Ma via: si attenui col nome d'emulazione codesta gara; si affermi ch'essa è per una ghirlanda di gattice, così poca cosa e grande onore: io temo che il sistema dei concorsi porti ad annullare nel mondo della scienza quella virtù che è sommamente necessaria, se non alla salvazione eterna degli scienziati, alla vita e alla prosperità della scienza: la virtù della modestia. Sto per dire che in un concorso a tali alti uffizi, bisognerebbe nominare chi non ha concorso; chi s'è tratto in disparte invece di mettersi avanti e dire: Io mi sobbarco; chi si lascia pregare e ripregare per mostrare ai giudici il poco o punto che ha fatto e che fa meravigliare altrui e arrossir lui. Ma vi pare? Un lettore d'università a qualunque facoltà appartenga, deve essere già filosofo: deve, cioè, già coordinare i suoi particolari particolarissimi studi a un tutto organico. Chi esamina con la lente la graffiatura d'un codice o scruta al microscopio l'intestino d'una zanzara, deve già sapere in qual celletta della grande arnia esso, come ape, ha da deporre il suo granellino di polline. Anzi no: l'ape sa che a questa o quella celletta il suo granellino è buono. Non è simile all'ape lo scienziato, e nemmeno allo scalpellino, che picchia, sì, in disparte dagli altri sur una pietra che deve essere parte del comune edifizio, ma ha da altri la misura e la forma. Lo scienziato è come un lavoratore alla grande torre, che Nembrod lasciò a mezzo, e che ora l'umanità continua a edificare verso, non contro, il cielo: egli non può intendersela, sapete, con gli altri lavoratori: perchè il suo lavoro sia utile, bisogna che, prima di cominciare, vada a veder da sè l'opera tutta di tanti secoli e di tante mani e ingegni. La torre di Babele?! direte voi. Sì; torre di Babele o di confusione, se ci contentiamo di parole e se ci affidiamo ai discorsi, invece di andare a riconoscere de visu il pensiero, il quale, non si vede se non dall'opera stessa, al punto in cui ora ella è.

Ora si rischia, coi nostri concorsi, di far perdere ai giovani la conoscenza di tanta difficoltà e importanza d'uffizio, e la coscienza della loro inferiorità al sublime compito. Si daranno essi a produrre, prima d'aver cominciato o, almeno, prima d'aver finito di studiare. Non faranno più studi, ma saggi, non più libri, ma titoli, non più opere, ma contributi: soltanto saggi, titoli, contributi. O api operaie, senz'arnia! O scarpellini rumorosi, senza fabbrica! E guai, se sia per venir tempo in cui sembri più idoneo a insegnare e propagare una scienza, chi vuol prevenirla e preoccuparla, che chi intende farsene prima servo e poi padrone! Guai, se noi lasceremo che i giovani s'innamorino prima della cattedra che dell'arte! Guai! Guai! Per ora, non c'è che dire, tutto è andato bene; ma non bisogna, credo, conservare un istituto che può finir male. A ogni modo il sistema non sarà abbandonato per gl'inconvenienti che abbia presentati esso (non se ne può, credo raccontare alcuno), quanto per i vantaggi che dà a sperare l'altro: il sistema d'origine. Qui, come in tante altre cose, sembra fatale il ritorno alle sorgenti.

Si tornerà dunque al sistema di origine. Quale e quanto ne sarà il benefizio! Accennerò il principale.

Gl'insegnanti non voleranno, come ora è necessità per loro, a guisa di spole, su e giù per l'Italia, ma si fermeranno nel luogo dove tanto onore fu lor fatto e ivi formeranno la loro scuola e stabiliranno una tradizione. Di più si creerà un magnifico collegio di dottori, stretti alla studentesca e alla regione e alla città; che si identificheranno, per così dire, con la natura e con l'anima di quelle. Essi descriveranno la forma e la flora del paese, misureranno e narreranno il loro mare e il loro suolo, studieranno il corpo e la psiche del loro popolo, racconteranno di questo glorie e proclameranno le necessità. L'Ateneo sarà la grande officina delle idee, sarà il grande laboratorio delle esperienze, sarà il campo e la peschiera modello, la scuola modello, l'ospedale modello, il... sì, voglio dirlo: il parlamento modello. Lì saranno discussi i problemi, di lì saranno illuminate le coscienze, di lì verranno, al popolo incerto, al popolo che vagola nel buio, le designazioni politiche, non, come troppo spesso succede, da un'anticamera o da una cassaforte. Arderà lì, o giovani cari, il fuoco immortale che dia luce e calore, non incendio; di lì sgorgherà la corrente calda di amore e di pietà, che feconda al bene tutti i cuori più gelidi e nebbiosi, di lì usciranno i canti soavi o eroici, le persuasive istorie, i libri austeri e gai che ammaestrano e consolano, e migliorano.

