Pag. 51: “Non si parla più di peccati mortali, e invece le colpe sono divise secondo un concetto affatto diverso, del quale il poeta crede di dover render conto, e lo fa coi versi 70-83 del canto XI; versi dai quali apparisce aver egli seguito la divisione di Aristotele, che nell’Etica a Nicomaco (Lib. VII c. I) dice esservi tre specie di cose che intorno ai costumi sono da fuggire, l’incontinenza, il vizio e la bestialità„.

Ma se l’aver detto che le colpe punite nei cerchi secondo, terzo, quarto, quinto, sono d’incontinenza, non impedisce che queste colpe siano pure dichiarate lussuria, gola, avarizia e soggiacimento all’ira e tristizia (chiamiamole così; ma sono l’accidia); perchè non credere che anche le altre due partizioni aristoteliche racchiudano gli altri tre peccati mortali? Tanto più che appunto tre distinzioni Dante fa, nè più nè meno, delle altre colpe che si riducono a bestialità e malizia; cioè violenza, frode in chi non si fida, frode in chi si fida o tradimento. Tre e non più, come i peccati che mancano. O non è cosa da far pensare? Si attenda. Anche nel trattato delle colpe nel Purgatorio si dà una definizione e denominazione filosofica di certe colpe già appellate coi loro nomi di peccati. Si dice (XVII 112 e segg.):

Resta, se dividendo bene estimo,

che il mal che s’ama è del prossimo, ed esso

amor nasce in tre modi in vostro limo.

È chi per esser suo vicin soppresso,

spera eccellenza, e sol per questo brama

ch’e’ sia di sua grandezza in basso messo.

È chi podere, grazia, onore e fama