Bene: questa cultura è dunque ben necessaria, se si vuole che l'Italia ricominci a dare anche lei le vegetazioni singolari di cui sono così feraci le altre nazioni e le altre razze. Semplifichiamola dunque pure, se semplificare vale migliorare. Si dovrà per questo togliere il greco? Strano, cominciare da quella lingua che fornisce il linguaggio a tutte le scienze, da quella letteratura, che procaccia ispirazione e dà norma e regola a tutte le arti, da quello spirito che anima ancora del suo primo impulso, già così lungi, il pensiero umano! O non sarebbe meglio provare, niente più che provare, con altro? Prima di tutto si potrebbe diminuire l'orario delle lezioni, cessando d'insegnare quello che si suole imparare da sè e non si può imparare se non da sè. Ci sono complessi di cognizioni cui l'industria degl'ingegni moderni presenta in giornali e libri con precisione, diremo, uguale, con chiarezza uguale, se si vuole, e con ampiezza e allettamento molto maggiori di quelli con cui possa presentarli un povero professore che ha due polmoni soli e insegna quando vuole l'orario e non quando lo scolare è più disposto ad attendere e intendere. Si pretenda che i giovani li abbiano, tali complessi di cognizioni, si dia loro anche qualche utile avviso in proposito, si forniscano loro biblioteche sufficienti a questo fine, e si veda ogni anno, ogni tre anni, ogni cinque anni, ogni quanti anni vi pare, se li hanno acquistati e conservati: ma non si facciano perdere loro nell'ascoltare dall'insegnante, nel riudire dai compagni, nel dire alla loro volta una piccola parte di quei complessi, tante ore quante agli occhi rapidi e alla mente raccolta basterebbero per acquistarli e capirli tutti interi. Per questo verso dunque c'è da semplificare, e non importa che io dica in quante e quali discipline. Ma ce n'è una, tra esse discipline, alla quale chi comanda, vorrebbe dare sempre più ore e lavoro, per la quale invece e il lavoro e le ore potrebbero essere diminuite. È l'italiano. Prima di tutto quel famoso esercizio di comporre a che cosa è diretto? A fare degli scrittori? Gli scrittori, degni di questo nome, che hanno cioè uno stile, vale a dire una individualità, una ragione di essere chiamati scrittori, sono necessariamente «autodidatti». A dare l'abito del pensiero e del ragionamento? Ma a ciò non servono forse meglio le scienze che s'insegnano, dalla filosofia alla matematica o dalla matematica alla filosofia? E si badi che questo esercizio del comporre è propriamente in contrasto o almeno non è mai d'accordo con le dette scienze ragionative. Domando io ai miei bravi colleghi di italiano, se pur assegnando spessissimo temi di etica e di politica, si accorgano mai che i giovani scrittori hanno appunto un altro maestro per provvederli d'idee e agguerrirli di ragionamenti in proposito a tali temi. Domando poi ai miei bravi colleghi di filosofia, se hanno mai trovato un professore d'italiano che non abbia respinte, riempiendole di segnacci e di punti ammirativi, le pagine delle loro lezioni che i poveri alunni (caso strano, perchè gli alunni non se ne accorgono quasi mai, che un tema filosofico loro assegnato è filosofico di quella tale filosofia che insegna appunto il professore di filosofia) abbiano, i poveri alunni, trascritte, per rispondere al tema del professore di italiano. E quante altre domande farei se potessi dilungarmi. Chi può accorgersi mai, leggendo un «componimento», che il suo autore è istradato a osservare e conoscere la natura, dai professori di storia naturale e di fisica? Quando mai vi apparisce un argomento matematico? Anche la storia, che pure vi fa capolino, è generalmente solo quella dei rapporti tra le vicende politiche e le letterarie; storia così arbitraria, falsa, convenzionale, appassionata, noiosa, che nulla più.
Dunque, semplifichiamo, semplifichiamo! Smettiamo di oltraggiare nel tempo stesso la scienza e l'arte, di collare ogni settimana buoni ragazzi, invitandoli a dimostrare (niente meno nel secolo di Darwin!) con ragionamenti ed esempi (sì deduttivamente e sì induttivamente, come Platone e come Aristotele) la verità di... un assioma. Chè per lo più è un assioma, e più è chiaro e indimostrabile (per quanto in tal proposito non sia luogo a più o meno), più il tema pare bello e adatto.
Toccano quindi per lo più questi temi chiari ai bimbetti delle prime classi del ginnasio, i quali se la cavano ripetendo prima l'enunciato, poi negando il suo contrario, quindi interrogando in forma positiva e forma negativa per ribadire che l'enunciato è vero e il suo contrario è falso; dopo di che vien la volta dello esempio: Viveva nei contorni della Toscana una famiglia composta di padre e madre e un figliuolo chiamato Luigi... Nè solo l'esercizio di comporre è troppo, per non dir di troppo, in questa forma. Dall'orario dell'italiano si può sottrarre tutto il tempo che si dà alla lettura in iscuola dei libri o supremamente dilettevoli o supremamente noiosi. I primi lasciateli godere al giovinetto liberamente, in casa, nelle ore in cui la sua mente apre le ali; gli altri rimandateli ai topi di biblioteca, che se li rodano.
Del resto io dico di semplificare e non di restringere. Io non intendo una ragione che per molti è la massima e forse l'unica. Vogliono questi meno ore, meno materie, punte lingue difficili, punte materie astruse, perchè la salute dei giovani ci patisce. Quanto a questo, bisogna, cari babbi e care mamme, rassegnarsi. Sapete dell'Aedo, cui la Musa, amò sopra tutti? «Degli occhi bensì lo privò, ma gli dava l'arguto canto». Così è, presso a poco, per tutti quelli cui la Musa, la dea d'ogni scienza e di ogni arte, ama, per poco che ami. Non li accecherà a dirittura, ma li renderà, presto o tardi, più o meno, miopi. Ben altro fa la Terra, che pure è madre, di quelli che zappano la sua corteccia o frugano le sue viscere! Ed ella dà il dolore senza adeguato compenso, nè ideale nè materiale. E i vostri figli, il compenso, l'hanno, e qualche volta insigne, e spesso superiore ai loro meriti: e non si dà quasi più il caso, per lo studio, di divenire gobbi, come si dà, e senza che ne facciate troppi lamenti, per la bicicletta.
UNA SAGRA
In mezzo a una settimana di lotta e di passione[39] cominciano, o giovani dell'Ateneo Messinese, le vostre feste. Tra il fragore della battaglia, che si combatte per tutta l'Italia, nessuno forse bada al vostro inno sommesso, che s'inalza in disparte. Forse v'è a chi spiace questo remoto scampanìo che festeggia una sagra mentre intorno imperversa la mischia. È una chiesa, per così dire, che non sembra accorgersi d'essere in un grande campo di battaglia, e manda, tra le grida e i gemiti e gli scoppi e gli squilli, il suono della sua modesta e segreta esultanza. O forse ad alcuno tocca il cuore, quel suono, e riconduce il suo spirito convulso e irritato alle placide memorie della prima giovinezza. Oh! anni senz'odio! oh! ingenui fremiti di guerra contro nemici che non si vedevano e non si credevano e non si volevano! oh! sogni di vittorie, in cui fosse il vincitore, sì, cinto di fiori e di luce, e il vinto non fosse! Chè questa del giovane è la divina, o diciamo, umana contradizione: dominare, ma che nessuno sia servo; godere, ma che nessuno pianga per la sua gioia! A qualcuno dunque può giungere con un senso di dispetto la vostra appartata esultanza; a qualcuno forse, con una punta di rammarico. A me fa l'effetto... perdonate l'umile paragone... del lume che brilla, in una sera di temporale, all'impannata d'una casipola di pescatori. Scrosciano i tuoni, mugge il vento, infuria il mare: in quel tugurio brilla quel lume. Per il temporale non si pesca. E i pescatori racconciano là dentro, conversando tranquillamente tra le convulsioni del cielo e del mare, le reti per la pesca del domani.
