sospiri di desiderio senza speranza (Inf. IV 42); ‛di desiderio Ch’eternalmente è dato lor per lutto (Purg. III 42)’. Essi tardi conobbero l’alto sole e per un difetto (Inf. IV 40), non per una colpa, sono perduti, perchè essi non peccarono, sebbene i loro meriti non bastino, e tra loro, oltre parvoli innocenti, sono onrevol gente e spiriti magni (Inf. IV 72 e 119). Sono nel primo cerchio dell’abisso; prima di loro, separati dall’Acheronte, sopra loro, appena di un gradino, sono solo gli ignavi per cui inutile dono fu quello della libera volontà. Ora io pensavo che altro luogo era in inferno, dove Dante avrebbe trovato il primo di quelli che a ben far poser gl’ingegni, di quelli che egli tanto desiderava vedere: Farinata (Inf. IX e X). Anche d’essi peccatori poteva dirsi che erano in quelle arche non per altro rio che per non avere adorato o riconosciuto il Creatore e per aver fatta morta l’anima col corpo. E poi anche qui sonavano sospir dolenti, certo più intensi dei sospiri che nel Limbo facevano tremare l’aura eterna perchè quello era duol senza martiri e qui erano sì i martiri (IX 133, X 2) e rio il tormento e i lamenti duri (IX 111, 121). Nè il Poeta trascura qui, come non ha trascurato nel Limbo (IV 25) di notare l’oscurità del luogo; poi che Cavalcante chiama cieco il carcere, come Virgilio del Limbo dice che è tristo di tenebre. E dal Limbo i Poeti s’affacciano a luogo oscurissimo e tempestosissimo, come dal cimitero degli Epicurei vengono sopra più crudele stipa. Un tristo fiato è la novità che sentono qua, l’oscurità perfetta e i guai, quella che sentono là. Sono gli epicurei dentro Dite, sebbene agli spaldi, come i sospesi del Limbo dentro l’inferno, sebbene ‛Nel primo cerchio che l’abisso cinge’. E Dite è nella valle, in un avvallamento della palude Stigia, quindi quasi allo stesso piano, come il Limbo è quasi allo stesso piano di Acheronte. E nella palude Stigia sono anime sdegnate da Dite, come oltre Acheronte sono altre anime sdegnate dall’Inferno quanto egli è: accidiosi gli uni e gli altri, sebbene in diverso modo, essendo respinti questi di qua dal cielo, di là dall’inferno, e quelli, di qua dall’inferno dell’incontinenza e di là da quello della malizia. Io vedevo queste corrispondenze e dicevo che una somiglianza era in verità tra i sepolti nelle arche e i sospesi nel Limbo. E notavo un’altra somiglianza, tra quelli di là d’Acheronte e quelli di qua; la quale consisteva in questo, che i sospesi erano tali in quanto avevano, per il primo peccato, perduto il libero arbitrio, almeno secondo la restrizione di Tomaso (1ª LXXXIII 2), non quantum ad libertatem naturalem, quae est a coactione, sed quantum ad libertatem, quae est a culpa et a miseria; e gli sciaurati, che mai non fur vivi, ne erano stati come privi, essendo vissuti come bestie, che libero arbitrio non hanno, e non come uomini o angeli. Che anzi considerando questi ultimi, meglio si giunge al concetto di Dante; poi che gli angeli nel primo istante in che furono creati in grazia, meritarono bensì, ma poi alcuni mortificarono subito il loro precedente merito (S. 1ª LXIII 5 e 6); e ‛il loro libero arbitrio essendo inflessibile dopo l’elezione, se dopo il primo istante, in cui ebbe un naturale movimento al bene, non avesse posto impedimento alla sua beatitudine, sarebbe stato confermato nel bene’. Si tratta dunque d’un atto solo e istantaneo di libero arbitrio, nel quale “proruppero„ gli angeli, scegliendo quali il bene, quali il male. Ma Dante, non seguendo in questo i teologi, pone una terza schiera d’angeli che in atto di libero arbitrio non proruppero e non scelsero nè il bene nè il male: respingendo il dono che Dio loro faceva, del libero arbitrio. E così gli uomini che con loro sono punti da mosconi e da vespe. Or dunque in questo difetto di libero arbitrio assomigliano quelli del vestibolo infernale e quelli del primo cerchio; ma differiscono in quanto nei primi volontario fu il rifiuto dell’atto della volontà, e involontario nei secondi, non ostante che anch’essi potessero essere salvi credendo, come altri crederono, e si salvarono, in Cristo venturo. Ma in ciò è un mistero che per Dante resta mistero anche in Paradiso, come alcuni fossero predestinati e altri no; peraltro noi possiamo intendere come egli non giudichi al tutto involontaria la mancanza di