Le stelle brillavano ancora nel cielo così bello e puro. Quel canto di zampogna pareva dovesse avere un'eco nel firmamento. Quel focherello di quaggiù, così umile e rossastro, pareva avere un perchè di cui le stelle di lassù, così limpide e d'oro, fossero consapevoli.

Di lì a poco le stelle impallidirono e scomparvero insensibilmente. Il lumino si spense e la sinfonia pastorale si tacque e il piccolo rito finì. E all'apparire dell'alba cominciò il tramestìo e lo scalpitìo soliti, con quel doloroso sforzo di voci strascicate, di piedi strascicati, di vite strascicate.

Era giorno, e tutto era come prima: l'oggi come il ieri e il domani.

O povero ciaramellaro dei monti, perchè hai dunque sonato l'avvento? l'avvento di che? che cosa è questo regno che ha sempre da venire e non viene mai? questo regno che ha da essere in terra come in cielo? questo regno che ha da fare un cielo della terra? Oh! come ogni anno si dice che verrà? come ogni secolo si dice che è per venire? come ogni millennio si dice che non è venuto? Mai dunque? mai? Vano è dunque sperare, vano sognare, vano pensare; chè gli uomini, e singoli e insieme, sono condannati a patire o fame o rimorso; a patire l'odio che loro si porta e, peggio, l'odio che portano agli altri; a patire, oltre il male che la natura ci ha assegnato, anche quello che ci fanno i nostri fratelli, e peggio quello che facciamo noi ai nostri fratelli? Povero ciaramellaro, perchè canti così dolcemente e inconsciamente l'avvento del regno che non può avvenire? Non vedi, nel tugurio dove suoni l'organo silvestre dell'umile rito, non vedi forse un infante involto appena in cenci, deposto su peggio che una mangiatoia? non sai che quell'infante è destinato forse a non aver pietra su cui posare la testa, a non aver forse cibo nè per il suo corpo nè per la sua anima, a essere forse col tempo incatenato e segregato, privato della sua libertà dagli uomini che gli negarono la sua educazione, spogliato del suo nome dalla società che gli negò il suo pane? Ciaramellaro, riponi la tua ciaramella.

Noi non ci crediamo più!

I.

Oh! credeteci! crediamoci! È l'avvento! Quel regno è cominciato: era cominciato da prima, ma si è affermato da allora. Da quando? Da quando prima un piccol numero di reietti, poi molti, poi tutti, felici e infelici, civili e barbari (ma quale felicità era la loro, qual civiltà!) si fissarono su quel fatto incredibile dell'Uomo-Dio che nasce in una stalla, che vive non si vede di che, di pesci e di pani che sono troppo pochi alla fame di tutti, di spighe sgranate nei campi, di agnello avuto per carità, e muore su un patibolo, schiaffeggiato, bestemmiato, rinnegato, flagellato, coronato di spine e inchiodato a un legno. Che cosa sono le massime dei Vangeli, per quanto soavi o grandi, pur non sempre chiare, che cosa è la buona novella del Cristo, che cosa sono le predicazioni degli Apostoli e l'epistole di Paolo, che cosa sono le dichiarazioni dei Padri e le argomentazioni dei Dottori, rispetto a quell'oggetto continuo di meditazione, che è quella semplice e orribile storia, d'un bambino così privo di tutto, d'un uomo così povero, d'un condannato così innocente e così straziato? e che è Dio? quel Dio da tanto tempo aspettato e annunziato? che pareva dovesse apparire con tanta potenza e gloria, e mostrare tanti miracoli di felicità? Da duemila anni il genere umano fa la sua meditazione su quello strame e su quella croce. E insensibilmente, per così dire, un sentimento nuovo è entrato nei nostri cuori selvaggi. Insensibilmente, ripeto: e lentissimamente, ahimè! Perchè, quando il Cristianesimo trionfò, fu cominciato a eliminare dai supplizi quello della Croce?[42] Fu religioso rispetto al grande simbolo, o non fu piuttosto inconsapevole vergogna, di dare ad un uomo, anche reo, il martòro per cui si versavano tante lagrime nelle chiese, dove pure il crocifisso splendeva di gloria, di immortalità e divinità? Fu vergogna! vergogna! E gli uomini erano ancora tanto ciechi e bestiali da non comprendere che la forca era una croce con un braccio solo, e che la ruota era una croce posta in piano, e che il rogo che distruggeva e disperdeva il corpo dopo atroci torture, era peggio di quella croce, da cui fu deposto il corpo di Gesù, perchè sua madre l'abbracciasse. Lentissimamente, al nostro parere e credere, il Sole, con tutto il suo corteo di pianeti, tra cui la trista Terra insanguinata, cammina cammina verso una nuova plaga dei cieli; lentissimamente il genere degli uomini procede verso l'umanità. In tanto dopo le forche e le ruote e i roghi dell'Evo medio, dopo l'enorme abuso, o uso che è lo stesso, di morte per guerre e supplizi, che fu fatto anche dopo, anche in quella rivoluzione che proclamò i diritti dell'uomo, anche e specialmente (o antica stolidezza bestiale!) in essa, anche e specialmente dopo, anche ai nostri giorni, e per opera del popolo che si diceva sino a due o tre anni fa il più civile dei popoli; ebbene dopo tutto quello strazio di vite d'uomini, noi riconosciamo che in tanto il genere degli uomini si è spostato di qualche grado verso la sua integrazione. L'ultima forma della croce, la forca, va scomparendo: in Italia (o eterni bestemmiatori dell'umile Italia, ricordatelo!) non c'è più: altrove s'appiatta. E a me giova insistere su questo punto, a preferenza d'altri che pur mostrano il progresso dell'umanità: perchè l'umanità più difficilmente crede doversi affermare in faccia a quella che è la bestialità, ossia il delitto. Perchè, dobbiamo noi, si dice, rispettare le bestie feroci? Quel tale, che ha appena qualche segno d'uomo e ne ha tanti di fiera, lo sguardo, il pelame, gli zigomi, la fronte, il cranio, o che so io, è fuori dell'umanità. Ebbene se noi troviamo che l'umanità s'esercita anche verso codesti, noi dobbiamo credere, o sperare, che ella sia già ben grande, e che abbracci tutti gli uomini, se già s'estende anche alle bestie.

