segnato della stampa
nel suo aspetto di quel dritto zelo,
che misuratamente in core avvampa.
L'ira per zelum, la passione che genera la fortezza e perciò propugna la giustizia, è ora in lui; non sempre fu, nè certo mai in quell'alto grado eroico che fu in Enea il giusto. Ma il lungo tema mi caccia. Basti ancora accennare l'analogia che è tra i sepolti nell'arche e i sospesi tra la tenebra e non solo i principi della valletta ma anche gli scomunicati. Le due specie di peccatori dell'antipurgatorio sono così trattate e disposte e colorite dal poeta, perchè da qualunque delle due si cominci, si trovi una rispondenza con i due ordini dell'antinferno e dell'antidite. Ma la rispondenza è a ogni modo più netta all'inverso. Nell'antinferno è prima la difficultas, seconda l'ignorantia, originali; nella antidite prima l'infirmitas, seconda l'ignorantia, attuali: nell'antipurgatorio, prima quella che risponde all'ignoranza originale e attuale nella proporzione in cui sta uno scomunicato pentito a un miscredente e a un non battezzato, seconda quella che risponde all'infermità o negligenza o viltà attuale nella proporzione in cui un Belacqua e anche un principe negligente sta a un non mai vivo che corre e a un re che grufola. Or è caso ed è scorso di penna quell'ordine delle parole nella definizione dell'accidia che si purga nella quarta cornice?
Se lento amore a lui veder vi tira
o a lui acquistar...
Primo è nominato il lento amore a vedere: quello degli scomunicati; secondo, il lento amore ad acquistare: quello di Belacqua, di Buonconte, di Nin gentile. E l'accidia della quarta cornice è negligenza, tepidezza, indugio. Nel purgatorio dunque è un antipurgatorio e una quarta cornice che contengono il primo una ignoranza e una infermità, la seconda una negligenza e un indugio a vedere ed acquistare il bene, corrispondenti all'ignoranza e difficoltà originali, all'ignoranza e infermità attuali; ma in ordine inverso.
E concludo che il peccato dello Stige e quello d'oltre Stige è proprio il peccato d'accidia in acquistare, di qua, in vedere, di là, il bene.
V.
“Non è ira codesta; è bestialità (feritas)„[783] leggeva, par certo, Dante in Seneca. E leggeva che Seneca confutava quest'asserzione dei peripatetici, dicendo: “E che, dunque? L'origine di questo male è l'ira la quale pose in oblìo la clemenza e ripudiò ogni umano patto e finì col mutarsi in crudeltà„.[784] Ira, dunque, la bestialità; e non quel semplice moto che ubbidisce alla ragione, come quando “uno si crede leso, vuol vendicarsi, ma, dissuadendolo una causa, sbollisce„.[785] Ira per Seneca è non il moto solo, ma l'impeto e l'abbrivo; è quella che “varca d'un salto la ragione, e porta via seco l'uomo„; è quella “concitazione dell'animo che va alla vendetta con la volontà e il giudicio„.[786] Per altro, non è nei medesimi libri, ira la sola ferita: ira è anche quella che Dante punisce nello Stige. Invero “dell'iracondia è compagna la tristizia e in essa ogni ira si muta o dopo la penitenza o dopo la ripulsa„.[787] Ebbene, Dante chiamava ira peccato codesta iracondia? No: egli quivi ricordava il maestro e pensava come lui che si battagliasse di parole. L'iracondia di cui è compagna la tristizia non è in sè e per sè peccato, poichè egli non mette soltanto nel fango dello Stige la tristizia vicina all'ira, ma anche in Virgilio; chè lo fa tornare indietro dalla porta di Dite con le ciglia rase di ogni baldanza e parlante tra i sospiri. Or in Virgilio come nè la tristizia così nè l'ira è peccato. E in ciò contradice a Seneca il quale nega che la virtù debba mai essere irata, perchè “l'ira non è della dignità della virtù più che l'attristarsi„.[788] Dante dunque, per questo rispetto, corregge Seneca.
E qui e altrove. Per esempio, quando Seneca dice che il sapiente, se avesse ad avere l'ira, sarebbe assai infelice, chè per tutto all'ira troverebbe motivo, quando, per esempio, vedesse il foro pieno piuttosto di fiere che di uomini, di uomini anzi peggiori delle fiere, di uomini che “mutua laceratione satiantur„;[789] Dante corregge questo che è certo un suo autore, dicendo: E sì, il sapiente deve appunto aver qui la sua ira, che partita dalla medesima passione che quella, non è peccato ma virtù, e deve anche godere di tal vista, quando quella mutua lacerazione sia di giustizia.
Dante fa suo prò di tante asserzioni e osservazioni di Seneca, riducendole però alla sua norma peripatetica. Eccone alcune altre. “Che c'è di più insulso dell'iracondia che tumultua in vano?„[790] È l'orgoglio di Filippo Argenti. “L'iracondia aiuta i leoni„.[791] Se il leone è simbolo di violenza, è nel tempo stesso atto a significare l'ira. “Semplici (perchè esposti a ricevere il male) sono gl'iracondi in comparazione dei frodolenti e degli astuti„.[792] In vero Dante pone in comparazione dei frodolenti, come rei di peccato meno complicato, i violenti: non forse i violenti sono iracondi? “Languido, si dice, è l'animo senz'ira. Bene: se però non ha nulla di più valido che l'ira. Non si deve essere nè predone nè preda; nè pietoso nè crudele. Quello ha l'animo troppo molle, questo troppo duro: il sapiente ha da essere temperato. Alle azioni forti usi non l'ira, ma la forza (vim)„.[793] E qui Dante correggeva: proprio l'ira, che è la cote della fortezza o il calcar della virtù. Senz'ira non si può entrare in Dite, esclama Virgilio. “I gladiatori scherma l'arte, espone (denudat) l'ira... Che mai levò di mezzo quel rovescio di Cimbri e Teutoni venutici di su l'Alpi... se non ciò che avevano ira per valore?„.[794] Quest'ira dei Cimbri e dei Teutoni mi sa dell'[795]