fede e in quelli che vissero avanti il Cristianesimo e in quelli che morirono prima d’essere battezzati. E così possiamo renderci ragione del fatto che egli pone il Limbo dentro l’Inferno, al che del resto era invitato dalla dottrina dei teologi (S. suppl. LXIX 5). Adunque gli ignavi e i non battezzati assomigliano per una parte e per l’altra differiscono: in che, ora chiedevo, differiscono quelli delle arche e quelli del Limbo? poi che avevo veduto in che assomigliavano. E rispondevo che differivano i non credenti dai non battezzati, in ciò in cui i non battezzati differivano dai non mai vivi, nella volontà. Volontaria al tutto era stata la mancanza della fede negli uni; quasi involontaria negli altri; gli uni, anche dopo Cristo, non crederono; gli altri, benchè prima di Cristo, adorarono, sebbene non debitamente, Iddio; e tennero certe cristiane credenze, come quella dell’anima immortale. E i primi erano rei di malizia poi che erano puniti dentro Dite. Ma sebbene mala fosse adunque negli eresiarchi la volontà, pure, umanamente parlando, posero gl’ingegni a ben fare, e perciò non furono messi più sotto, come non ebbero luogo più sopra perchè la volontà era mala. In fine io pensavo che sola la vista della verità fa libero dritto sano l’arbitrio (Purg. XXVII 140) e che l’ignoranza è quella che l’offende e lo travia; e che si può dire che tutti i peccati che da ignoranza provengono, si possono ridurre ad accidia (S. 1ª 2ae LXXXIV 4). Accidiosi erano dunque, in certo modo, e quelli del Limbo e quelli delle arche. Perchè, come espressamente dice Dante (Purg. XVII 130), l’amore del bene può essere lento sì ad acquistarlo sì a vederlo. Accidiosi tutti quelli dell’Antinferno e quelli dell’Antidite, e, degli uni e degli altri, quelli di là del fiume e immersi nella palude pingue, accidiosi rispetto alla vita attiva; quelli di qua dall’Acheronte e lungo gli spaldi di Dite, accidiosi rispetto alla vita contemplativa o intellettuale. Or come della vita attiva la più alta virtù e che assomma le altre è la giustizia, che Dante (Conv. I 12) dice la più propria dell’uomo e perciò la più amabile, e dichiara ottimamente disposto il mondo (De Mon. I 13), cum iustitia in eo potissima est; così l’ingiustizia è il peggior male. Ma si può omettere la giustizia e fare l’ingiustizia; il che specialmente nei Principi, ministri di giustizia, è viltà o delitto. Ora nel brago dello Stige come tutti stanno per difetto nella vita attiva, così tutti ma specialmente i re sono puniti per non essere stati giusti, il che vale quanto essere stati ingiusti, sebbene ingiustizia non avessero commesso altra che questa, di non fare giustizia, ossia non essere stati quello che deve essere un re o più in generale l’uomo, drittamente attivo, ciò è giusto. E qui mi occorreva una nuova causa di meraviglia, vedendo non tutti i commentatori, che anzi sono pochissimi, avere accolta un’opinione di chi nel miro gurge del Poema Dantesco consunse la sua veduta.[53] Questi aveva rettamente nel Messo del Cielo, che apriva con una verghetta le porte di Dite, veduto Enea, e ne aveva date ragioni ottime e chiarissime, che non sto a ripetere. Ma a me queste ragioni apparivano indubitabili, quando io consideravo che nessuno poteva essere scelto da Dante ad attraversare Stige, la palude della non attività o non giustizia o viltà o ignobilità o disordine nell’irascibile; dove avevano a essere immersi gran regi; meglio di chi da Dante stesso è preso a modello (Conv. IV 26) del buon cavalcatore che frena e sprona il concupiscibile e l’irascibile con la temperanza e la fortezza: con la prima avendo egli vinto di lasciare il piacere e la dilettazione di Didone; con la seconda essendo riuscito solo con Sibilla a entrare nello Inferno; meglio di chi da Dante (De Mon. II 3) è dichiarato esempio della nobiltà, sì propria, sì avita, con ricordo di versi Virgiliani, tra i quali: Rex erat Aeneas nobis, quo iustior alter Nec pietate fuit nec bello maior et armis (Aen. I 544 e seg.). Il Messo del cielo era veramente Enea, e passava Stige con le piante asciutte, come i Poeti nel Limbo passano il bel fiumicello come terra dura, chè se il rio che segrega dal volgo il nobile castello della sapienza, non è difesa contro i sapienti, la palude dell’ignobilità non può ritardare e affondare chi è supremamente nobile.

