disse: Tu guardi sì, padre, che hai?
Quando il padre divenne cieco, che gli fece egli a quel povero Anselmuccio?
Ed ei, pensando ch’io il fessi per voglia
di manicar, di subito levorsi,
e disser: Padre....
ahimè essi non avevano pensiero che di lui, si offrivano a lui come pasto; ed esso... dopo... quando fu cieco...
Ahi, dura terra perchè non t’apristi?
a che, se non a impedire l’orribile fatto, l’accoglimento nefandissimo della pietosissima offerta? Ma questo è il pensiero più tragico, più indicibile:
due dì li chiamai....
Nessuno creda che.... Oh! no: non si può dire: Erano morti, intendete? Non erano ancora vivi, nemmeno un poco, un poco da sentire... quel lavorio di denti, quel rodere, quel mordere. E colui che brancolava sopra loro, il padre, era già cieco... Il digiuno fu che potè. Oh! come suona a questo punto, pieno e intero, lasciando che i denti ci si ritrovino e cozzino a traverso, l’osso del teschio! Come giusta prorompe l’imprecazione alla novella Tebe! Tebe novella, perchè ella fece che Ugolino rinnovasse Tideo, effracti perfusum tabe cerebri, e vivo scelerantem sanguine fauces (Theb. VIII 761 e seg.) Non altro aveva in mente il poeta, che appunto comincia il racconto col ricordo di Tideo, e lo finisce con quella esclamazione, in cui le parole: “Poichè i vicini, etc.„ sono derivate dal principio del IX libro della Tebaide: Asperat Aonios rabies audita cruenti Tydeos; e le altre: “che se il conte etc.„ sembrano il commento alla forte espressione di Stazio (IX 3 e seg.) rupisse fas odii. Anche: per concludere, è in Stazio un’espressione che sola può insegnare qual sia il senso d’un verso di Dante: