sapevi che l'infelicità umana era immedicabile, che la natura era sorda e nemica, che gli uomini non ti volevano e potevano dare nè la gloria nè la pietà, e che vano, in ultimo, vano era anche l'amore. Nè ti ricredesti, so bene, ma il tuo cuore riacquistò la potenza di rimpiangerlo, quel beato errore; e il dolore, secondo una tua parola di grande virtù nelle nostre anime, ti venne a consolare. E da quel rimpianto noi avemmo nova gioia di canti; gioia: perchè il dolore del poeta è di così mirabile natura che anche quando il suono ne è triste, l'eco ne è dolce.
E ora? Aggiungi che ora, o Tristano, si appressa il momento che tu dormirai per sempre. E noi vogliamo la tua ultima parola. E sappiamo che questa, che hai pronunziata or ora, non è per essere utile, come certo non è dolce ai tuoi fratelli. Ma dei poeti grandi come sei tu, è somiglianza col frumento della terra, che solo dopo battuto e franto, dà il pane di vita. Dà a noi, o poeta, che abbastanza, credo io, sei stato battuto e franto dalla natura e dagli uomini, dà ora a noi il pane di vita, il supremo ammonimento del tuo dolore. Ma sarà possibile? Tu sei morto spiritualmente, dici.
II.
Vediamo. La gloria non ti sorride dunque più? Eppure, a me pare che questo sogno di fanciullo ti debba rimanere. Da fanciullo, meno che ventenne, professavi: «Io ho grandissimo, forse smoderato e insolente, desiderio di gloria». Certo poi, sett'anni dopo, la gloria che sola t'era concesso di cogliere, quella «a cui si viene talora colla sapienza e cogli studi delle buone dottrine e delle buone lettere», ti parve tale da essere tenuta «in piccolo conto per comparazione alle altre», e ti parve che fosse ben difficile a conseguire tra i viventi, e non senza compenso di fastidi e dolori, e pur difficile a ottenere e conservare tra i posteri e senza tuttavia alcun frutto di felicità. Ti parve che ella portasse a' suoi cultori il destino «di condurre una vita simile alla morte, e vivere, se pur l'ottengono, dopo sepolti». Ironia! E dopo ancora t'accorgesti che il tristo secolo non apprezzava ingegno e virtù, e che pur quest'inutile gloria mancava ai degni studi. Non ostante mi parrebbe che ora tu dovessi sentire nella pallida fronte la ventata dell'avvenire: il soffio che viene dall'isola lontana la quale interrompe l'infinito mare della morte.
No. Se ti si offrisse invece di questa gloria inferiore, che viene dallo scrivere, quella maggiore che nasce dal fare, e ti si offrisse in sommo grado e senza alcuna macchia, e ti si desse a scegliere tra quella e la morte, tu sceglieresti la morte. La gloria è vanità.
III.
Ma in vero c'è qualche cosa di meglio. Tu dicesti, quattr'anni sono: «Io non ho bisogno di stima, nè di gloria, nè d'altre cose simili, ma ho bisogno d'amore!» E per il tuo cuore basterebbe, credo, anche quello che tu, così vivamente, chiamasti «amor di sogno», simile a quelle meteore spirituali che scoppiano nel silenzio del sonno, e lasciano, al risveglio, l'anima rinverdita e rinnovata come dal refrigerio d'una tempesta. Al tuo cuore basterebbe dell'amore il lampo, che da lontano esso, nuvola temporalesca e fecondatrice della nostra vita, manda, quel lampo che è illusione, o quell'ombra che getta pur da lontano, trascorrendo via, quell'ombra che è dolore. Ti basterebbe ripensare, con un risveglio di palpiti, quella cara beltà che ti appariva, quand'eri poco più che fanciullo, ti appariva, ma sempre lontana e nascondendo il viso; ti basterebbe sperare che, quando puro spirito movessi per vie inusitate ad ignoto soggiorno, ella ti si facesse incontro, viva, e venisse con te compagna. Ti basterebbe risentire l'affetto acerbo e sconsolato nel ricordare il suono della voce e il rumorio del telaio di Silvia; ti basterebbe riprovare i palpiti della rimembranza acerba, rivedendo la finestra deserta, nei cui vetri si riflettono le stelle, e donde già ti parlava Nerina! O vorresti ritornare alla ancor recente primavera di Firenze, quando tra i novelli fiori ti apparve novo ciel, nova terra? ti apparve l'allettatrice, vestita di viola,
inchino il fianco
sovra nitide pelli e circonfusa
d'arcana voluttà?