XXXII.

Il Poeta ha il sole in fronte: è tornato a libertà. Avanti lui è una foresta tutta odore, tepore, gorgheggi. Otto giorni prima vedeva pure il sole su un colle. Allora un’altra selva era dietro lui. L’una era la selva oscura, poco meno amara che morte; l’altra è la divina foresta spessa e viva: l’una il vizio e l’ignoranza, l’altra l’innocenza e la luce. Dante è ora nello stato dell’anima prima avanti il peccato. La ragione illumina la volontà, e questa cavalca agevolmente, come franco cavaliere, il docile appetito sensitivo. Può così scegliere la sua via. Ma non poteva in quell’altro mattino già così lontano; chè prima la lonza, fiera alla gaietta pelle, poi un leone ‛Con la test’alta e con rabbiosa fame’, e una lupa, ‛che di tutte brame Sembiava carca nella sua magrezza’, lo costrinsero a tenere altro viaggio. In quest’altro viaggio Dante contemplò gli effetti di tre disposizioni che il ciel non vuole: incontinenza, bestialità e malizia. Probabile mi pareva che le tre fiere simboleggiassero appunto queste tre disposizioni; la lonza l’incontinenza, il leone (Boezio scrive nel IV: ‛Lo stemperato d’ira fremisce? animo di leone aver si creda’) la bestialità o violenza o ira; la lupa, che s’ammoglia a molti animali e dall’invidia di Lucifero fu scatenata nel mondo, la malizia propria dell’uomo o frode, cui aveva veduto germinare in tante specie di peccati e che fu il primo peccato del primo Angelo e del primo Uomo. Duplice era in verità la malizia, così come Dante interpretava Aristotele: malizia con forza e malizia con frode; bestialità matta e malizia propriamente detta: così che a piè del colle con due figure veniva incontro a Dante. Ma triplice era, teologicamente dividendola; malizia con forza o violenza o ira, malizia con frode in chi non si fida o invidia, malizia, con frode necessariamente congiunta a sè, in chi si fida, o superbia. E la malizia, così triplice, era forse simboleggiata su l’alta torre di Dite nelle tre furie infernali di sangue tinte. Delle quali Aletto (Si tibi bacchatur mens, tunc Alecto vocatur: dice uno dei versi citati da Pietro di Dante), che piange (si ricordi: ‛E piange là dove esser dee giocondo’, detto dei violenti o iracondi con ingiuria consumata in Inf. XI 45), è certamente la violenza o ira, e Tesifone nel mezzo sarà il tradimento o superbia, e Megera la frode o invidia. Ora queste tre Furie impietrano l’uomo col Gorgon, come le due Fiere che in due comprendono quelle tre e sono tra loro due simili nella ‛fame’, cioè nella cupidità, hanno un consimile effetto, a differenza della lonza, che fa sì volgere per tornare a quando a quando, ma non toglie la speranza di andare e vincere l’ostacolo: il leone dà ‛paura’, la lupa porge ‛tanto di gravezza Con la paura che uscia di sua vista’, che il Poeta perde la speranza. E ciò mi faceva credere che veramente le due Fiere equivalessero alle tre Furie, e che Fiere e Furie simboleggiassero quello che ho detto e che quello che è Gorgon nelle Furie, fosse nelle Fiere la ‛paura’. Or dunque Dante o, meglio, l’Uomo non è libero; e torna addietro nella selva dell’ignoranza e del vizio, ciò della servitù. Come è lontana l’altra foresta, quella della libertà! lontana e opposta. La Ragione si fa a lui sentire, fiocamente sulle prime, si rivela per quel che è, gli propone l’altro viaggio. E l’Uomo la segue, ma dubita: onde la Ragione gli rivela che ella è consigliata dalla Fede o scienza divina, e questa fu richiesta da Lucia e questa da Maria. Allora l’uomo si appaga. Deve dunque visitare, per riacquistare la libertà del suo volere, il regno dei morti. Entra nell’inferno e nel vestibolo trova quelli per cui fu dono vano tale libertà, poi nel primo cerchio, oltre Acheronte, quelli cui tale libertà fu tolta dal peccato primo e non