsolato, volgerommi indietro.
Nel libro declamatorio e, diciamolo, pedantesco egli notò forse prima che in Giovanni le lugubri parole: «Tu segui, invece della luce, dolci tenebre. Già, ti piacciono; la morte ti piace!» Potrei fare altre citazioni; potrebbe, chi volesse, trovare altri raffronti, sfuggiti a me. S'intende che il Pastore errante dell'Asia e il Gallo silvestre cantano con ben altra dolcezza e altezza! Ma qualche loro lugubre nota risonò nell'anima del poeta dalla lettura destinata forse dal padre a premunirlo o guarirlo. Sono, per esempio, al bel principio del libro V alcuni versi, che dovettero fermarsi nella mente del giovinetto lettore, per poi più tardi ridestarsi e riecheggiare: «non sei simile a quelli cui, dopo aver fatti dolci sogni, è in uggia veder la luce del giorno quando... l'Aurora... li sveglia mal loro grado e dissipa le ombre soavi. Chè l'errore piace più e sogliono sospirare trovando la luce, per la quale ritornano le noie del Vero». Pensate come comincia il suo cantico il Gallo silvestre: «Su, mortali, destatevi. Il dì rinasce: torna la verità in su la terra e partonsene le imagini vane. Sorgete, ripigliatevi la soma della vita; riducetevi dal mondo falso nel vero».
Dunque il cardinale di Polignac è un ispiratore del Leopardi? In vero questi vuol dimostrare, nel primo libro e altrove, che la felicità umana è nulla e falsa senza e fuori di Dio. E le argomentazioni sue s'impressero nel fanciullo credente. Poi Dio gli tramontò dall'anima... e allora, «all'apparir del vero» la Speranza cadde e mostrava a lui «La fredda morte ed una tomba ignuda», ignuda, senza la felicità infinita ma postuma, che sola è, se è.
E intanto il Manzoni, sulla fine del suo Romanzo tirava «un po' cogli argani» una morale nuova dal vecchio paragone, di cui non poteva disconoscere la giustezza, e concludeva «E per questo si dovrebbe pensare più a far bene che a star bene, e così si finirebbe a star meglio».
IX.
Queste cose io ripensavo aggirandomi per i luoghi dove Giacomo Leopardi soffrì più che non visse, e meditò che la vita è dolore. Il sole era veramente dileguato, gli uccelli si erano taciuti, pace avevano infine le nuvole, i monti di Macerata spiccavano appena nell'azzurro, la valle del Potenza era bruna e silenziosa. Appena appena gli ulivi facevano sentire qualche brivido secco, e un cipresso nereggiava sul colle dello «Infinito». E io imaginai il Poeta, ancora giovinetto, seduto ancora dietro la siepe: un fanciullo macilento, dal viso pallido e senile, coi capelli neri e gli occhi azzurri. Erano i primi anni del secolo, e a me pareva che quel fanciullo che si rifiutava di guardare così bello e lontano accavallamento di monti, la valle e il fiume, e si faceva riparo d'una siepe di sterpi per veder più lungi, in una lontananza senza fine, rappresentasse la coscienza umana di quei primi anni. Un soffio di vento che muove appena le foglie è la voce del presente, della vita. Che è essa rispetto all'infinito silenzio? Un canto d'artigiano che passa, ecco il suono dei popoli antichi, ecco il grido degli avi famosi:
Tutto è pace e silenzio, e tutto posa
Il mondo, e più di lor non si ragiona.
Così meditava dopo il grande fragorìo della rivoluzione e dell'impero il giovinetto smunto, dal viso senile, in questo borgo solitario. Egli era ben disilluso degli sforzi umani per raggiungere l'inafferrabile felicità, e non credeva nel progresso e non credeva nella scienza. Altri, presi dal medesimo sconforto, nei medesimi tempi, si volgeva a Dio: egli non credeva nemmeno a Dio. E tutta la vita egli rivolse all'Ignoto interrogazioni, le quali sapeva dover restare senza risposta.