Quelli del limbo ebbero il lume che è tenebra. Peccarono per l'ignoranza originale. Questi ebbero mala luce. Dio splende a loro sin laggiù. Si direbbe ch'essi il lume che vien dal sereno, l'avessero avuto; che fossero redenti, insomma: in vero Farinata nomina il secondo Federico e il Cardinale, e si vede il Cavalcanti, e su un grande avello è il nome d'un papa; e la parola eresiarche porta a pensare a cristiani dissidenti, e non a pagani.
Pur v'è Epicuro.[532] Dante forse lo considera come un eresiarca di quelle scuole filosofiche, che pur avanti il Cristianesimo, pur non potendo vedere l'alto Sole, avevano qualche lume, dirò, riflesso da Dio: quel lume che è simboleggiato nel fuoco e nella luce del nobile castello. Gli eresiarche, con quel barlume da Dio che splende loro anche nell'inferno, vedono ciò che è lontano e ciò che s'appressa o “è„, non vedono. Nella vita era il medesimo; e così in loro si osserva il contrappasso. Vedevano ciò che è lontano: erano in vero prudenti e savi imperatori, papi, uomini di parte e di guerra, dotti: ciò che è tanto vicino a noi che è in noi, non vedevano. In che differiscono dai sospesi nel limbo? In questo che essendo dentro Dite è punita in loro la malizia, di cui ingiuria è il fine; e non v'è fine senza volontà. Quella mala luce implica dunque l'inordinazione della volontà. Ma anche il difetto degli spiriti magni è volontario. Sì, ma quasi, ma in un certo modo, ma nel primo parente. In questi è del tutto e assolutamente e personalmente volontario, e si tratta del medesimo lume che è tenebra: ossia d'ignoranza. Ignoranza dunque volontaria. Però senza ingiuria. Gli eresiarche se avessero commesso ingiuria, sarebbero, per esempio, tra quelli che fecero forza nella Deitade[533] o tra gli autori di scismi o anche tra i traditori. Il loro fu peccato omninamente speculativo.
Di loro non si ragiona nella partizione che fa Virgilio dei peccati e delle pene. E così non si ragiona, in quella, degl'ignavi del vestibolo e dei sospesi del limbo. D'un dei peccatori si dice che fu di quelli “che a ben far poser gli ingegni„, e che fu sì degno.[534] A questo Dante desidera parlare, e da tempo, e gli mostra riverenza e ammirazione e anche pietà.[535] Tutto ciò e con proprie parole e sopra tutto col fare dell'Uberti il più sublime e del Cavalcanti il più affettuoso de' peccatori infernali; col persuadere a noi la riverenza e l'ammirazione e la pietà per loro. Inoltre lo sdegnoso è chiamato “magnanimo„[536] cioè forte. Ed ecco che Farinata e gli altri sono il proprio contrario dei non forti che schiamazzano e gorgogliano alle falde della città; come Virgilio, pur magnanimo,[537] e gli altri spiriti magni sono il proprio contrario degli sciaurati che corrono e gridano oltre il fiume. In verità gli sciaurati e i sospesi sono al loro posto, per la difficultas o infermità originale i primi, per l'ignoranza pur originale i secondi; e qui i fangosi sono fuor di Dite per l'infermità attuale, che li rese inetti alla giustizia, e i sepolti sono dentro Dite per ignoranza attuale o volontaria o mala, non ostante la loro giustizia.
Nel limbo Dante vede la “scuola di quel signor dell'altissimo canto„; ha dai grandi poeti, dopo che essi hanno un po' ragionato con Virgilio, un salutevol cenno; è fatto della loro schiera, parla con loro di cose[538]
che il tacere è bello
sì com'era il parlar colà dov'era.
Avanti la tomba di Farinata egli apprende il proprio esilio,[539] e la vanità del tentativo di ritorno. Gloria e dolore, connessi insieme, connettono il nobile castello e il cimitero. E del resto anche qui si parla di altezza d'ingegno.[540] E come là si ragiona di fede, qui si parla di Beatrice:[541]
La mente tua conservi quel ch'udito
hai contra te: mi comandò quel saggio:
ed ora attendi qui! E drizzò il dito.
Quando sarai dinanzi al dolce raggio
di quella, il cui bell'occhio tutto vede,
da lei saprai di tua vita il viaggio.
A me basti osservare che qui come nel primo cerchio, si ricorda una sapienza massima; e che quel cerchio è il luogo tristo di tenebre, e che queste arche hanno un barlume che si ha a spegnere nel giorno dell'ira. E qui Virgilio dà al discepolo un consiglio di prudenza: ricordarsi ciò che ha udito quivi ma aspettar lume da Beatrice. E qui Virgilio prudentemente fa sostar Dante[542]
sì che s'ausi prima un poco il senso
al tristo fiato;