Pag. 82: “La seconda parte dell’Inferno si apre colla città di Dite, attorno alla quale sta la palude Stigia, al di fuori; al di dentro stanno le arche infuocate degli epicurei e degli eretici; ed è questo il sesto cerchio, ed il primo dei quattro compresi dentro la città di Dite„.

È il sesto cerchio, ma appena d’un poco più basso del quinto, seppure non è allo stesso livello. In fatti Dante ha in mente gli spaldi d’una vera città, rappresentandosi quelli di Dite; e le arche sono ai piedi di essi in grandi campagne; e queste campagne interne sono certo più elevate del fondo e anche dell’orlo delle alte fosse esterne. La terra sconsolata è bensì entro nella valle, ma la domina. Or Dante così volle, perchè gli eresiarchi volle bensì rei di malizia, e perciò li pose dentro Dite, ma li fece pure rei d’accidia collocandoli allo stesso, o quasi, livello delle genti fangose. Non è da tralasciare che il Todeschini, che il Bartoli cita in nota a questo punto, bene intuì scrivendo che Dante per vaghezza “di serbare nell’opera sua certe corrispondenze superficiali, e quasi direi materiali,„ ha collocate “le anime perdute pel mancamento non malizioso della fede, nel primo cerchio dell’Inferno superiore, perchè stessero in corrispondenza coi reprobi che mancarono di retta fede per propria malizia, i quali vennero da lui collocati nel primo cerchio dell’Inferno profondo„. Donde il Del Lungo ricavò questa corrispondenza:

ignavi e angeli neutrali (nel vestibolo)
meno colpevoli
non battezzati e pagani virtuosi (nel 1º cerchio).
epicurei ed eresiarchi (nel 6º cerchio)
più colpevoli
giganti (tra l’8º e il 9º).

Ma certamente è in tutti e due imperfetta l’osservazione e la distribuzione. Il che riuscirà evidente a chi ponga mente a questa corrispondenza che io sottopongo:

dell’inferno tutto — accidiosi totalmente
Accidia involontaria attiva fuori dell’inf. tutto — non battezzati
nella vita contemp.
volontaria attiva dentro dell’infer. profondo — accidiosi del male
nella vita contemp. dell’inferno prof. — eresiarche.

Ora queste non sono “corrispondenze superficiali e quasi direi materiali,„ ma si riferiscono a dogmi teologici per i quali il disordine circa le cose dello spirito è più grave che quello intorno le cose del corpo. Nè si dimentichi che la colpa, non maliziosa e maliziosa, dei non battezzati e di coloro che l’anima col corpo morta fanno, è di accidia, perchè ad accidia si riduce ogni ignoranza. E si ricordi che la colpa dei non battezzati è involontaria, ma sino a un certo punto.

Questo esame può bastare. Certo non m’indugio più sull’argomento della bestialità, che ho provato essere la violenza. Solo esporrò un’obbiezione che prevedo. È questa: come mai i peccati dei primi 7 canti non hanno divisioni, e quelli dei rimanenti ne hanno tante, dividendosi la bestialità o violenza o ira in tre peccati, e di questi i due primi ognuno in due, e il terzo in tre; la frode semplice o invidia in dieci, la frode complessa o tradimento o superbia in quattro? Rispondo che già anche nei 4 primi peccati sono divisioni; l’accidia essendo di quattro ragioni, carnale e spirituale, senza o contro (in parte) volontà e volontaria; la lussuria essendo punita come amore (s’intende soverchio) o vizio; l’avarizia essendo mal dare e mal tenere. Ma è chiaro, anche dalla proporzione dei canti che trattano degli uni e quelli che descrivono gli altri, che questa ragione non basta. La ragione vera è nella natura dei principii posti da Dante dietro Aristotele a tutti i peccati: dell’incontinenza cioè e malizia. Non mi dilungo: a tutti che accettino per un momento la sovrapposizione che Dante fece della triplice divisione Aristotelica sulla settemplice distinzione teologica, appare l’omogeneità, per così dire, e uniformità dei peccati d’incontinenza a confronto di quelli di malizia. Tanto più che Dante prendendo a modello e tipo il primo drama umano raccontato nella Bibbia, sottrasse alla lussuria e all’avarizia alcune loro forme, le quali però si rifondono nel peccato stesso d’incontinenza, quando la penitenza ne ha cancellata l’ingiuria o il fine malizioso.

IV.
Moralium Dogma.

Per l’importanza straordinaria che ha quest’operetta rispetto all’etica di Dante, ricordo qui, più distintamente che nel testo de’ Prolegomeni, qualche suo tratto dal “Brunetto Latini„ del Sundby (Firenze 1884). A p. 401 giova meditare questo prospettino: