Ed egli ci direbbe:

«Siate liberi! La vostra mente non si chiuda a quel tanto di vero che si trova unito a ciò che pur credete il torto. Il vostro cuore non si serri a quella tanta umana simpatia, che si trova anche in ciò che vi sembra a principio ripugnare del tutto. Non ponete i parocchi al vostro intelletto; non ponete lo zaino al vostro sentimento. Se non si scusa, che con le necessità della difesa, il prendere dei giovani, e vestirli d'una veste uniforme, e assoggettarli a una disciplina di ferro, e armarli di ferro micidiale; qual necessità giustifica questo reclutare d'anime, questo uniformare e abolire volontà, questo inutilizzare intelligenze? Se le evoluzioni in piazza d'armi, di cento e cento, al rauco grido d'un solo, hanno del meccanico e perciò quasi dell'indegno d'uomini; come chiameremo degne e umane le tattiche dei partiti? Altro è avere idee, altro, essere d'un partito. Essere di un partito vuol dire aver rinunziato ad averne, dell'idee; e significa credere che l'intelletto umano si sia a un tratto isterilito in modo, da non produrne più, dell'idee! Significa, per esempio, aver giurato che il lume a olio è il più chiaro dei lumi, e odiare perciò, con tutto il vigore del nostro fermo carattere, il partito del gas e della lampada elettrica. Ogni riforma utile deve trovar sempre occhi aperti a ricevere la dimostrazione di quell'utilità e cuori pronti a consentirla e attuarla! Non mettete le bende a quelli occhi! non mettete le catene a quei cuori!»

E continuerebbe, l'Ombra del magnanimo, con più grave accento: «Voi mi amate tutti, non è vero? E amerete in me l'Italia che amai. E non c'è ancora tra voi giovani (perchè io non credo a clericali giovani!) il partito di disfarla. E anche voi, che vi scaldate al sole dell'avvenire, volete come io volevo, che i popoli si colleghino e l'umanità si unisca, ma non volete certo che il popolo, che io redensi, abbia il triste privilegio di sparire, mentre quelli contro i quali già dovemmo combattere, rimangano.

Or bene: l'Italia è il popolo più minacciato di questo mondo, ed è nel tempo stesso di questo mondo il popolo forse più povero. Come farà a reggersi e vivere? Dal Gianicolo io vedo ancora deserto l'agro di Roma; da Caprera io vedo tuttora deserta la mia Sardegna: per tutto ov'io trasvolo, odo singhiozzi di miseria e d'angoscia. E nel tempo stesso da Caprera e dal Gianicolo e dall'Alpi e dal Mare, invoco, invoco io per voi, più navi e più batterie.

Ebbene, o giovani italiani, questo dissidio tra due necessità m'è morte nella morte. Come si fa? E io dico che, se farete a tempo, voi, giovani, potrete comporre questo dissidio e consolare la mia tomba, presso cui rimbombano i cannoni non sufficienti dalla Maddalena. Voi sì, o giovani, potrete risolvere questo problema che sembra insolubile; aver più forte armata e più forte esercito, e spender meno, sì da avere di che seccar le paludi e dissodare i deserti. Che ciò potrà avvenire sol quando saranno sparite le diffidenze, che nascono dall'essere l'Italia un campo, sin ora quasi incruento, di battaglia, in cui le grandi masse dei partiti stanno bensì con l'arma al piede, ma si tengono pronte a combattere della somma delle cose, della vita o della morte. Ora, sarà fatale, non nego, che una nazione sorta dalla cospirazione di idealità politiche varie e diverse, non si sia ancora acquetata alla forma di governo che è risultata; sarà fatale; ma allora è anche fatale, che ella non possa, come può la Svizzera che tuttavia parla quattro lingue, armarsi e difendersi con poca spesa. Ed è giusto che tra quelli che non vogliono «la nazione armata», si annoverino anche quelli che più dicono di volerla.

Ebbene, o giovani, contro questa fatalità ci è un rimedio. Finchè i partiti non cessino di essere, contro la ragione e la scienza, assoluti e antitetici, non entrate in partiti. Conservate alla patria e all'umanità illuminato il vostro giudizio e spassionato il vostro cuore. Non date l'anima vostra a tenere ad altri. Siate liberi!»

XI.

E io ti chiedo perdono, o morto eroe, di farmi interprete di ciò che mi pare il tuo pensiero, sfrondato, per così dire, di quel rigoglio di parole, cui fece germinare il calore dell'azione. Io non ho accettato di parlare di te, se non costretto; e non ho parlato per metterti indosso un paludamento di frasi: a te basta la tua camicia rossa. Ho detto ciò che m'è sembrato dovere.

Io sento fierissimo dentro me il contrasto delle due anime; e ho chiesto a te l'ispirazione per trovar pace nel cuore e unità nel pensiero. E tu mi hai additato — anche tu lasciasti, come Napoleone (quanto simile e diverso!) un aquilotto: un figlio morto giovane, alto, esile e mesto — e tu mi hai additato il figlio della tua solitudine, Manlio.

«In lui» mi pareva che tu mi dicessi «in lui guarda, e guarda come fa e pensa lui, e avrai la pace e conoscerai la via». Ebbene Manlio, col cuore pieno delle aspirazioni e rivendicazioni dei lavoratori del mondo, navigava sulle torpediniere dell'Italia. Navigava, ora non naviga più; l'aquilotto dorme vicino alla grande aquila. Dorme, l'incolpabile giovane; cui nè i popolari saprebbero rimproverare di non essere puro, nè il re, di non essere fedele.