XII.

E forse i sette spiriti sono anche nell'inferno. Essi, ripeto, perfezionano l'uomo in quanto è mosso da Dio.[1013] Certo le porte della città roggia le apre un del ciel messo. Io l'ho detto insigne di quella eroica e divina fortezza che fa simili agli dei, secondo la sentenza del filosofo. Ebbene quella fortezza, secondo il Dottore cristiano, è appunto dono dello Spirito Santo; chè “i doni si chiamano virtù, in quanto vi sono alcune virtù divine che perfezionano l'uomo in quanto è mosso da Dio; onde anche il filosofo (in Eth. 7, 1,) sopra la virtù comune pone una certa virtù eroica o divina, secondo la quale alcuni sono detti uomini divini„. Ora colui che condusse l'aquila secondo il corso del cielo e che fu eletto nell'empireo cielo per padre di Roma e dell'impero, era certo mosso da Dio.[1014] E dallo Spirito Santo aveva dunque quella virtù eroica o divina; chè Dio è Spirito in quanto muove e spinge la volontà.[1015]

E anche Virgilio è mosso da Dio, quando viene a soccorrere Dante, e vince la peritanza di lui con manifestargli appunto[1016]

che tai tre donne benedette
curan di lui nella corte del cielo.

Ora mi piace di riferir qui un tratto d'una guerra spirituale, che, per certo, solo nell'essere guerra, come quella di Dante, la qual fu del cammino e della pietà, assomiglia alla mirabile visione.[1017] L'uomo, il figliuol prodigo, Absalon, il giovane ardente e inesperto, è fatto prigione dai guerrieri di Babilonia. David manda a liberarlo un de' suoi, “il timore„, e col timore manda “la obbedienza„. Ed ecco “il timore viene e rialza il misero e lo toglie dalla prigionia e dalle catene.... L'obbedienza guidando il soldato di Cristo per altra via lo ricondusse alla sua terra; e prima lo fece sostare presso la pietà, affinchè la pietà del padre che lo richiamava ristorasse il suo animo, cui il timore aveva esacerbato; poi presso la scienza, perchè sapesse donde veniva e dove tornava, e sapesse usare sì la pietà e sì il timore, che la pietà non lo sollevasse e il timore non lo frangesse; poi presso la fortezza, che lo confortasse a compiere il viaggio del suo ritorno; poi presso il consiglio, affinchè facesse tutto col consiglio di un altro e in nulla dechinasse dal ducato dell'obbedienza; poi presso l'intelletto, affinchè non solo col consiglio degli uomini, ma già da sè cominciasse a intendere (intelligere) quale sia la volontà del Signore, buona, piacente e perfetta; e finalmente il soldato di Cristo giunse alla sapienza, che i suoi ospiti lo seguivano e non lasciavano di accompagnarlo per via; affinchè già gli sappiano i beni del Signore, e con Mosè già dal monte Abarim cominci a contemplare le promesse di Dio. E di lì già si arriva a Gerusalemme, nel regno e nella città di David, nella visione di pace, dove beati e pacifici figli di Dio, mentre tutto di dentro e di fuori è pacificato, entrati nella gioia del Signor loro, celebrano il sabato dei sabati„.

A nessuno sfuggirà la somiglianza di questo povero abbozzo mistico col Poema sacro. In vero Dante, soldato perchè sostiene una guerra, sotto il “ducato„ di Virgilio, che è Messo d'un David che si chiama “loda di Dio vera„, “per altra via„ acquistando il dono della sapienza attraverso le fiamme, da un monte, che non è detto Abarim ma è un santo monte, comincia a contemplare le promesse e le primizie di Dio. E di lì sale a una città, che è la Gerusalemme celeste, e ivi, senza più esterni tumulti e senza più interna battaglia di passioni, gusta la visione di pace. Questo nel Poema è per certo; ma v'è anche altro della concezione di S. Bernardo? del “sene„ che gli è guida nell'ultimo tratto della sua visione?

Il fatto è che Virgilio trova Dante, non in una prigione e non tra catene, ma presso la selva oscura in luogo dove il sol tace, e impedito, “servo„. E lo trova che gli tremano “le vene e i polsi„. Codesta paura, a interpretare il linguaggio mistico, non è il “timore„ che salva? E appunto egli lo prova avanti la bestia malvagia, che in sè riassume tutti i peccati, che è il peccato. E Virgilio propone allo spaurito “altro viaggio„, poi che lo vide lacrimare e l'udì gridare. Quest'altro viaggio a che meta deve condurre il viatore? A vedere “color che son contenti nel fuoco„, ossia a quelli che mondano nelle fiamme il cuore e acuiscono l'occhio per la visione. Conduce, dunque, l'altro viaggio, all'acquisto del dono della sapienza. E così il soldato di Cristo, narrato dal contemplante di Chiaravalle, è liberato dal timore e giunge alla sapienza. Ma prima che il viaggio cominci Dante parla con Virgilio sul viaggio da farsi. Dante teme. La sua anima è offesa da viltà.[1018] Per solverlo da questa tema, Virgilio narra da chi sia mandato. Così Dante apprende “la pietà„, non del padre, ma di Beatrice “che lo richiama„. E invero il suo animo esacerbato dal timore si ristora.[1019] “O pietosa colei che mi soccorse„: esclama, e si dispone al venire. Egli sa donde viene Virgilio, e dove esso ha da andare: il timore più non lo frange: la sua virtù stanca si solleva: la fortezza lo ha confortato a compiere il suo ritorno. E ubbidirà: non dichinerà dal “ducato„ dell'obbedienza:[1020]

Or va, che un sol volere è d'ambedue:
tu duca, tu signore, tu maestro.

Come Virgilio ubbidì a Beatrice,[1021] Dante ubbidirà a Virgilio. E già da sè comincia a intendere “quale è la volontà del Signore buona, piacente e perfetta„, chè il consiglio gli ha disposto il cuore, ed esso è “tornato nel primo proposto„: proposito suo.[1022] Dunque fa mostra anche del dono dell'intelletto, secondo che è interpretato dal mistico. E così in questo ragionamento è come l'ombra e come l'eco dei doni dello Spirito; chè non manca certo la sapienza, la quale riassume tutti gli altri spiriti, come si trova con gli altri ospiti intorno al soldato di Cristo. Chè codesta sapienza è la meta del primo viaggio, è la sosta avanti di arrivare alla città di David, è quella che vi conduce, è quella che porge “vere parole„. Al che, per ora, persuade quel domandar di Virgilio e quel risponder di Beatrice, su ciò ch'ella non teme del fuoco. Risponde ella:[1023]

Temer si deve sol di quelle cose
ch'hanno potenza di fare altrui male,
dell'altre no, che non son paurose: