Nella spera di Giove le anime luminose che avevano di sè formato prima le parole, Diligite iustitiam qui iudicatis terram, e poi la testa e il collo dell’aquila, cantano i dispregi dei re, de’ quali il primo è Alberto, figlio di Ridolfo che è il primo mostrato da Sordello nel Purgatorio. E nel luogo del Purgatorio (114 e 117) e in quello del Paradiso (25: ‛Che mai valor non conobbe nè volle’) si legge la parola valore, come propria dei re. Che concludevo da questi raffronti? Dal fatto che nel cielo di Giove, dalle anime di Principi amanti della Giustizia si condannano i Principi allora regnanti, concludevo che detti Principi non valenti, che non conobbero cioè nè vollero valore, spiacevano per la loro mancanza di giustizia e che per questo erano vili. Ma c’era altro. Io domandava: dove è la Valletta amena? e che significa ella? In tanto io sapeva che cosa era la mala striscia. Leggevo nel de Monarchia (I 13): notandum, quod iustitiae maxime contrariatur cupiditas, ut innuit Aristoteles in quinto ad Nicomachum. Remota cupiditate omnino nihil iustitiae restat adversum. E nell’Epistola ai Principi italiani leggevo ancora (V 4): nec seducat illudens cupiditas, more Sirenum, nescio qua dulcedine vigiliam rationis mortificans; E nell’Epistola ai Fiorentini (5): nec advertitis dominantem cupidinem... sanctissimis legibus, quae iustitiae naturalis imitatur imaginem, parere vetantem. Era la cupidità, dunque, e tralascio il molto che potrei soggiungere: quella cupidità che si mostra nel mal volere (Par. XV 3) e che è bene il nostro avversaro, il serpente antico che seduce. Poi che è ben la Cupidigia, che sotto sè affonda i mortali (Par. XXVII 121), come quella che fa iniqua la volontà; che è l’origine di tutti i peccati d’ingiustizia, e che, simboleggiata nella Valletta dall’antico serpente che ammalia, è altrove raffigurata in bestie fameliche, nel leone che ha la rabbiosa fame, nella lupa, che ha tutte brame, che dopo il pasto ha più fame che pria, che fu dall’invido Nemico scatenata nel mondo e perciò equivale al serpente. E di passaggio osservavo che la lupa significava avarizia più ristrettamente nel Purgatorio (XX 10 e segg.); ma nell’Inferno (I 49 e segg., 94 e segg.) tutto al più ad avarizia equivaleva nel senso di Agostino (De lib. arb. III 17): avaritia... non in solo argento vel in nummis, at in omnibus rebus quae immoderate cupiuntur intelligenda est, e nel senso di Tomaso (2ª 2ae CXVIII 2): nomen avaritiae ampliatum est ad omnem immoderatum appetitum habendi quamcumque rem... quod avaritia est non solum pecuniae, sed etiam altitudinis.... Il che ci porta a Lucifero e alla superbia e all’origine d’ogni peccato. Ma la Valletta dove dunque è sita? Chiaro che ella è nell’Antipurgatorio, nel quale indugiano, più o meno, quelli che indugiarono al fin li buon sospiri, quelli che furono peccatori infino all’ultim’ora. E consideravo, oltre l’andare delle anime trapassate in contumacia della Chiesa, che ‛movieno i piè ver noi E non pareva, sì venivan lente’, e il loro subito arrestarsi, lo stare delle altre anime, all’ombra dietro al sasso, ‛Come l’uom per negghienza a star si pone’, e specialmente l’atteggiamento e le parole di Belacqua che si mostrava più negligente ‛Che se pigrizia fosse sua sirocchia’, coi suoi atti pigri e le parole corte, tra le quali queste: ‛Va su tu, che se’ valente’. Vedevo inoltre, che come nel passaggio dello Stige Dante faceva prova di quella ‛ira per zelum’, che nell’uomo nobile o perfetto ha da essere, così nell’Antipurgatorio dava la riprova dello stesso concetto facendo parlare Nino
segnato dello stampo
Nel suo aspetto di quel dritto zelo
Che misuratamente in core avvampa.[51]
Tutto diceva a me che con la necessità di stare fuor della porta del Purgatorio per il tempo che vissero, o per trenta volte il tempo della loro contumacia, si puniva in quelle anime un’accidia, o negligenza, o pigrizia; un’accidia analoga a quella che impediva il passaggio d’Acheronte agli sciaurati dell’Antinferno e il passaggio di Stige alle genti fangose dell’Antidite. Di questi accidiosi negligenti o pigri o meno valenti erano i gran regi della Valletta, non ostante che d’uno d’essi, Sordello, dica che ‛D’ogni valor portò cinta la corda’. Ma perchè nella Valletta questi Principi? Il perchè tralasciavo di scrutare, sebbene mi paresse chiaro che questa valle fiorita era in relazione sì del brago, in cui dovevano essere tuffati altri, sì della Giovial facella, dove altri volitavano; ma correvo subito a un altro luogo di Dante, dove era il medesimo concetto di segregazione e d’onore, e dove Dante, come qui da un balzo, vedeva da un luogo aperto luminoso ed alto, nobili spiriti. La valle insomma dell’Antipurgatorio mi condusse al nobile castello del Limbo. E allora sentii come il ventare nuovo e interrotto della terra lontana, che volevo scoprire; e per molti segni capii che tra poco ella sarebbe stata in vista dell’ardito navigatore. E l’oscura Minerva mi dimostrò un lampeggiar di riso.
XXXI.
Altri spiriti erano in Inferno, di cui avrei detto fossero puniti per accidia, sentendo uno di loro dire: ‛Non per far, ma per non fare (Purg. VII 25)’. E questi sono in luogo
non tristo da martiri,
Ma di tenebre solo, ove i lamenti
Non suonan come guai, ma son sospiri;[52]