è la traduzione d'un esametro virgiliano seguito a poca distanza dall'altro pur tenuto presente:[524]

unde haec... tibi tam dira cupido?
. . . . . . . . . . . . .
Desine fata deum flecti sperare.

Mirabile, e degno di attento studio, è questo appropriare che Dante fa del linguaggio alle sue persone: da Nembroto che parla la sua lingua inintelligibile, a Virgilio che a Sordello si rivela con la prima parola del suo epitafio: Mantova (meglio, forse, Mantua), che doveva, mi pare, seguire con me genuit.[525]

La prima volta: ho detto; ho detto: risente. Invero si meditino queste poche parole[526] pronunziate dalla Sibilla, parole alle quali perciò Dante poteva attribuire un senso misterioso: “Se hai tanto affetto e desìo

bis Stygios innare lacus, bis nigra videre
Tartara:„

parole di quel discorso dove sono la porta sempre aperta e la facile discesa all'Averno, e le selve e il ramo d'oro, e la verga che rinasce dove fu svelta, e altro ancora, che Dante tenne a mente. Dunque bis passare lo Stige, bis vedere il Tartaro (che in Dante è la città di Dite, sia perchè fuse o sia perchè confuse): bis, due volte. Non egli mise d'accordo qui il suo vangelo profano coi suoi libri sacri? non la Comedia qui dichiara e corregge la Tragedia? Enea, per Dante, è nel limbo. Ma Virgilio, per bocca della Sibilla, dice che due volte egli è per vedere lo Stige e il Tartaro. Una volta li vide in quella andata. La seconda, quando? Chè morendo, nel limbo andò; non passò lo Stige nè vide (si noti la precisione!) il Tartaro più. Dunque? Questa volta, dunque. Oh! potessi evocare Dante! Chè questo ci vorrebbe, solo questo basterebbe, per certi increduli o pervicaci o ciechi! Dante padre, non è vero che tu al maestro, quando ti volgesti, volevi dire: “Ora vedo come tu hai detto che due volte costui, il tuo eroe, avrebbe passato lo Stige e veduto il Tartaro o Dite„? Non è vero, Dante padre?

Ma continuano e continueranno a dire che quel Duca,[527] cieco d'occhi, era cieco anche di mente, quelli, e son tanti, che hanno gli occhi e non vedono!

IX.

Dante e Virgilio entrano in Dite “senza alcuna guerra„. La guerra c'era stata e l'ira c'era voluta, e un'alta ira animatrice d'una eroica fortezza: la fortezza di lui che già nella Eneide presentava la spada nuda alle ombre e ai mostri dell'Averno; di lui pio, le cui parole sono sante.[528] Ora sono, al medesimo piano, presso a poco, della palude stigia, lungo gli spaldi della città roggia, in un cimitero.[529] I coperchi delle arche sono alzati: nessuno fa guardia. È il fatto, per una parte, degl'ignavi del vestibolo, che non escono sebbene la porta sia aperta. E per l'altra è il fatto del limbo, anzi del nobile castello; chè qui sono grandi e sapienti, e nessun male di loro si può raccontare, salvo che uno: mala luce.[530] In verità sono eresiarche; e sono di loro i seguaci d'Epicuro[531]

che l'anima col corpo morta fanno.