Vanni è reo anche con l'intelletto; e tuttavia non dice la bugia affermando d'essere stato, e d'essere perciò, anche bestiale; della bestialità di Capaneo che non è maturo, com'esso è acerbo; e tuttavia vuol ingannare. Non dice tutta la verità sulle prime; e quando è costretto dal fato comune dei dannati di Dante a non infingersi, allora si sparge nel suo volto di bestia la vergogna dell'uomo. Non dice la bugia affermando d'essere bestiale. Si può supporre con certezza che molti di questi ladri sono coi predoni della riviera rossa nella relazione in cui Caco è coi centauri che là saettano. Hanno una inordinazione di più, quella dell'intelletto, come il centauro dell'Aventino ha in più che gli altri un draco “che affoca qualunque s'intoppa„.[597]
Nell'ottava bolgia non è la vergogna così forte come nelle altre. Sono eroi e guerrieri per cui la frode fu arte. E del resto sono coperti nella fiamma; e Ulisse e Diomede ubbidiscono a questo scongiuro:[598]
non vi movete, ma l'un di voi dica
dove per lui perduto a morir gissi.
Che mi pare valga: Non v'interrogherò intorno alle vostre colpe, sicchè non ha luogo il “mucciare„. Così Dante per Vanni Fucci, come Virgilio per i due eroi sembrano temere che fuggano per non essere costretti a rivelarsi. E alcuni invero fuggono “chiusi„, pur non tanto che il Poeta non li riconosca.[599] E Guido di Montefeltro non dice il suo peccato se non perchè crede di parlare a un morto:[600]
s'io credessi che mia risposta fosse
a persona che mai tornasse al mondo,
questa fiamma staria senza più scosse.
Non ha “tema d'infamia„ e pure il suo nome non dice. E il rimorso di costoro è significato anche dall'errar continuo, come lucciole nella vallea.
Nella nona bolgia gli autori di scandoli e di scismi si nomano: il primo d'essi, però, Maometto, perchè crede Dante dannato; e Pier di Medicina, per predire malanno ad altri. E questi e il Mosca e Beltram del Bornio mostrano pure desiderio che di loro vadano novelle nel mondo.[601] Nel che credo si debba vedere speranza, più di nuovi scandoli e scismi, che di fama. Il fatto di Geri del Bello è quel di tutti; e Dante così suol parlare, una volta per tutte.[602] Geri del Bello vorrebbe che la discordia continuasse e che il suo sangue rifermentasse. E anche i falsificatori si governano in vario modo ed o con sè nomano altri o si dichiarano rei di altra colpa di quella che fu loro apposta, e questa colpa, come l'alchimia, è tale da ammettere alcun vanto.[603] C'è, insomma, più o meno vergogna in tutti i dannati di Malebolge; e in alcuni, se volete, punta; ma tutta la trattazione di questa specie di peccatori si conclude (e per me non è caso) con un suggello suo proprio; che è un grande vergognare di Dante. Al quale Virgilio (e non è caso nemmeno questo) parla con ira.[604] Non è caso. Dante non racconta una passeggiata delle nostre solite, in cui avvengono tante cose e si dicono tante parole, come vien viene. Gli accidenti, i conversari, il caso, per dir tutto in una parola, è, in questo viaggio oltremondano, invenzione del Poeta. E ha quindi il suo perchè anche quello che sembra caso. Il fatto è che qui risorge l'ira che Virgilio mostrò contro l'Argenti e contro Capaneo; e che qui si descrive un vergognar di Dante, che anche il duca trova eccessivo:[605]
Quand'io senti' a me parlar con ira,
volsimi verso lui con tal vergogna,
ch'ancor per la memoria mi si gira:
e qual è quei che suo dannaggio sogna,
che sognando desidera sognare,
sì che quel ch'è, come non fosse, agogna;
tal mi fec'io, non potendo parlare,
che desiava scusarmi, e scusava
me tuttavia, e nol mi credea fare.