E nella tua mente dileguarono tutti gli altri pensieri e solo quel pensiero d'amore vi stette come una torre, e quel pensiero vi verdeggiò come un'oasi, e quel pensiero vi dominò come un incantesimo meraviglioso che t'inalzava a un'immensità nova! Sogno, sì, anche quel dolce pensiero, ma di natura divina:
perchè sì viva e forte
che incontro al ver tenacemente dura,
e spesso al ver s'adegua,
nè si dilegua pria, che in grembo a morte.
Solo con quel pensiero la vita poteva vincere in gentilezza la morte... sebbene quanta, per quello, era pur la gentilezza del morire! Ecco la morte prendere la figura della donna apparsa nella prigione a Socrate, e le ali dell'angelo, e il seno del Redentore in cui volentieri si riposa. Tutto ciò che di più grande, di più alto, di più santo, imaginarono, sognarono, soprasentirono gli uomini, tu lo richiamasti al tuo pensiero, per adornarne la sorvolatrice della nostra via, la compagna dell'amore. Oh! tu la desiderasti sempre la bella morte, sin dal cominciar degli anni, quando contemplavi la fontana, con gli occhi pensosi della fine; ma il tuo desiderio si mescolava poi al pianto amaro. Ora no: il desiderio nasceva languido e stanco insieme con l'effetto d'amore, ed era gran parte della soavità di quello. Ma anche cotesta dolciura dell'anima passò: sottentrò la notte senza stelle, invernale. Era un inganno e tu ti accorgesti con ira dell'errore e dello scambio. Aspasia era una figlia della tua mente...
Anche l'amore, vanità!
IV.
Ma ti restavano con la loro infinita bellezza la terra e il cielo. Non ricordi, Tristano, gli occasi del tuo borgo, fiammeggianti dietro monti lontani, e la siepe dell'ermo colle, e la luna pendente su esso, e la pioggerella mattutina che picchiava alla tua villetta, e le stelle dell'Orsa scintillanti sul giardino, e le lucciole erranti per le siepi, e lo schiarirsi del cielo dopo la tempesta, e il suo incupirsi dopo il crepuscolo, e il ritornare sotto la luna le ombre sparite allo sparire del sole? Non ricordi i gorgheggi dell'usignolo nell'ozio dei campi; e il canto del passero solitario dalla torre: il canto che erra in disparte nella valle, mentre nel borgo è il rombare delle campane e il crepitare dei mortaretti; e il cadenzato gracidìo delle rane e lo stormire dei cipressi e i silenzi altissimi dei meriggi, e il cantarellare di donna che sfaccenda nella casa serrata, e la canzone che nella notte del dì di festa muore a poco a poco lontanando per i sentieri, e i tocchi della campana che veniva a farti compagnia nelle notti di veglia e di paura? Ricordi, certo. Ma ora giaci sull'erba, neghittoso e immobile; guardi il mare, la terra e il cielo; e sorridi d'un sorriso amaro.
Vanità anche quest'infinite bellezze.