Chè del domani, o giovani, io voglio parlarvi. Della nostra Università nobili ingegni hanno scritta la storia e la cronaca. Voi la sapete, questa cronaca e storia, che non è senza glorie, ma conta certo più traversie che glorie. Una bolla papale fondava lo studio nel 16 Novembre 1548, un bando nel 29 aprile del 1550 (tre secoli e mezzo fa) ne annunziava l'apertura.
Così fu accesa la fiaccola che languì sulle prime, combattuta da venti contrarî, e poi divampò risoluta nel secolo decimosettimo, e parve spenta nell'ultimo quarto di quel secolo, e a metà del secolo seguente diede qualche guizzo, mostrando di non essere ancora spenta del tutto, e ricominciava nel 1829 una nuova vita, e il 19 Marzo 1885 brillava come non mai, preparandosi a gettar la luce nel remoto avvenire. Tra ottantacinque anni, o giovani, pensate (io non voglio essere profeta malauguroso), qualcuno tra voi berrà ancora il dolce lume: lo berrà in un calice tremulo, ne verserà molto, ma qualche stilla pur ne berrà. Questo, forse unico, avanzato alla commemorazione nostra secolare, questo vecchione, questo patriarca, il quale ora da non so qual angolo sgrana su me i suoi occhioni di fanciullo destato all'improvviso, ebbene, assisterà, questo decrepito, tremolante nel capo e nel viso di piume candidissime, a quello che allora si chiamerà il primo centenario della vera fondazione dell'Ateneo.
L'Ateneo, o giovani, è ancor più giovane di voi! Quel patriarca udrà in quella lontana celebrazione, udrà appena con l'orecchio illanguidito, pronunziare qualcuno de' nostri nomi; e, oda o non oda, sembrerà con lo scrollìo continuo del capo antichissimo assentire a tutti quei nomi, con un cenno benevolo di ricordo e riconoscimento e forse lode o forse pietà. E il cenno così benevolo lo farà certo per il nome del vindice, per il nome di Giuseppe Oliva (allora non si dirà più commendatore), di Giuseppe Oliva che propugnò e ottenne quel mirabile concorso del Comune, della Provincia e della Camera di Commercio, per il quale il nostro Ateneo nacque piuttosto che rinacque. Chè l'Ateneo sorse, o risorse (non dimentichiamo!) da un impeto d'amore e d'orgoglio e di fede cittadina. E noi, lettori e studenti, non dobbiamo dimenticarlo mai; e giustificare quell'impeto e assecondare quell'orgoglio e rispondere a quella fede, sì che, in quel primo centenario della risurrezione, quel bianchissimo vecchio, che ora freme tra voi del brivido della vita nuova, senta passare sul capo, già sacro alla morte, il soffio delle cose immortali.
Pensiamo all'avvenire. Il nocciolo d'olivo è deposto nella terra. Pensiamo al molle liquore di pace che si spremerà dall'albero, quando anche esso non debba che governare la nostra lampada sepolcrale. Secondo l'ingiuria che spesso mi si fa, di chiamare «poeta» me lettore, che torna a dir buon musico un condottiere d'esercito; secondo questa ingiuria, che io tollero in pace, perchè ve n'è di peggiori; per esempio, quella di chiamarlo carnefice, un condottiero, e pedante, un lettore; secondo quella placida ingiuria, io sarei dunque, o giovani, molto idoneo a quest'uffizio di indovino. In verità il poeta è o dev'essere l'uomo che non vive se non nel futuro, il cui mietere è il seminare stesso, e che gode il rezzo degli alberi che pianta e che non adombreranno se non la sua tomba. Oltre tomba è la sua vita e la sua ricchezza e la sua gioia, se il poeta è poeta, e non modista, non cercatore di plausi e lusingatore di passioni; s'egli è la voce nuova che cerca i cuori dove echeggiare; i quali non sempre o non mai trova nel suo tempo; se non è l'eco, moltiplicata e compiacente e artifiziosa delle grida che già sono nelle bocche, e che sono le solite, e non sono sempre le buone e le vere. Io sarei dunque, se fossi un vero poeta, idoneo all'uffizio di esploratore e narratore dell'avvenire. Proviamoci, a ogni modo.