Ecco: prima di tutto, e qui la poesia non c'entra, il presente mi spaura. In questi giorni due Stati europei in Africa danno gli ultimi tratti, e sono per spirare dopo una lunga guerra. Chi li uccide? Chi usa sino all'ultime conseguenze il diritto del vincitore? Il popolo sino ad ora vindice di tutte le libertà, assertore di tutti i diritti. Pure, si dirà, al vinto rimarrà la sua autonomia amministrativa, rimarranno le sue tradizioni nazionali, rimarrà quel vero fuoco di Vesta, che è la lingua. Il popolo inglese, si dirà, non conquista all'usanza d'un altro, non dirò popolo, ma impero, che ai popoli che, non dirò vince, ma soggioga e opprime e calpesta, confisca e la lingua e la religione e il nome. Giova sperarlo. Ma un fatto che sembra piccolo e che s'avvera vicino a noi e a spese nostre, limita la mia e la vostra speranza. Eccolo. Nell'isola di Malta tra quindici anni (e magari si promette di prorogare questa data) la lingua ufficiale sarà quella del popolo (ma è bell'ora di dire impero anche qui), quella dell'impero che occupa l'isola.
M'ingannerò; ma s'è aperta nel mondo una lotta, oltre le tante altre che già ci sono, una lotta presso cui le già antiche degli imperi orientali, e poi di Roma latina e poi di Roma, per così dire, germanica, sono un nulla. Si stanno edificando delle Babilonie e delle Cartagini e delle Rome, mostruose, enormi, infinite. Esse conquisteranno, assoggetteranno, cancelleranno, annulleranno, intorno a sè, tutto, e poi si getteranno le une contro le altre con la gravitazione di meteore fuorviate. Che sarà di noi? Perchè ciò a me sembra fatale e necessario; come, in un altro ordine di cose, altro fato e altra necessità mi apparisce. Questa. Le ricchezze gravitano a trovarsi insieme nel medesimo tesoro. Il campicello è assorbito dal campo, il campo dalla tenuta, la tenuta dal latifondo, e via via. Intere nazioni, sto per dire, sono espropriate della loro proprietà fondiaria. Ahimè chi possiede i campi della terra Saturnia madre di biade e madre d'eroi? Li possiede il creditore ipotecario. E questo chi è? È generalmente anonimo, ed è un creditore collettivo. Ma a poco a poco, questa collettività si riduce e semplifica; i più forti ingoiano i più deboli: verrà tempo, in cui si potrà dinotare per nome l'unico possessore di tutto il mondo: un tiranno al cui servizio è un genere umano di schiavi.
Verrà tempo... Verrà davvero? Oh! non è possibile! Eppure sembra fatale e necessario, come la progressione geometrica. Ma sarebbe inconcepibile! E sì. E perciò il genere umano, quello almeno che intravede se non prevede, rilutta disperatamente, come chi precipita per un pendìo ancor dolce verso un abisso infinito, e si aggrappa a ogni cespuglio che incontra.
Il genere umano precipita verso l'abisso della monarchia unica e del possessore unico. Si presenta ai nostri occhi l'orribile visione della galera terraquea in cui tutti gli uomini lavoreranno meccanicamente, parlando, o a dir meglio tacendo, in una sola lingua, ubbidendo al cenno invisibile del solo despota che impera nella unica Babilonia. Ma il genere umano rilutta, in ogni modo, con ogni suo sforzo. Lo sforzo più grande è di coloro che dicono: Se le ricchezze tendono ad accentrarsi, lasciamole accentrare e mettiamole a disposizione di tutti. A parer mio, il loro programma è ben semplice. Il mondo (o diremo, il capitale) tende, pende, scende a essere d'uno? Sia di niuno, cioè di tutti. Bene. Ma è possibile scindere questo problema dall'altro? L'un problema è evitare che le ricchezze si accentrino in pochi sin che vadano a finire in un solo Moloch. L'altro è evitare che i singoli popoli siano assorbiti dai più forti sin che vadano a finire in un solo impero. E lascio qui di trattenermi in questo campo estraneo ai miei studii, se non alle mie angoscie, per dire e dire alto, che logicamente quelli che repugnano a che la ricchezza sia di pochi, devono repugnare a che i popoli più piccoli e più deboli siano preda dei più grandi e dei più forti; e perciò, come nella lotta economica, sostengono gli operai contro i padroni, e i meno ricchi de' padroni contro i più ricchi, così nella lotta politica devono sostenere le nazioni contro gl'imperi, e le idealità e tradizioni singole e particolari contro le assorbenti ambizioni che già si mostrano come le prime nuvole di un uragano, che livella, perchè distrugge. In due parole semplici, e facilmente intelligibili a tutti, io, per non concludere con un enigma, dico che io auguro come uomo all'umanità, e come italiano e come tale che, secondo il suo dovere d'insegnante, ha compito la catarsi d'ogni passione politica, all'Italia, l'avvento del «socialismo patriottico»; d'una religione, dico io (vecchia o nuova? In queste cose l'umanità fa da sè!), d'una religione che si annunzi più e meglio con una lunga serie di fatti, di sacrifizi e di martirii intimi, che con una fila, più o meno lunga, d'articoli di fede o di scienza, d'una religione che abbia la sua ara massima per tutta l'umanità, e le are minori per tutti i popoli, e le are anche più piccole e forse più dilette, per ogni casa: are in cui non arda che un fuoco: fuoco inconsumabile acceso da un amor solo.
