orgoglio degli Arabi
che diretro ad Annibale passaro
l'alpestre rocce, Po, di che tu labi.

Quelle tot millia erano superfusa Alpibus. E qui pure corregge Dante: Sì: ira fu la loro; ma la passione non generò che orgoglio; non fortezza. “Nessun altro affetto è più cupido vindicandi, che l'ira, e per ciò stesso inabile ad vindicandum, troppo avventato e pazzo; come ogni cupidità impaccia sè stessa nel suo fine„.[796] E questo è il fatto del Minotauro che, correndo alla vendetta (vindicare non è vendicare; ma tant'è), “gir non sa„.[797] È l'ira che lo fiacca e lo fa morder sè stesso e poi lo manda in furia; sì che Dante può passare. Sicchè l'infamia di Creti, come di bestialità, è acconcio simbolo d'ira. “Se l'ira fosse un bene, non si troverebbe ella nei più forti? Eppure i più iracondi sono gl'infanti e i vecchi e i malati. Ogni impotenza è querula„.[798] E non si deve qui ricordare l'Argenti, che dice: “Vedi che son un che piango„?[799] Ma anche qui Dante corregge: L'ira dei fanciulli e dei vecchi e dei malati non genera fortezza, sì qualche cosa che contrasta alla fortezza, come la timidità: l'audacia, l'orgoglio. “L'ira... tanto è lontana dalla grandezza d'animo, quanto l'audacia dalla fortezza, l'insolenza dalla fiducia, la tristizia dall'austerità, la crudeltà dalla severità. C'è molta differenza tra un animo sublime e uno superbo... L'ira mi sembra propria d'un animo letargico e infelice, consapevole della sua debolezza, che spesso si rammarica, come i corpi esulcerati e malati, che gemono al più lieve tocco. Così l'ira è sopra tutto vizio di donne e di fanciulli...„ Gl'irati dicono certe frasi, come quella: Mi odiino, pur che mi temano! E il filosofo osserva: “Questa non è grandezza, si immanità! Non c'è da credere alle parole di quelli che s'adirano, di cui sono grandi e minaccevoli strepiti, e dentro l'anima timidissima... Niente è nell'ira di grande, nemmeno quando pare veemente e sprezzatrice di dei e d'uomini; niente v'è di nobile...„[800] E qui noi vediamo i rissosi del brago, che sono detti ignudi tutti, forse o senza forse, per quelle parole di Seneca ira denudat,[801] vediamo Filippo Argenti orgoglioso e vediamo Capaneo superbo, e tutti e due per l'ira! Ma c'è di più. L'ira “volge i suoi morsi contro sè„.[802] Così Filippo Argenti. L'uomo irato deprime “ciò che non si può sommergere se non con chi lo sommerge„.[803] Non c'è un ricordo di questa idea e di questa imagine, combinata con ciò che lì si legge poco prima, che l'ira è secondo Aristotele, sprone della virtù; non c'è un ricordo di queste parole nell'esclamazione di Dante:[804]

O cieca cupidigia, o ira folle,
che sì ci sproni nella vita corta
e nell'eterna poi sì mal c'immolle?

Seneca descrive gl'irati che hanno il viso quale in nessun'altra passione è peggiore, aspro e fiero, e ora pallido ora sanguigno, con le vene gonfie e gli occhi ora mobili ora fissi. E Dante raccoglie il tutto nelle parole “con sembiante offeso„. E il filosofo continua parlando “dei denti arietati tra loro e bramosi di mangiare qualcuno„, e delle mani che si frangono e del petto che si picchia.[805] Certamente ad ognuno viene subito in mente:[806]

Questi si percotean non pur con mano,
ma con la testa e col petto e co' piedi,
troncandosi coi denti a brano a brano.

Or a chi s'affrettasse a concludere da certi passi che i fangosi sono dunque rei d'ira, io direi che in Seneca Dante trovava rei d'ira, anche, non solo i bestemmiatori o spregiatori degli Dei, come abbiamo veduto, ma i suicidi (a quanti l'ira nocque da sè. Altri, nel soverchio bollore, ruppero le vene... Non c'è altra via più breve per giungere alla follia...);

ma i dissipatori, congiunti nei libri del filosofo ai suicidi, così come nel canto del poeta: “l'ira si pose sotto i piedi l'avarizia, che è il più duro e il meno pieghevole dei vizi, spingendosi a dissipare le sue sostanze o ad attaccar fuoco alla sua casa e alle sue cose in un mucchio„.[807] Questo luogo è ben decisivo, o lettori! E che cosa dobbiamo concludere da tali raffronti? Almeno questo: che la ferità o bestialità trovava Dante in Seneca, sia che conoscesse questi libri in parte o in tutto, o direttamente o per citazione, essere ira;[808] e che superba era detta codesta ferità o ira.[809] Si raccoglie ancora che Dante, a somiglianza di Seneca, potesse dichiarare rei d'ira peccato, i simili all'Argenti? No: egli mostra più volte di assentire ad Aristotele, cui Seneca contradice; e di credere che ci sia un'ira passione, sprone della virtù, e un'ira pur passione che conduce al male, senza essere per altro una ferità o bestialità. Si può essere certi che leggendo egli: “Combatti contro te stesso: se non puoi vincere l'ira, ella comincia a vincer te„[810] intendeva della passione e non del peccato. Ma sopra tutto questa asserzione di Seneca: l'ira è “quella concitazione che va alla vendetta con la volontà e il giudicio„;[811] doveva muovere Dante che pensava: Quella di Filippo Argenti, quella di color cui vinse l'ira, non è ira, non è l'ira proprio peccato; poichè coloro cui vinse l'ira, sono incontinenti; e gl'incontinenti non peccano con la volontà, bensì con l'appetito. Questa considerazione dovrebbe bastare a solvere il nodo. Per quanto il peccato di violenza sia detto “bestialità„, pur non è così bestiale, come quello dei cani e dei porci dello Stige. La violenza è minotauro, centauro, arpia, semifero e semiuomo. L'ira, per il Dottore, anche se è incontinenza, partecipa in qualche modo della ragione, “in quanto l'irato tende a vendicare un'ingiuria a lui fatta, il che in qualche modo è la ragione che detta...„[812] Ora, secondo il medesimo, l'incontinenza d'ira, che per certi rispetti è meno turpe che quella di concupiscenza, è però più grave “perchè conduce a cose che pertengono a nuocere al prossimo„. E come dunque il peccato col quale alcuno “per violenza in altrui noccia„, e che non è incontinenza soltanto, perchè è con volontà; non si deve pensare essere questa incontinenza medesima che abbia seguitato il suo andare? Ma sia ira anche questa: sarà ira d'incontinenza o incontinenza d'ira; l'altra, ira di volontà o volontà d'ira. Si dice ira anche di Dio o di uomo il quale “non per passione, ma per giudizio di ragione, infligge la pena„;[813] e allora è un'ira appartenente all'appetito intellettivo, alla volontà.[814] Dante afferma manifestamente che infliggere la pena e “spietati danni„ non per giudizio di ragione, ma per passione, è atto della volontà e non impeto solo dell'appetito sensitivo. Ora è per lo meno probabile che egli quest'atto chiamasse ira; come è ira il suo proprio contrario.

VI.

E la chiama! Il Minotauro è detto “ira bestiale„.[815] Esso raffigura l'ira “mala„ in tutte le sue gradazioni:[816]

Quando vide noi sè stesso morse,
sì come quei cui l'ira dentro fiacca.