Ad ogni conoscenza or li fa bruni.[49]
E poi a guardia de’ golosi è il dimonio Cerbero, che con tre gole caninamente latra, e de’ mali spenditori, Pluto, che è chiamato maledetto lupo. Ma cani sono anche detti i dannati dello Stige, come a porci sono assomigliati i gran regi: chè anche di loro si può affermare che non usarono ragione. Bestie dunque furono e saranno, se pure non si voglia dire, che non furono mai vivi, che torna lo stesso; poi che Dante, stesso osserva (Conv. IV 7): ‛... vivere nell’uomo è ragione usare. Dunque se vivere è l’essere dell’uomo, e così da quello uso partire è partire da essere, e così è essere morto’. Ora appunto di quelli rei di viltate, il Poeta dice: che mai non fur vivi. Ma si sa che i bruti e sono privi di libero arbitrio (S. 1ª LIX 3 e passim) e usano ‛pur la parte sensitiva (Conv. l. c.)’ o appetito: quell’appetito che, secondo le parole di esso Dante (Conv. IV 26) ‛mai altro non fa, che cacciare e fuggire; e qualunque ora esso caccia quello che è da cacciare, e quanto si conviene, e fugge quello che è da fuggire, e quanto si conviene, l’uomo è nelli termini della sua perfezione. Veramente questo appetito conviene essere cavalcato dalla ragione: chè siccome uno sciolto cavallo, quanto ch’ello sia di natura nobile, per sè senza il buono cavalcatore bene non si conduce, e così questo appetito, che irascibile e concupiscibile si chiama, quanto ch’ello sia nobile, alla ragione ubbidire conviene; la quale guida quello con freno e con isproni; come buono cavaliere lo freno usa, quando elli caccia; e chiamasi quello freno temperanza, la quale mostra lo termine infino al quale è da cacciare; lo sprone usa, quando fugge per lo tornare al loco onde fuggir vuole; e questo sprone si chiama fortezza, ovvero magnanimità, la qual vertute mostra lo loco ove è da fermarsi e da pungere (al. pungare)’. Di che consegue che non è nobile, sì vile, sì bestia, sì non vivo, come colui che non usa nel cacciare il freno della temperanza, così quello che non adopera nel fuggire lo sprone della fortezza o della magnanimità. E qui io notava che non il solo concupiscibile caccia e il solo irascibile fugge; ma che per l’una potenza ‛l’anima è inclinata a proseguire (cacciare, dice Dante) le cose che sono convenienti secondo senso e a fuggire le nocive’; per l’altra ‛l’animale resiste a ciò che gl’impugna le cose convenienti e gli porta danno (S. 1ª LXXXI 2)’. Dunque Dante poteva trovare due specie di viltà, in proposito: di chi non fuggisse e di chi non resistesse; di chi fosse dominato da passioni atte a infirmare o la potenza concupiscibile o la potenza irascibile dell’anima nella loro attitudine a ‛fuggire’: dalla tristizia, per la prima; dal timore, per la seconda; poi che a quattro si riducono le passioni dell’anima, gioia e tristezza, speranza e timore (S. 1ª 2ae XXV 4 e passim), che Dante trovava espresse nell’Eneide (VI 733), e nel suo dottore, in Boezio (Cons. Phil. I). E io avevo già veduto come i fitti nel limo scontassero l’essere stati in vita tristi, l’essersi quietati nel male, e i rissosi nel brago fossero puniti per esser sorti sì alla vendetta, ma non averla compiuta per timore. Che se la vendetta era giusta, erano rei di non averla fatta, se era ingiusta, erano colpevoli d’averla desiderata. E qui tornando ai gran regi, io ricordava come Dante avesse adombrato l’ufficio del Principe, parlando di Arrigo (Ep. V 3) il quale, come Cesare, avrebbe perdonato, come Augusto castigato (vindicabit). Il che si appartiene a giustizia. Ora io concludeva che quello che Dante desiderava in questi gran regi era precisamente il sentimento della giustizia e che, per loro vilissimi perchè ‛non solamente colui è vile, cioè non gentile, che, disceso di buoni, è malvagio, ma eziandio è vilissimo (Conv. IV 7)’ e perciò assomigliati a porci, la viltà si riduceva appunto a non aver dirizzato la volontà a essere quando come Cesare, quando come Augusto. E pensavo che il galeoto di Stige, il Caron che tragitta all’inferno inferiore, Flegias, ha tale ministero, perchè la sua grande voce grida per l’ombre dalle pagine dell’Eneida (VI 620): ‛Discite iustitiam moniti et non temnere Divos’. Chè in Dite si punisce chi misconobbe la Giustizia, sia la communiter dicta, sia quella che si chiama Religio e Pietas, e fuori di Dite, nello Stige, come oltre Acheronte chi non usò la libertà del volere, quelli che, per le passioni del concupiscibile e dell’irascibile, non si risolsero alla ingiuria, ma non vollero la giustizia; sì che da una parte sono incontinenti, come quelli che al talento o all’appetito sommisero la ragione, da un’altra sono maliziosi, perchè o nel male quietarono o dal fine del male furono distolti solo dal timore. Furono in somma gli accidiosi del male.
XXX.
Avevo veduto come Dante reputasse non solo vili, ma vilissimi i re malvagi o inetti. Il perchè egli assegna (Conv. IV 7) col paragone d’uno, che non avendo, per andare in alcun luogo, se non a seguire le vestigie lasciate da un altro, ‛erra e tortisce per li pruni e per le ruine, ed alla parte dove dee, non va’. E conclude chiamando valente il primo che trovò la via, e non valente o vile, anzi vilissimo, l’altro che la via già trovata non seppe seguire. Donde ricavavo che l’opposto di accidia era per Dante, oltre nobiltà e fortezza, anche valore. Ma meglio ancora comprendeva perchè il Poeta indicasse, come tra gli accidiosi dell’Antinferno, ‛l’ombra di colui Che fece per viltate il gran rifiuto’, così tra quelli dell’Antidite i gran regi; poi che veramente e singolarmente accidioso è chi, dovendo per operare bene, fare uno sforzo minimo, vi si rifiuta; lasciando che il suo operare è sopra tutto utile, e il non operare, dannoso ad altrui, come dimostra Marco Lombardo; colui che amò il valore abbandonato dai degeneri del mondo d’allora; concludendo:
Ben puoi veder che la mala condotta
È la cagion che il mondo ha fatto reo.[50]
E qui notavo che tale dimostrazione è fatta nello scaglione dell’ira e da un iracondo, per accennare che se è male andar di là dell’ira, è male, e per Dante peggio, restar di qua. Certo nulla al Poeta coceva più che l’ignavia dei re e degl’imperatori, e, in genere, il tralignare degli uomini. Mi venivano subito in mente due luoghi, uno nel Purgatorio, l’altro nel Paradiso, dove Dante parlava più particolarmente dei re del suo tempo. Sordello, il cui abbracciare aveva dato argomento alla digressione in cui è acerbamente punto Alberto Tedesco (Purg. VI 76 e segg.), mostra nella Valletta dei fiori i Principi che vi sedevano (Purg. VII 64 e segg.); e la sua dimostrazione si aggira sopra un punto cardinale:
Rade volte risurge per li rami
L’umana probitate.