Umile ed alta più che creatura.[66]

Il disegno di Dante io già lo vedeva. I contorni della visione mi erano chiari.

XXXVI.

Del Poema di Dante io posso dunque ora dire di conoscere un punto che era poco o mal conosciuto: la costruzione morale. Il soggetto ne è l’Uomo, secondo che bene o mal meritando è esposto al premio o alla pena. Ma non può meritare bene o male se non chi libera ha la volontà; sì che il Poema può dirsi il drama della volontà umana e della divina giustizia. Questa è imperscrutabile (Par. XIX), libera è quella (Par. V 19 e passim), sempre e a ogni modo. Nè gl’influssi celesti hanno tanto potere da annullare o menomare la libertà di questa e perciò la ragione di quella: la mente soggiace solo a Dio e in essa la volontà ha suo lume; tanto più che in terra da Dio fu destinata agli uomini la condotta o guida de’ due Soli per mostrare le due strade, del mondo e di Dio (Purg. XVI). Libero creò Dio l’Uomo, come libero aveva prima creato l’Angelo. Gli Angeli furono creati col mondo, e tosto creati fecero atto di elezione tra il bene e il male, e al bene e al male, una volta eletto, aderirono poi con piena e ferma volontate (Par. XXIX). Tra essi alcuni non elessero tra il bene e il male e non profittarono del dono più grande che Dio potesse fare, e ‛non furon ribelli Nè fur fedeli a Dio, ma per sè foro’. Gli Angeli fedeli cominciarono subito la loro arte di aggirarsi intorno al loro Creatore, e gl’infedeli e i neutri, nell’atto stesso d’inalzarsi sopra Dio, furono travolti in giù. Nel momento stesso che i cieli presero a muoversi, si apriva il baratro dell’Inferno a ricevere Lucifero e i suoi compagni e sorgeva il monte del Purgatorio (Inf. XXXIV 121 e segg.). Libero fu creato l’Uomo e posto in cima di questo monte, nel paradiso terrestre. Ora anch’egli poco dopo la sua creazione, dopo sette ore, potè fare atto di elezione, e, sedotto dall’Angelo malo, elesse il male (Par. XXVI 139). Così l’uomo imparò la morte, e nell’atto stesso di elevarsi sopra Dio fu reietto e popolò di sè vivo la Terra e di sè morto l’Inferno. Senza voci di abitatori, nell’emisperio australe usciva alta dalle acque la montagna, sulla cui cima verdeggiava la foresta della vita e dell’innocenza. Non più libera era la volontà dell’Uomo; pure non era, come quella degli Angeli rei, ferma immobilmente al male: chè Dio voleva redimere l’Uomo incarnandosi e versando il suo sangue per lui, e chi già aveva fede in questa misteriosa promessa, attendeva, nell’Inferno bensì ma in luogo secreto, nel primo cerchio di esso, che quella si adempiesse ed egli si potesse ricongiungere a Dio. E la promessa si adempiè e in un monte opposto e contrario alla montagna deserta penzolò a un legno l’Uomo-Dio; e le porte d’Inferno furono rotte e si popolarono le spere del Cielo. Da allora la volontà umana, che anche prima non era stata del tutto decisa da Dio perchè poteva a lui rivolgersi con la fede in Cristo venturo, tornò, dopo il battesimo e con la fede in Cristo venuto, al tutto libera; e ognuno potè bene o male meritare. E l’Inferno continuò ad accogliere quanti a Dio volgevano il tergo, e il Cielo quanti a Dio volgevano la faccia; e la montagna del Purgatorio vide salire per li scaglioni suoi quanti a Dio si convertivano dopo essere stati volti o al male, o al bene che non è vero bene. Ora Dante volle descrivere questo triplice regno dei morti. Gliene parlavano la Filosofia e la Teologia. Egli volle mostrare che non si contradicevano, pur che la seconda movesse la prima e questa si dirizzasse a quella. Il Poeta, dall’una e dall’altra e ora dall’una ora dall’altra, sapeva che i cieli erano nove con decimo l’Empireo che è pura luce; che il male che l’Uomo può fare si riduce a sette peccati capitali; che tre sono le disposizioni che il cielo non vuole. Egli pensò che le tre disposizioni Aristoteliche dovevano comprendere i sette peccati Gregoriani. Egli disegnò i regni dove erano puniti con pena eterna o temporale i sette peccati, in modo che essi tra loro rispondessero a parte a parte e rispondessero a parte a parte con le nove spere del Cielo.

XXXVII.

