E il fanciullo senile è ancora là, sente stormire le foglie e naufraga nel mare dell'Infinito. O siede, in forma di pastore, su un sasso della prateria, guardando la luna (appunto la luna falcata si mostrava su Monte Lupone) e chiedendo:

Che vuol dir questa

Solitudine immensa? ed io che sono?

Sì: la coscienza umana chiede ancora quello che chiedeva allora. Dobbiamo credere che ciò sia un sintomo di malattia o degenerazione? O dobbiamo credere che sia naturale del pastore in tal modo affannarsi, come della sua greggia il posare? Non so: certo io rammento che qualunque sia la risposta che noi ci sentiremo dare, ella ci consiglia il bene. Che il fare bene non è solo la conclusione ultima della filosofia cristiana del Manzoni, ma anche di quella sconsolata del Leopardi. Poichè questi dopo avere mostrata la vanità del tutto, a parte a parte, della gloria, della libertà, del progresso, della vita; ha la visione dell'umanità futura, stretta insieme e ordinata, «negli alterni perigli e nelle angosce della guerra comune».

Il poeta del dolore conclude adunque, non troppo diversamente dal poeta della speranza, così: noi stiamo tutti male: aiutiamoci dunque tra noi infelici, difendiamoci, amiamoci.

Non diversa la conclusione, come non dissimili le premesse. Perchè? Elle furono poste, ripeto, da tutti e due in quei primi anni del secolo, durante e dopo quel tanto «affaticare» che parve non fosse giovato a nulla. Parve al Leopardi nella sua fanciullezza, e seguitò a parer dopo, perchè in lui la fanciullezza fu tutta la vita. E per ciò egli è il poeta a noi più caro, e più poeta e più poetico, perchè è il più fanciullo; sto per dire l'unico fanciullo che abbia l'Italia nel canone della sua poesia. O mesta voce di fanciullo, ineffabilmente mesta, quando anche si volgeva a Gesù! La dolce fede divina già non gl'impediva, nel suo tempo felice, nel suo sabato, di credere all'immedicabile infelicità umana; come il mancare poi di essa fede non gli impedì di credere al grande ma unico e non solito, ahimè, nè facile conforto: allo amore!

LA GINESTRA

Imaginiamo d'essere trasportati al 1835, e di conoscere di Giacomo Leopardi quello che allora il pubblico poteva conoscerne, cioè quanto ne abbiamo fin ora[32] alle stampe, meno il Tramonto e la Ginestra. Leggiamo l'ultima delle operette morali: il dialogo di Tristano e un amico. Già il dialogo è alla sua fine. Dice Tristano: «Se ottengo la morte, morrò così tranquillo e così contento come se mai null'altro avessi sperato nè desiderato al mondo. Questo è il solo benefizio che può riconciliarmi al destino...».

L'amico tace. Egli sente sopra il capo senile del giovane poco più che settilustre il ventilare delle ali della bellissima fanciulla. La fronte dell'aspettante è eretta, il suo cuore ha gettato da sè ogni vana speranza. La fanciulla che sottoporrà dopo due anni il suo virgineo seno a quel volto esile e smunto, la fanciulla non ha per mano il suo gemello, ch'ella gode

accompagnar sovente;