S'io posso
mostrarti un vero, a quel che tu domandi
terrai il viso come tieni il dosso.
E così lo mostra. E qui Dante fa prova di riflettere ciò che pensa in uno di quegli spiriti.[980] Ma sale ancora. Egli si volge al lettore che invita a levar la vista:[981]
Or ti riman, lettor, sopra il tuo banco,
retro pensando a ciò che si preliba,
s'esser vuoi lieto assai prima che stanco.
Messo t'ho innanzi; omai per te ti ciba...
Comincia così una lunga parte del paradiso, in cui domina la nota del cibo e del convivio. È la spera del sole. Qui è
la quarta famiglia
dell'alto padre che sempre la sazia;
qui si parla di “vin della sua fiala„, qui parla un “degli agni della santa greggia„
che Domenico mena per cammino,
u' ben s'impingua, se non si vaneggia;
e il mondo “gola„ di saper novella d'un altro. E si parla di sete e di dolce e di dolcezza e di frutto e di “peculio ghiotto d'altra vivanda„ e di pecore “di latte vote„, e di “agricola„, di vigna, di ricolta.[982] E tre volte torna quel “s'impingua„, con forse il ricordo della pinguedine del “bue muto„; e, in fine, tutto si dichiara con l'espressione “amor della verace manna„,[983] e col ricordo di Eva e del suo palato, e col ragionare intorno alla incarnazione e alla risurrezione.[984] Impossibile è negare che qui sia l'eco della beatitudine di quelli che hanno fame, e l'ombra dei due alberi, uno di vita, l'altro di scienza di bene e di male. E dietro il dottore di Aquino, rivestito della carne gloriosa e santa,[985] apparisce lo spettro di Ciacco, con la sua carne e sua figura;[986] sotto la pioggia e la grandine e tra i vermi, l'uno; e l'altro nel ciel del Sole. Non fu il dono dell'intelletto che valse contro la bassa concupiscenza?
E come nel ciel del Sole è fame, sete è nel ciel di Marte. Si direbbe che è data, codesta sete, “dall'affocato riso della stella„, che era “più roggio che l'usato„.[987] Cacciaguida invero afferma:[988]