Non ne usciranno, credete, soltanto avvocati o professori. Chè nemmeno v'entreranno soltanto quelli che aspirano a essere professori o avvocati. V'entreranno gli agricoltori per avere il consiglio del miglior concime e del miglior aratro, vi entreranno gli operai a perfezionare la macchina che li aiuta nel loro lavoro, vi entreranno tutti quelli che hanno un dubbio, un cruccio, un odio, per trovare la salute nella grande clinica, che non ha solo medici per il corpo, ma veggenti per l'anima. Tutto il popolo vi entrerà... O a dir meglio, sarà essa che si estenderà a tutto il popolo. Deriveranno da essa tutte le scuole, tutti gli ospedali, tutte le officine, tutte le industrie e coltivazioni del paese, ed essa, nel mezzo alla pacifica attività che prese le mosse da un suo impulso, starà sempre aperta e sempre in azione, migliorando e perfezionando sè stessa e i figli suoi.

Questo sarà il frutto della libertà. Ma mi direte, o giovani: Non fu già profetato che le Università minori spariranno, quando saranno lasciate sole alla lotta con le maggiori? Non è delle minori la nostra? minore per età, minore per potenza di danaro? Io vi rispondo con profonda convinzione che la nostra Università non è delle minori. Prima di tutto, che vuol dire minore in fatto d'università? Quando in Messina insegnava il Maurolyco o il Malpighi, di quale università era minore la nostra?

Ma sia: meno di danaro porti con se meno di scienza. Bene: ricordiamoci. Questa Università fu dai maggiori vostri domandata, voluta, litigata, ridomandata, rivoluta, rivendicata, pagata e ripagata, protetta anche con la forza, quasi a furia di popolo, ostinatamente, violentemente: ciò quando poteva parer ragionevole e paterno consiglio quello che già nel 1752 Carlo di Borbone dava a Messina: «che rivolgesse il pensiero alle industrie e ai commerci»; ciò quando nella desolante uniformità di principii e di metodi e di fini poteva parere superfluo un Ateneo oltre quindici o sedici altri; poteva anzi parere dannoso, nella esuberante fabbricazione di spostati, che si faceva e fa nella patria nostra. Ebbene quando l'Università sarà trasmutata in un cuore, che governi la circolazione della vita, e dia lumi ai commerci e forze alle industrie, per non dir altro; allora quelli che l'hanno pagata e ripagata senza averne un vantaggio si ritrarranno quando il vantaggio lo possono avere? E poi è troppo ben collocata questa Università, perchè si pensi mai a farla sparire. Questo è il luogo dove si stringono due mani invisibili. È lo stretto e, mi si perdoni il bisticcio, la stretta. Qui la penisola si tende verso l'isola col suo selvoso Aspromonte; qui la Sicilia si protende verso l'Italia col suo candido Faro. La Calabria e la regione Mamertina sono le due mani, che l'Italia e la Sicilia si stringono: sono, se volete meglio, le due labbra con le quali si danno un bacio d'amore indissolubile.

Qui è il ponte, o giovani: e le teste di ponte, per dirla militarmente, si fortificano. Ebbene l'Università è questa fortezza! E non cadrà mai, se prima potrà per l'autonomia che è inevitabile, e poi se vorrà, e vorrà certamente questa figlia della volontà ostinata de' vostri maggiori, e poi se vorrà trasformarsi ed estendersi.

O giovani, io sto per dirvi cosa che vi prego di accogliere e meditare nell'anima. È una specie di rimprovero che io dirigo, non a voi, o nuovi della vita, ma a noi, a noi, quasi vecchi o già vecchi.

Ecco. L'Università si deve estendere nell'avvenire, ho detto. Ora dico: Perchè non si è estesa per il passato? E aveva un grande compito da adempiere e non l'ha adempiuto. Essa (io parlo delle università in genere, in genere anzi di tutti gli studi che fanno capo, tutti, all'università), essa, l'Università italiana, ha mancato al suo dovere; ha lasciato commettere un delitto atroce. Voi sapete che l'Italia si è estesa, se non si è estesa l'Università italiana. Migliaia e migliaia di lavoratori ogni anno lasciano la patria. Vanno ad aprire strade, a forar monti, a tagliar istmi per altri popoli, coltivano anche a coloro i campi e badano gli armenti, come gli antichi ergastoli. Altri fanno men nobili arti, non pochi tendono la mano.