restituita dalla fede in Cristo venuto o venturo. Scende al secondo, al terzo, al quarto cerchio, dove sono quelli in cui il volere fu sommesso all’appetito sensitivo, anzi a quella sua parte che si dice il concupiscibile: lussuriosi, golosi, avari e prodighi. Poi si trova in un quinto ripiano, in una gora che si profonda, nel cui mezzo è la città di Dite, il vero Inferno. Nei fossati e nel pantano intorno alla città rissano e gorgogliano quelli il cui volere fu bensì rivolto al male, per soverchio d’irascibile, ma non lo fece, e quelli il cui volere, per difetto d’irascibile, non rintuzzò il male e vi si quetò tristamente. Di là dalle mura di Dite, sospirano duramente dentro tombe, quelli che per mal volere respinsero la fede che rende la libertà. Dentro Dite, a mano a mano più giù, sono puniti quelli il cui volere si volse al male e lo fece: prima quelli che lo fecero senza concorso di ragione, ma con la sola volontà soggiogata dall’appetito; e lo fecero al Prossimo, a sè stessi, a Dio in sè e nella Natura e nell’Arte; poi quelli che lo commisero contro gli uomini col concorso della ragione insieme alla volontà e all’appetito; infine quelli che lo commisero, col concorso detto, contro Dio e chi di Dio più tiene. Dentro Dite è dunque l’ingiustizia, o l’offesa alla Giustizia, la quale avendo due parti più alte e sacre, la Religione e la Pietà, anche l’ingiustizia che le offende, più propriamente si avrebbe a chiamare empietà e irreligione. All’orlo di Dite, dentro e fuori, è la nongiustizia, per così dire: sono ciò è quelli che operarono bene, ma misconobbero Dio, quelli che non operarono male, ma misconobbero la giustizia. Sopra loro sono quelli che trovarono il loro bene nell’appagamento dei sensi. All’orlo dell’inferno, di qua e di là d’Acheronte, sono quelli che operarono bene ma non conobbero Dio vero, quelli che non operarono male, ma non operarono nemmeno bene, non avendo scelto tra bene e male. Tutti sono aversi da Dio. La Ragione, illuminata dalla Filosofia, spiega all’uomo questo ordine di peccati e di punizioni, e dice, poi che Aristotele stabilì tre disposizioni cattive, l’incontinenza, la bestialità, la malizia; che incontinenza è quella punita nei cerchi secondo, terzo, quarto e parte del quinto, e Malizia e Bestialità nell’altra parte del quinto, ossia nel sesto, e nel settimo, ottavo e nono. E più indugiandosi sulle colpe di questi gironi dichiara che la malizia (di bestialità non parla ancora) ha per fine l’ingiuria, che è quanto dire che ella è una cosa con l’ingiustizia, e questo fine adempie o con la forza, e allora si chiama Violenza, o con la frode in chi non si fida o con la frode in chi si fida: distinzione, in parte, di Tullio. Nella frode è l’intelletto, che non è nella violenza, onde questa è poi Aristotelicamente chiamata matta bestialità. La frode in chi non si fida rompe solo i vincoli che ci uniscono agli altri uomini, offende l’Humanitas, come dice Tullio; quella in chi si fida, rompe anche quelli più stretti e più sacri che sono in custodia della Pietas, secondo Tullio, o della Pietas, e Religio, secondo i teologi, che sdoppiarono la parola unica che comprendeva le due idee. Questa la esposizione filosofica o Aristotelica. L’Uomo però ha appreso sicuramente il proprio nome degli speciali peccati puniti nei cerchi secondo, terzo e quarto, e un poco oscuramente e confusamente ha sentito accennare quello della colpa punita nel quinto; con le parole peccator carnali, vizio di lussuria, colpa della gola, nullo spendio con misura, avarizia, mal dare e mal tenere, l’anime di color cui vinse l’ira, tristi... portando dentro accidioso fummo: peccati questi, con più l’eresia, che l’Uomo aveva già veduti quando la Ragione dichiara a lui il sistema delle pene nell’inferno.

XXXIII.