In quest'attesa e speranza, qual destino sarà delle Università nell'avvenire? della nostra in ispecie?
È fuor di dubbio ch'elle saranno autonome, o non saranno. L'Università che emana dallo Stato, e dallo Stato è retta e diretta, è un meccanismo dispendioso per fare avvocati e medici e professori uniformi, come spilli e aghi, non è il grande e libero laboratorio del pensiero. La autonomia non consisterà nella sola facoltà di amministrare da sè le sue scarse rendite; ma si estenderà a ciò che tocca più da vicino l'essenza stessa dell'Università: alla nomina, per esempio, degl'insegnanti. Sarà la città e la regione, saranno gli studenti stessi, che nell'interesse loro faranno la scelta migliore. E la faranno, perchè di qui innanzi «non si farà di nòccioli»; non basterà, voglio dire, agli studenti avere strappata una laurea a professori indulgenti e compiacenti: occorrerà che da maestri seri e severi derivino un'arte che valga alla vita e al decoro e all'onore. Non saranno giudici dei meriti d'uno scienziato quelli che professano la stessa scienza.
Vi sembra forse assurda questa previsione? vi sembra strano il dire che ciò sarà bene? Rispondo interrogando: Vi sembra così giusto e così naturale che il vasaio giudichi del vasaio e il fabbro del fabbro e il poeta del poeta? Sin dai tempi remotissimi si riconobbe questo fatto di debolezza umana:
Figulo a figulo è nero, col fabbro ha ruggine il fabbro,
l'ha col pitocco il pitocco, ce l'ha con l'aedo l'aedo.
Sono debolezze umane, ripeto; e tutti, se vogliono un consiglio sul medico da chiamare, per un esempio, sentono che è meglio che consultino un malato che sia tornato a salute, di quello che un altro medico. Noi siamo abbastanza equanimi quando si tratta di portare avanti e magari di glorificare quelli che sappiamo o crediamo nostri inferiori; ma quando si tratta di pari? quando si tratta di superiori? Eh! via: allora non ci sentiamo provvisti di tanta virtù, e ci sentiamo propensi con tutto il cuore, tanto da essere ingannati sulla vera natura del nostro sentimento, ci sentiamo propensi per il discreto ingegno e per la attività discreta. Ma si dirà: Codesto caso, di giudici che debbono giudicare ingegni superiori ad essi, è raro... Oh! io vi dico che, sia o non sia raro, raro non deve essere. Sempre, in materia di scienza, deve darsi questo caso! Noi vediamo che il mondo progredisce. E il mondo non sarebbe progredito, se a mano a mano gli scolari non fossero stati migliori dei maestri. E non progredirà più, se questa vicenda non continuerà. Così è. Noi insegnanti, noi scienziati e noi scrittori, nello stato presente delle cose, dobbiamo al progresso dell'umanità due contributi: la nostra attività e studio e ingegno: uno; la virtù di ravvisare e segnalare i migliori di noi, ai quali consegnare la fiaccola accesa: e due. Non è troppo pretendere? Basti l'attività e studio e ingegno; quanto a quella virtù, risparmiateci. I migliori di noi, ravvisateli e sceglieteli da voi. Chè in fin dei conti, a voi sarà più facile che a noi anche il ravvisarli. Noi abbiamo per lo più la catalessi dello scienziato o dell'artista: malattia originata dal guardare, fisso e sempre, un punto solo... E poi, da codesto sistema di concorsi, possono venire altri guai. Già di per sè la contenzione, la lotta, la guerra, che in tal modo si suscita ed eccita, è un guaio tanto maggiore in quanto ella è, così, proclamata necessaria in fatto e diritto. E no: nessuna guerra, nemmeno questa così piccina, è necessaria, se non perchè necessaria la gridiamo noi. Dacchè il genere umano s'è accorto d'essere trascinato da questa forza, che è la lotta per l'esistenza, essa lotta ha cessato d'essere ineluttabile. Può, sì, uno che è portato via da una forte corrente, esserne perduto, anche dopo che se n'è accorto, d'esserne portato e perduto; ma ella non è veramente fatale se non per chi non se n'accorge nè prima nè dopo nè mai. A ogni modo, o voi dalla riva, siete o crudeli o stolti quando gridate ai notatori: Non giova volere e contrastare: lasciatevi andare! Il fatto è che il genere umano fa da secoli e secoli (da assai prima che quella legge fosse bandita e chiarita) sforzi sovraumani contro questo fato ch'esso pretende sia bestiale e non umano. Col promuovere e incoraggiare siffatte perpetue risse tra gli uomini di studio e di pace, lo stato gode a provarsi di far arretrare verso la bestialità quelli che sono più risolutamente avviati verso l'umanità!