La nobiltà o virtù o fortezza eroica o divina del Messo vale ad aprire la porta di Dite, cioè la porta dell'ingiustizia: vale per la giustizia. Ora l'Enea del Convivio è il tipo della temperanza e della fortezza; ma si noti ch'egli è tale “nella parte dell'Eneida ove questa età si figura, la quale parte comprende il quarto e 'l quinto e 'l sesto libro dell'Eneida„.[514] Dante avrebbe trattato di lui nel seguito del Convivio, perchè egli promette di parlarne “nel settimo Trattato„. Il Convivio restò interrotto; ma il poeta ne parla invece nel Monarchia e nel Poema sacro. E ne parla per dire ch'egli è il nobilissimo padre del popolo Romano e ch'egli è “il giusto figliuol d'Anchise„, che
fu dell'alma Roma e di suo impero
nell'empireo ciel per padre eletto.
La sua vittoria, che fu l'istituzione del perfetto stato di vita civile, come a dire, il trionfo della giustizia, fu cagionata dalle cose che intese negl'inferi. C'è, mi pare, un processo di proporzione evidente tra Enea e il Messo. Enea è portato ad esempio di perfetta temperanza e fortezza, e poi è detto giusto per eccellenza e instauratore della giustizia; il Messo è dimostrato supremamente temperante e forte, per la sua discesa senza scorta dai cerchi della concupiscenza, e poi è detto aprire la porta della ingiustizia. E le prime parole ch'egli dice ai diavoli e tutte le altre suonano questo senso: Perchè vi ribellate alla giustizia di Dio? Chè malizia per eccellenza, cioè ingiustizia, è la opposizione a Dio.
E il Messo apre con una verghetta. Apre con essa la porta di Dite. Avanti la porta arcuata che interrompe le mura ferree della casa di Dite (che Dante forse confuse e a ogni modo fuse con la porta e le mura del Tartaro) l'Enea Virgiliano figge il ramo d'oro, che il poeta chiama “venerabile donum fatalis virgae„.[515] O non è quella verghetta? Come si doveva Dante rappresentare quell'Enea ch'egli diceva di non essere, ma di cui imitava ora il viaggio, se non con la verghetta in mano? Ma nell'Eneide la verghetta non serve ad aprire e passare. Eppure nel testo di Virgilio Dante leggeva:[516]
Occupat Aeneas aditum . . . .
. . . . ramumque adverso in limine figit;
e leggeva in Servio: ingreditur, sicut supra diximus. E supra[517] leggeva la medesima espressione per dire proprio: entra. E più sopra[518] leggeva che mediante quella “fatale verga„ si faceva traghettare da Caronte. Insomma, o trasformasse o frantendesse, nell'Eneide aveva la ispirazione o il modello di quest'uffizio del ramo d'oro. E non basta. In Servio il Poeta leggeva: “accostarsi alle sacre cerimonie di Proserpina non poteva se non preso il ramo„; e celebrare i misteri di Proserpina Servio dichiara come “andare agl'inferi„. Sapeva dunque il Poeta tutta la virtù simbolica del ramo in relazione a Proserpina. E chi non resta qui colpito dallo strale della verità, quando ripensa che in questo episodio è mentovata “la regina dell'eterno pianto„, e poco dopo “la donna che qui regge„?[519] O non è qui Proserpina richiamata dalla “verghetta„, dal ramo? Il qual ramo, infine, è detto da Servio simbolo di ciò “che si devono seguire le virtù„.[520] Che più? E anche un'altra particolarità ha il Messo che ha anche l'Enea di Virgilio. Il Messo è noiato “dall'aer grasso„, traversando lo Stige. Enea, entrando, come Dante forse interpretava, prima di figgere la verga, o forse, come egli ancora interpretava, prima di battere con essa alla porta, “sparge il corpo d'acqua recente„. E Dante leggeva in Servio: “Recenti; semper fluenti, dixit hoc propter paludem Stygiam„. Leggeva, o non aveva bisogno di leggere: “spargit aqua; purgat se nam impiatus (al. inquinatus) fuerat aspectu Tartari„.
Dante si spiegava un po' grossamente quel lavacro lustrale: come se Enea fosse tinto dall'aria tinta, dall'aer grasso. E così fa che il suo Messo senta quella noia. Or come non è Enea che la risente? E il Messo parla. Non è Enea che ricorda il discorso di Caronte, la prima volta che discese?[521] “Egli venne a legare il custode del Tartaro...„: chè dice: Cerbero vostro. E in quel medesimo discorso Proserpina è chiamata “la signora„. Come non se ne ricordò Dante allor che disse “la signora dello eterno pianto„? E ancor più significativo, e adatto ad Enea, eroe pagano, come la menzione di Cerbero, è quel verso:[522]
Che giova nelle fata dar di cozzo.
Dante aveva presente il Desine fata deum della Sibilla; aveva presente, sopra tutto il comento di Servio alle parole “verga fatale„; comento che si riduce a richiamare il si te fata vocant.[523] Anche la forma “fata„ è importante; come importantissimo è il notare che il verso
ond'esta tracotanza in voi s'alletta?