E il Poeta è fermo sull’ingresso del quarto scaglione del purgatorio, quando domanda e ottiene una nuova dichiarazione sugli speciali Peccati che si purgano nel girone che è avanti lui e negli altri tre che sono sopra lui. Che cosa ha veduto sin allora? Ha veduto anime tutte converse a Dio, su per il monte che è sotto l’emisferio contrapposto a quello che si inarca sulla terra e sul centro di essa che è Gerusalemme. Ma prima d’entrare la porta del Purgatorio egli vide andar lentamente o sedersi stanche anime che si conversero bensì a Dio, ma tardivamente, per difetto nella Volontà. Queste anime sono di quattro ragioni: di scomunicati, di altri che indugiarono il pentimento al punto di morte, di altri a cui il pentimento fu in certo modo estorto dalla morte violenta, di altri, che sono re e principi, che hanno negletto ciò che dovevano fare (Purg. VII 92). Tutti sono negligenti, quanto a dire accidiosi in certo modo; e possono ridursi a due specie: dei negligenti che avevano, se non perduto, almeno smarrito l’eterno amore per maledizione ecclesiastica, e, segregati dalla comunione dei fedeli, erano stati posti nella condizione degli infedeli; e questi corrispondono sì ai sospesi nel Limbo che hanno perduto il cielo per non aver fè; salvo che i primi potevano e vollero tornare a Dio, e i secondi meno potevano e meno vollero riconoscer la fede; e sì agli eresiarchi che potevano e non vollero; e dei negligenti che, pur non essendo in istato d’infedeltà, vissero aversi e si conversero solo all’ultimo; e questi corrispondono come agli ignavi dell’Antinferno così agli altri accidiosi dello Stige, che vissero e morirono aversi, pur non avendo fatta ingiuria propria. Come tra questi staranno, quali porci in brago, gran regi, perchè in loro il valore è maggior dovere e più facile ad essi e più utile agli altri, così tra questi negligenti stanno in una Valletta amena imperatori, re e principi, puniti per qualche loro negligenza, che non grave in sè come quella degli altri aspettanti, è pure con simile indugio punita, perchè di tali che meno la dovevano avere. E la Valletta amena corrisponde tuttavia al nobile Castello, in quanto qui e lì sono segregati nobili e magni spiriti, cui acquisti grazia nel cielo l’onrata nominanza che hanno nella terra (Inf. IV 76 e segg.). E sebbene la corrispondenza non sembri così esatta, da fare che le quattro specie di accidiosi dell’Antinferno e Antidite siano richiamate dalle quattro sorte di negligenti dell’Antipurgatorio, pure si vede in Dante lo studio d’una simmetria esterna, suddividendo in quattro queste sorte che sarebbero veramente due. Ma egli volle che la corrispondenza fosse doppia: di Antipurgatorio con Antinferno e Antidite, come è ragionevole avesse a essere, essendo l’Antipurgatorio di aversi per tutta la vita, conversi solo all’ultimo (salvo forse i principi, la cui negligenza fu d’altra parte più grave); e di Antipurgatorio con Antinferno e Limbo soltanto, nella quale corrispondenza la Valletta richiama il Castello; e del quarto girone del purgatorio col quinto e sesto cerchio dell’Inferno. Dante salì per li tre gradi, sull’ultimo dei quali stava l’Angelo, ed entra coi sette P in fronte nella porta serrata, a cui indietro volgersi non deve chi a Dio si converse, ed è, d’allora soltanto, da lui ricevuto in penitenza. Sale faticosamente di cornice in cornice (poi che solo quando avrà purgate le sue colpe, il suo volere sarà libero e i piedi non sentiranno più fatica: Purg. XII 124), e vede pagare il fio prima la superbia, così più volte nominata e qualificata già disio dell’eccellenza (XI 86); poi la colpa dell’invidia, per la quale si è più lieti degli altrui danni che di ventura sua (XIII 110); per la quale si appuntano i desiri dove per compagnia parte si scema (XV 50); poi il foco d’ira o l’iracondia, che dagli esempi e di virtù contraria e di colpa punita, riesce chiaramente un desiderio di vendetta. Notevole anzi che i tre esempi di colpa punita, sono un’empiezza di madre che uccide il suo pargolo, una non riuscita vendetta d’uomo contro uomo, e un suicidio. Appena il Poeta ha visitate queste tre cornici ed è salito alla quarta, sente dalla Ragione dichiarare che ciò che ha veduto piangere di sotto, è il triforme amor del male; del mal del Prossimo; del Prossimo, non di Dio, non di sè, chè non si può odiar Dio, se si vede secundum seipsum o per essentiam (S. 2ª 2ae XXXIV 1), nè sè medesimi, se il bene che uno vuole a sè è bene, e non male appreso come bene, e se uno ama sè per quello che è principalmente, e non per quello che stima di principalmente essere, secundum naturam corporalem et sensitivam (S. 1ª 2ae XXIX 4). Si parla dunque, a questo punto del Purgatorio, dell’Uomo che sia quello che veramente ha da essere: converso al bene ciò è a Dio, che convertit omnia ad seipsum; ma solo in quantum est essendi principium, per essentiam, per seipsum, non per certi suoi effetti: che allora l’Uomo può odiarlo; e l’odio est aversio quaedam (S. 2ª 2ae XXXIV 1). L’odio di Dio e di sè è dunque là nel baratro contrapposto, non quassù per il santo monte. Quassù si sconta l’amore del male del Prossimo appreso come un bene: colpa dell’errante Amore. E il male del Prossimo si amò dai peccatori mediatamente: che immediatamente essi amarono l’eccellenza, il podere, grazia, onore e fama, la vendetta o il soddisfacimento della loro ira; ma per aggiungere questi fini, bramarono la soppressione e il male, in somma, del Prossimo. Se il Prossimo l’avessero veramente soppresso e in qualunque modo ingiuriato, sarebbero i peccatori nelle tre cornici del purgatorio? Dante deve credere di no, perchè essi allora sarebbero rei di malizia, di cui ingiuria è il fine, per il quale, o raggiunto con forza o con frode, essi sarebbero aversi da Dio, nell’inferno. E quando se ne fossero pentiti? Ecco: per certe colpe, non avrebbero già fatto a tempo; se avessero soppresso il benefattore o l’ospite; e poi, per Dante, certi peccati portano un accecamento e indurimento (excaecatio et obduratio... animi humani inhaerentis malo et aversi a divino lumine: S. 1ª 2ae LXXIX 3), simboleggiato nel Gorgon che è in mano alle tre Furie, che rende se non impossibile il pentimento, almeno così tardivo da costringere i pentiti a lungo indugio nell’Antipurgatorio. E solo l’avessero bramato, questo male, e non fatto, non avevano perciò bisogno di volgersi a Dio col pentimento per essere ammessi al Purgatorio? Avevano: altrimenti, conversi come sarebbero stati a un bene secondo loro, che non solo non è il vero bene ma il male secondo verità, sarebbero stati pur sempre aversi da Dio; e avrebbero avuto luogo tra quelli cui vinse l’ira e quietarono nel male. L’Uomo adunque, giunto alla quarta cornice, apprende che i superbi, gl’invidi e gl’iracondi dei tre primi gironi del Purgatorio, amarono il mal del Prossimo, e comprende subito che quelli dei tre ultimi cerchi dell’Inferno, che il male fecero, nè al Prossimo solo, sono iracondi, invidi e superbi. Nel Purgatorio sono a mano a mano qualificati con detti nomi, e solo dopo lasciati, nel girone dell’accidia, all’ingresso, dichiarati con un ragionamento filosofico Tomistico; nell’inferno sono dichiarati con un ragionamento filosofico Aristotelico, prima di essere visitati, all’uscire dal ripiano dell’accidia. Quindi l’Uomo sente la definizione di detta accidia che è lentezza dell’Amore in vedere o acquistare il bene che è vero bene; nella quale definizione è compresa l’accidia sì della vita pratica e sì della vita intellettuale. E comprende che questa accidia è di conversi a Dio, chè quella di aversi non può consistere che in un odio, ciò è aversione, scemo però di effetto, o lento, se si vuole, di questo medesimo bene. E visita sì questa cornice, sì le altre tre, nelle quali si espiano le colpe di avarizia e suo contrario, di gola e di lussuria, che la Ragione a lui non nomina per loro proprio nome, ma dichiara come amore che si abbandona troppo a un bene che non è il vero bene, quasi pensando che il suo discepolo questi nomi li sa già dall’Inferno. E giunge alla foresta viva. Da selva a foresta: dall’impedimento del vizio alla libertà, dalle tenebre alla luce.

XXXIV.