Dante adunque pensò:

Le tre disposizioni mostrate dal Filosofo sono incontinenza, bestialità e malizia. Incontinenza è sottomettere la ragione all’appetito. L’appetito ha due parti: il concupiscibile e l’irascibile. Vi è dunque incontinenza di concupiscibile e d’irascibile. Non frenare il concupiscibile è detto peccato di lussuria e gola; e, da molti se non da tutti, di avarizia. Ma incontinenza di irascibile che cosa è? ira? L’ira, dicono i Teologi (S. 2ª 2ae LXXIII 2), si conviene con quei peccati che mirano al male del prossimo; dunque è peccato di malizia. Invero malizia è fare ingiuria, ciò è peccare contro la giustizia; e ingiuria, come si legge in Tullio, in due modi si può commettere: con la forza e con la frode. Ira dunque sarà l’ingiuria fatta con la forza. Ma alla giustizia, si legge pure (cfr. Moralium dogma in Sundby, Brunetto Latini, pp. 401 e 426), si oppone come la Truculentia che si divide in Vis e Fraus, così la Negligentia, e la Negligentia vale non propulsare iniuriam. Questa negligentia a quale dei sette peccati assomiglia più che all’accidia? Nel fatto l’accidia è Tristitia quaedam; e, dice il Dottore (1ª 2ae XLVI 1), quando molto alta fu la persona che recò ingiuria, non ne segue Ira ma Tristitia. Ora questi tristi, questi negligenti, questi accidiosi sarebbero forse incontinenti di irascibile? Tutto al contrario: perchè l’irascibile ci è dato per superare e vincere ciò che può portarci nocumento; e questi tali, non che averne soverchio, ciò è esserne incontinenti, di irascibile ne hanno poco o punto. Ma, per tornare indietro, se rettamente incontinenti nell’amore delle ricchezze, concepite come un bene corporale, sono gli avari, si potranno chiamare incontinenti con altrettanto diritto i prodighi? Non sembra: eppure i prodighi hanno a essere puniti nell’Inferno e nel Purgatorio nello stesso luogo che gli avari. Ora coi tristi che dissi, quali peccatori si convengono nello stesso modo che i prodighi con gli avari? Chiaro, che gl’incontinenti di irascibile, ossia quelli che non seppero frenare questa parte del loro appetito sensitivo; e come incontinenti sono considerati i mali spenditori, sì avari e sì prodighi, così incontinenti si devono considerare i disordinati nell’irascibile, sì quelli che ne ebbero troppo e sì quelli che ne ebbero troppo poco. Ma tristi sono, ciò è negligenti e accidiosi questi: a qual diritto si potranno chiamare accidiosi anche quelli? A questo: ingiuria non fecero, perchè così sarebbero rei di malizia. Non furono dunque maliziosi. Furono essi buoni? No; perchè furono incontinenti. Dunque non furono nè buoni nè cattivi, appunto come gli accidiosi; perchè l’accidia è taedium operandi. Ma se proprio non avessero fatto nè il bene nè il male, vano al tutto sarebbe stato per loro il dono divino della libertà, ed essi sarebbero stati simili agli Angeli che non furono nè ribelli nè fedeli. E di sì fatti il mondo ha gran numero, che si può dire che non siano vivi. Ora di questi non si può dire che offendano la giustizia, mentre di quelli che sono incontinenti d’irascibile si può dire, poi che ingiuria non fecero bensì ma vollero fare, o l’ingiuria non respinsero chiudendosi nell’ignava Tristizia. Vi è dunque accidia di chi non elegge tra bene e male, e di chi elesse o il bene o il male, ma non lo fece per viltà o per tedio di operare. Ma è solo tedio di operare l’accidia? No, chè oltre quella la quale si può definire un lento amore a conseguire il sommo Bene, vi è l’altra che si può chiamare un lento amore a vederlo: quella a cui si riduce tutta ignoranza. Accidiosi dunque sono quelli che non conobbero o misconobbero Dio: Virgilio, per esempio, e Farinata. Nello stesso grado? No: chè, sebbene non involontaria sia al tutto (e come Dio solo sa) l’ignoranza sì d’un antico spirito magno, sì d’un parvolo innocente morto avanti il battesimo; maliziosa, oltre che volontaria, è quella degli antichi e recenti epicurei, che fanno morta l’anima col corpo. Maliziosa: ma con male del Prossimo? poi che malizia ha ingiuria per fine. Ora fecero ingiuria, fecero il male al Prossimo questi epicurei? Se avessero fatto ingiuria o male, essi non sarebbero accidiosi o ignoranti volontari soltanto, ma avendo veramente contristato altrui con l’opera, si avrebbero a chiamare altrimenti: seminatori, ad esempio, di scandalo e di scisma. Così quelli che non solo amarono soverchiamente le ricchezze, ma per oro o per argento adulterarono le cose di Dio, non sono solo incontinenti nè si hanno a dire semplicemente avari, ma poi che fecero male al Prossimo, calcando i buoni e sollevando i pravi, si devono comprendere tra quelli che usarono malizia, e, anzi, malizia con frode. E così i lussuriosi, che respinsero la generazione della prole, e gli avari che rifiutarono il lavoro della terra, non sono lussuriosi e avari semplici. Ma quali sono essi?

XXXVIII.