Il che, come è naturalissimo dire dei fitti nel fango (ed è indubitabile, secondo il luogo di Gregorio Nysseno, Accidia est tristitia quaedam vocem amputans, che io da me trovai nella Somma e che dopo ritrovai nel Commento del Tommaseo, dal quale nessun commentatore recente, ch’io sappia, lo trasse), così può parere strano detto dei rissosi, di quelli cui vinse l’ira. Oh! non paia! L’ira impedì questi dall’azione, secondo un procedimento che il Poeta descrive nel Minotauro che è appunto simbolo dell’ira:

quando vide noi, sè stesso morse

(come l’Argenti volge in sè stesso i denti),

sì come quei cui l’ira dentro fiacca,

cui toglie, cioè, la forza per agire. Dal che si comprende agevolmente come questi cui l’irascibile dominava, mentre essi lo dovevano dominare col freno della temperanza, siano pure inattivi ed accidiosi come gli altri che non sollecitarono il medesimo irascibile con lo sprone della fortezza. Di tale effetto dell’ira è parola nella Somma (1ª 2ae, XLVIII 2, 3, 4): ira maxime facit perturbationem circa cor, ita ut etiam ad exteriora membra derivetur. E uno stato d’anima è comune all’accidia e all’ira: la tristitia. Motus irae insurgit ex aliqua illata iniuria contristante, cui quidem tristitiae remedium adhibetur per vindictam (S. 1ª 2ae XLVIII 1). Chiaro che se la vendetta non si fa, resta la tristitia. Or Dante si cava ben d’impaccio, e non considera rei d’ira propria se non quelli che compierono la vendetta: gli altri, incontinenti bensì d’irascibile, ma che la vendetta non fecero, accomuna cogli accidiosi.

IV.

Pag. 50: “Da ciò parrebbe che Dante avesse distinti i peccatori dei cerchi dell’Inferno, come quelli dei cerchi del Purgatorio, secondo l’ordine dei peccati mortali, ma, naturalmente, in senso inverso...„

Benissimo.

Pag. 51: “Ma giunti al sesto cerchio si ha un cambiamento„.

Come mai Dante, il sistema cambiato nell’Inferno a questo punto, l’avrebbe ripreso poi nel Purgatorio interamente e perfettamente?