Sopra lui è il Paradiso, al quale solo guardando negli occhi a Beatrice, ciò è alla Scienza Divina, ascende dopo essere stato immerso nei fiumi di Letè ed Eunoè. Vede prima il cielo della Luna, un pianeta con macchie, i cui santi appaiono come a traverso vetri tersi o acque nitide, un poco appannati; poi il cielo di Mercurio, spera che si vela a’ mortai con gli altrui raggi, nel quale i beati traspaiono come pesci in peschiera tranquilla e pura. Difettiva era stata la virtù sì di quelli e sì di questi. Quelli avevano fatto olocausto della loro volontà a Dio; poi la loro volontà era stata forzata. Ma la volontà, se non vuol, non s’ammorza, e in questo dunque patì difetto la loro virtù. Così, per un mistero, anche la mancanza di fede e perciò di libero arbitrio nei non credenti del Limbo, non era stata del tutto involontaria. Chiara è di questi beati preganti la corrispondenza con quei dannati sospirosi. Quelli la volontà loro avevano, per il peccato originale, decisa da Dio; questi a Dio l’avevano unita per il voto. Quella a Dio non si congiunse, questa in Dio non si fermò: nè per loro colpa: in vero nè sono veramente quelli compresi nell’Inferno delle pene, nè questi esclusi dal Paradiso dei premi; e tuttavia per loro difetto, così che quelli sono dell’inferno nel primo cerchio e questi del cielo nella sfera più tarda. E corrispondono pure in qualche modo questi beati con gl’ignavi d’oltre Acheronte: nel fatto che gli uni e gli altri annullarono la loro volontà, ma gli uni in sè e gli altri in Dio. Nel secondo regno sono spiriti, attivi bensì ma perchè onore e fama gli succeda. Quindi la loro attività ebbe meno meriti, perchè i loro desiri deviarono da Dio. In quale spera avrebbe avuto il suo premio Farinata, che a ben far pose l’ingegno, se non avesse misconosciuto Dio? In quale i rissosi dello Stige, che non furono attivi, ma erano pure spinti, sebbene in vano, dall’irascibile che ha di mira l’arduo? In questa; la quale perciò corrisponde all’altro ripiano della accidia aversa o infernale. Il pianeta macchiato e la stella velata sono come un Antiparadiso, corrispondente all’Antinferno e all’Antidite. Corrisponde esso all’Antipurgatorio? Chiaramente: poi che in questo indugiano quelli la cui volontà fu tarda nel volgersi a Dio e i disiri più disviarono dal vero amore. E così può tenersi per certo, che purgati dai sette P, i principi della Valletta nella spera velata luceranno un giorno, con Giustiniano e Romeo. E l’Uomo sale al cielo di Venere, dove sono i pien d’amore, cui l’influsso di quella stella avrebbe potuto trarre in mezzo alla bufera infernale o al fuoco del Purgatorio. E in questo cielo è notevole come Carlo Martello ricordi Francesca, e il parlare di quello (‛E sem sì pien d’amor che, per piacerti, Non fia men dolce un poco di quiete’) richiami il parlare di questa (‛Di quel che udire e che parlar ti piace, Noi udiremo e parleremo a vui Mentre che il vento, come fa, si tace’), e la voce di grande affetto impressa faccia ripensare all’affettuoso grido; e il muoversi in giro delle anime amanti e tutto in somma riproduca la rapina delle ombre dipartite da nostra vita per via d’amore.

XXXV.

Ascende l’uomo nella spera del Sole, dove sono i santi dottori, quelli che amarono la verace manna (Par. XII 84), che ben s’impinguarono (cfr. XI 139), che si nutrirono della vera vivanda, di cui il gregge umano deve nutrirsi (cfr. XI 124); e che nel sole si trovano, perchè, come lo Ministro maggior della Natura (X 28) fa che avvengano le generazioni nelle cose inferiori, e senza esso sarebbe morta nella terra quasi ogni potenza (X 18), così il Sol degli angeli dà il solo nutrimento vitale all’anima e sempre la sazia (cfr. X 50). Quanto diversi da questi dotti, nutriti di luce e di verità, quelli, laggiù laggiù, che sotto la pioggia eterna, maledetta, fredda e greve urlano come cani! come opposto quell’aer tenebroso alla spera del sole! E laggiù Dante sente parlare della risurrezione della carne, come se quel cerchio dove urlano tali che furono solo corpo, anzi carne da impinguare col cibo, fosse opportuno luogo a parlarne:

Ciascun ritroverà la trista tomba,