In nessun luogo neanche dove sono in gran numero e da gran tempo, sono trattati, oh! no davvero, come meriterebbero i discendenti del più gran popolo dei tempi antichi e i cittadini d'una grande nazione e gli artefici, spesso, della ricchezza di quelle nazioni nuove. C'è oltre alla nostra Italia, o giovani, un'Italia errante, che è da per tutto e non è in nessun luogo, una Italia faticante, un'Italia veramente schiava, che spesso riceve oltraggi per giunta al salario, per la quale spesso tace anche la pietà. O Italia divisa ed errante e faticante e schiava e oltraggiata e tiranneggiata e derisa e vilipesa, tu sei il nostro rimorso, perchè potevi essere il nostro onore e la nostra ricchezza; e sei, invece, il dolore e persino qualche volta, la vergogna! Sei il nostro rimorso. E intendo non dell'Italia stato, non della borghesia italiana, ma della Università italiana, prendendo questa parola come complesso di tutto ciò che s'insegna e s'apprende, d'arte e di dottrina: l'Italia pensante ha tradito la sua sorella povera: l'Italia lavorante.
L'ha reietta, l'ha lasciata partir sola, l'ha dimenticata colà, dove la fame la balestrò; l'ha dimenticata colà, dove ella si trovò priva di chi la consigliasse, ammaestrasse, guidasse, difendesse, ornasse! Non dovevamo lasciarli partir soli, i nostri poveri emigranti! E non dobbiamo lasciarli più partir soli, e dimenticarli soli. Ecco la estensione universitaria che l'Italia doveva e deve sperimentare! Giovani ingegneri che qui non avete che costruire, e medici che siete troppi per i malati che nel paese della malaria e della miseria sono pur tanti, e voi eloquenti e generosi intenditori e critici delle leggi e dello stato e della società, e voi maestri di scienze e voi maestri di lettere ed arti, là oltre i monti e oltre i mari, sono i vostri fratelli che non hanno difesa e non hanno assistenza e non hanno direzione e non hanno spesso più idealità e non hanno qualche volta più rispettabilità, e non ottengono giustizia, e sono privi della parola della patria lontana! Possibile che alle terre vergini la grande colonizzatrice, che fu l'Italia, non abbia saputo dare che i picconi? Io dico queste cose con la coscienza torba. Queste cose non si predicano a parole, ma a fatti. Per queste cose non si dice: Andate, ma: Venite. Io non ho quindi il diritto, di dirlo. Eppure... Eppure quelli infelici che qui erano, se volete, servi, ma là, oltre i monti e oltre i mari, sono iloti, cioè servi di stranieri, mi sembra che mi accennino e mi chiamino. Anche me. Sì, io, cui s'imputa piuttosto che si riconosca la più inutile delle arti, io che sono considerato qua un disutile, là avrei avuta la mia missione e il mio fine: narrare quei dolori e quegli strazi e quelle ingiurie: sommuovere qua i cuori che obliano, e là consolare quelli che non obliano; e per la mia parte, che può essere la parte d'ognun di voi, o giovani buoni e forti, piantare i termini, là, delle nuove terre saturnie e fondare le nuove città pelasgiche.
La nostra Università collocata sul mare e fra terre che danno tante vite all'emigrazione, a me par destinata più d'ogni altra a compiere, col mezzo de' suoi alunni, la riconquista dell'Italia nomade. E ciò ha già cominciato. Un medico che di qui parta e vada là ad esercitare la sua arte, è più benemerito del nome italico, che qualunque uomo di stato, sia pure il più energico e il più previdente. Una nave che tra gli emigranti lavoratori, abbia qualche giovane laureato, dalla fronte pensosa e dagli occhi pietosi, porta a bordo la fortuna d'Italia. Quella nave s'incammina a ben più umana e più durevole conquista, che le caravelle di Cortez e di Pizzarro! Oh! l'ardente e luminosa Sicilia deve restituire all'Italia i Mille che l'hanno aiutata a redimersi! Salpino, quando che sia; e non importa se tutti insieme, e senz'altre armi che di luce intellettuale, salpino i mille di Sicilia, e vadano a soccorrere, a unire, a redimere l'Italia transoceanica! Chi sa: forse un destino fulgido pende sul nostro Ateneo: egli è forse il lido di Quarto della pacifica spedizione. E chi sa: col tempo egli avrà fondato di là dell'Oceano un istituto filiale e fraterno; e l'uno e l'altro sarà lambito dalla medesima corrente ideale che fa germinare i medesimi prodotti in latitudini diverse. E tra l'uno e l'altro una corrente di giovani generosi andrà e verrà, che qua porti lo spirito del rinnovamento e là rechi lo spirito della tradizione. Donde s'inalzerà la ideale città del buon vivere su fondamenta solide, perchè ella non crolli al vento come un edifizio fantastico, e in alto in alto s'aderga, dove è l'aria pura d'ogni miasma e d'ogni perverso fermento.
Queste gioconde speranze mi ragionano nell'anima in questo giorno, che ride pacifico in una settimana di lotta e di passione. Sono queste speranze fondate su due facili previsioni: sulla previsione che le università saranno col tempo, come tante altre cose, lasciate a sè stesse, con tutto ciò che è ragionevole che conservino e che acquistino; sulla previsione, che sempre più salda si farà l'unione delle parti d'Italia. L'una previsione è conseguenza dell'altra. Non c'è bisogno di legare insieme i fratelli, perchè si scaldino al medesimo focolare e si assidano alla medesima mensa. Soltanto, brilli nel focolare il fuoco, e fumi sulla mensa la vivanda! L'unione d'Italia viene da necessità d'amore, non da fato di forza! E qui specialmente si può bandire questa verità, in questa città che si è slanciata più volte verso l'Italia, che ancora non esisteva politicamente, con eroica impazienza; in questa isola, che diede, dalla nobile Palermo, il segno dell'aurora italiana, con le sue campane; in faccia a quel lido Calabro che portò primo quel sacro nome, e se ne ricordò sempre e sempre se ne mostrò degno.
E voi giovani calabro-siculi avete pensato a questa verità, quando, in tanta copia di persone più degne di me, tra tanta gloria di miei illustri colleghi e vostri concittadini e maestri, avete scelto, a inaugurare le vostre feste, me, benchè, anzi perchè non siciliano o calabrese. E avete forse pensato che chi è stato adottato in una famiglia, e, senz'obbligo alcuno da parte di lei, ospitato e amato, non è generalmente quello che ricambia con minor affetto l'affetto della sua madre d'elezione.
Cominciate, dunque, le vostre feste. Cominciate con un pensiero di gratitudine per gli enti locali che conservarono questa sede di studi, predestinata, se il cuore non mi inganna, a più alto avvenire; per coloro che insisterono e insistono al fine che questa sede abbia ciò che le spetta e ciò che le conviene, per i suoi diritti acquisiti e per i suoi destini futuri.
Cominciate le vostre feste, rivolgendo un pensiero di fratellanza ai vostri compagni e ai nostri colleghi delle due altre università siciliane, che sono in ispirito con voi; ai vostri compagni e ai nostri colleghi di tutte le università italiane, che lavorano al medesimo vostro ideale e vedono le vostre medesime visioni, di libertà e di giustizia, di conservazione e difesa patriottica ed umana pace e concordia.
E siate felici, e ciò che è migliore augurio, fate felici.
L'EROE ITALICO[40]
C'era molta gente, e, dietro essa e sotto molte bandiere, una fila d'uomini vestiti di rosso. I bruni ragazzi d'oltre e citra Faro li contemplavano. A un tratto squillarono le trombe, pronunziando l'allarmi; e continuarono col canto della risurrezione italica. Era il 2 Giugno...