e rivolsesi a me con passi rari.
Gli occhi alla terra e le ciglia avea rase
d’ogni baldanza, e dicea ne’ sospiri:
chi m’ha negate le dolenti case?
Dante, sempre inteso alla sua filosofia, qui presenta Virgilio come tentato dall’accidia, dalla tristizia, che è un acquetarsi nel male. Ma è un momento.
Ed a me disse: Tu, perch’io m’adiri,
non sbigottir, ch’io vincerò la prova,
qual ch’alla difension dentro s’aggiri.
Dove è da notare che perchè non significa proprio benchè, ma per il fatto che; e poi un’altra cosa: che più probabile si fa delle mie interpretazioni precedenti della risposta a Dante, la seconda, per la quale Virgilio prometterebbe a Dante la vittoria e il passaggio, anche se il messo non venisse.
Dunque non tema Dante per il fatto che Virgilio deve adirarsi; cioè usare l’irascibile contro l’arduo: ira buona, senza la quale si è vili. Non ce n’è bisogno però: Dante introduce a significare questa necessaria contemperanza d’irascibile l’eroe che già altra volta gli servì d’esempio sì per raffrenare il concupiscibile, sì per spronare l’irascibile. “Questo spronare fu quello quando esso Enea sostenne solo con Sibilla a entrare nello Inferno a cercare dell’anima del suo padre Anchise contro a tanti pericoli (Conv. IV 26)„. Nel che non isfugga la singolare rispondenza del