E questo è certissimo. Lasciamo da parte le legislazioni le quali sono pure il prodotto e l'indice delle singole civiltà, e consultiamo la nostra coscienza. Chi di noi non ha sentito un morso di vergogna nel leggere il supplizio dell'assassino del Presidente Mac Kinley? Chi non si è detto: O che Volta ha inventata la pila per sostituire la corda e la mannaia? L'elettricità che deve essere l'anima del lavoro umano, che illumina già le nostre notti e che già spinge a corsa i nostri veicoli, e che ci farà volare, voi l'avete stipendiata per vostro boia? La scienza l'ha già applicata per la salute e la vita, e voi ne fate uno strumento di martirio e di morte? Oh! belle descrizioni! Il corpo si tese tutto, scricchiolò, poi si sentì odore di bruciaticcio... Chi avrebbe creduto che gli uomini, avendo potuto strappare dalla grande mano invisibile del Tonante lo strale con cui egli minaccia, l'usassero, essi, in modo più fine e feroce, contro i loro simili? Noi c'indignamo, e pensiamo, a proposito sì di questo, sì di altri e di tutti i supplizi, così: il peggior delinquente del mondo, che uccida lentamente e non di un subito; che si diletti degli spasimi e dei terrori della vittima; che premediti la strage a lungo, e ne dia misteriosi indizi al destinato, sì che egli muoia di cento morti; che lo faccia saper prima alla madre e al babbo, che il loro figlio sarà straziato e finito; che avvisi i fratelli perchè assistano al boccheggiare del fratello; oh! non si trova nel mondo un delinquente, traditore e squartatore, così feroce come codesta legge che con tanta freddezza, con tanta serenità, con tanta arte eseguisce le sue giustizie esemplari! Bell'esempio! Noi, profondando nella nostra coscienza, giudichiamo a nostra volta, che non c'è delinquente pessimo degno di morte, il quale non patisca peggio di quello che ha fatto! E così i popoli veramente civili, hanno abolito questo delitto esemplare che mortificava la coscienza degli onesti, i quali non volevano essere protetti a tal patto; e ancora alleggiava la coscienza dei delinquenti, i quali sentivano di poter pagare il debito che facevano, con usura tale, da acchetare ognuno e da indurre più d'uno a dire al fine: Poveretto!...

C'è di più. Alcuni chiamano morboso e immorale questo fatto che si rimprovera particolarmente, credo, a voi siciliani e calabresi, e che è di tutti o almeno di molti. Ecco il fatto. L'autore d'un delitto è subito esecrato: la folla, potendo, ne farebbe giustizia sommaria. Di lì a qualche mese il delinquente aborrito entra incatenato in una gabbia di ferro. Gli si fa il processo. Noi ascoltiamo o leggiamo. Che cosa succede? Penetriamo nella nostra coscienza, e non fermiamoci alla superficie, dove galleggiano le parole che si dicono, ma arriviamo al fondo, dove posano i pensieri che non si dicono: che troviamo? Il nostro odio è sbollito, il nostro orrore è diminuito, quasi quasi sentiamo di tenerla più per la difesa che per la parte civile, quasi quasi facciamo voti per il colpevole che avremmo voluto linciare... Che è? siamo malfattori anche noi? Oh! no: noi non vorremmo vedere quelle catene, quella gabbia, quelle armi nude intorno a quell'uomo; vorremmo non sapere ch'egli sarà chiuso, vivo, per anni e anni e anni, per sempre, in un sepolcro; vorremmo non pensare ch'egli non abbraccerà più la donna che fu sua, ch'egli non vedrà più, se non reso irriconoscibile e ignominioso dall'orrida acconciatura dell'ergastolo, i figli suoi...

Ma egli ha ucciso, ha fatto degli orfani che non vedranno più affatto il loro padre, mai, mai, mai! È vero: punitelo! è giusto!... Ma non si potrebbe trovare il modo di punirlo con qualcosa di diverso da ciò ch'egli commise?... Così esso assomiglia troppo alle sue vittime! Così andranno sopra lui alcune delle lagrime che spettano alle sue vittime! Le sue vittime vogliono tutta per loro la pietà che in parte s'è disviata in pro' di lui!