La fonte ci parla di giustizia che per sè non s'ama, perchè è piena d'un travaglio di azioni e di passioni; parla d'una “pazienza della fatica, tolerantia laboris„, che a noi è disposata dopo sette anni di servaggio. In vero Lia che appare in sogno a Dante, preannunziando la canora coglitrice di fiori, è la “faticante„; è il simbolo della vita attiva che nella giustizia si assomma. E Matelda è l'imagine di tal simbolo: sta a Lia, come Beatrice a Rachele. Dunque Matelda è la vita attiva, è la fatica, è la giustizia? Non propriamente. Lia che appare in sogno è una Lia che si specchia, come Rachele, sebbene non così intensamente e assiduamente. Non siede tutto giorno. Coglie fiori, movendo le mani, per adornarsi e poi piacersi allo specchio. E il medesimo fa Matelda, e canta, come l'altra; ed ha non gli occhi debili dell'antica Lia, ma occhi belli qual Rachele o quasi.[1114]

Di levar gli occhi suoi mi fece dono:

non credo che splendesse tanto lume
sotto le ciglia a Venere trafitta
dal figlio...

È sì, dunque, la vita attiva, perchè muove le belle mani; ma non è la fatica. Ella canta ed ella ricorda un salmo che dice delectasti;[1115] che dice: “Esulterò nelle opere delle tue mani„. È un lavoro dunque ch'ella fa, ma a somiglianza di quello che fa Dio, che di ogni operazione sua si diletta vedendo che ella è bene e assai bene.[1116] Matelda segue, quanto può, come il discente fa il maestro, l'arte dell'onnipotente artefice. Matelda è la figlia della natura, è l'arte nipote a Dio.[1117]

La bella Donna è invero nel Paradiso terrestre dove fu innocente l'umana radice.[1118]

Lo sommo Ben, che solo esso a sè piace,
fece l'uom buono e a bene, e questo loco
diede per arra a lui d'eterna pace.[1119].

Fece l'uom buono, cioè a sua somiglianza; lo fece a bene, cioè, “lo prese e lo pose nel paradiso della delizia, perchè operasse...„. Matelda non si è straniata da Dio, ed è perciò a sua somiglianza. Perciò, nella sua foggia e nel suo nome di Lia, si piace allo specchio, come lo sommo Bene piace a sè. Perciò, opera come lui, e si diletta delle opere delle sue mani, e vede “che è assai bene„. Matelda è dunque, sì, la vita attiva, ma nel Paradiso deliziano, ma come sarebbe se l'uomo fosse dimorato in quel luogo che è arra d'eterna pace; vita attiva, ma senza travaglio, con piena giocondità. Muove ella sì le mani, ma cogliendo i fiori della natura e di Dio, e i fiori sono tanti, ed ella li sceglie cantando. È, ripetiamolo, la vita attiva, di che non si può dubitare, perchè sta a Lia come Beatrice a Rachele; è, dirò così, la Lia di quel Giacobbe che è Dante; ma è nel paradiso dell'innocenza o della giustizia originale. Ora, come afferma S. Agostino,[1120] l'operazione non sarebbe stata laboriosa (Lia non sarebbe stata laborans), come dopo il peccato, là nel paradiso terreno; ma gioconda (Lia avrebbe cantato e danzato, non altro facendo che cogliendo i fiori, “ond'era pinta tutta la sua via„). Orbene: Matelda è la Lia non laborans, nè più lippis oculis: chè questa infermità s'interpreta con le parole della Sapienza:[1121] “Timidi sono i pensieri de' mortali e incerti i nostri provvederi„. Di Matelda invece sicuri sono i consigli e risoluti i pensieri; e gli occhi luminosi, e canora la voce, e gioiosa l'attività. Tornando al passo degli usurieri, ella “sa„ seguire il sommo artefice che opera bene e per il bene e compiacendosi dell'opera sua; mentre questo misero Adamo che è in noi, ch'era stato fatto a imagine e somiglianza di Dio, dopo la sua condanna e cacciata, anche quando non cede al tedio dell'operare divenuto pianto e affanno, anche quando quello non ricusa violento, anche quando non mette l'intelletto a fare il male; ebbene, il misero Adamo si sforza a imitare il maestro, ma “quanto puote„. Matelda è l'arte che segue l'arte e l'intelletto di Dio, come li avrebbe seguiti quella di Adamo, se avesse voluto rimanere dove Matelda dimora, dove l'operare è onesto riso e dolce gioco: nell'Eden. Il ricordo della Fisica e del Genesi, a proposito dell'usura, ci dà il proprio nome dell'operazione dell'uomo nel Paradiso terrestre: arte. Ora Matelda è l'operare in esso Paradiso: dunque è l'arte.

Chè l'arte è virtù intellettuale, ed è abito operativo.[1122] E così Lia, che è l'orma di Matelda nel sogno, si piace allo specchio e nel tempo stesso si appaga dell'oprare e muove le belle mani e colle mani si adorna. Ciò è quanto dire che è intellettuale e operativa. Matelda, istessamente, sceglie fior da fiore, e ha gli occhi splendenti di lume: è operativa e intellettuale. È intellettuale: disnebbia l'intelletto di Dante con la luce che rende il salmo delectasti;[1123] è venuta presta a ogni questione di Dante “tanto che basti„;[1124] il che vuol dire che, quanto a intelletto, c'è chi val più di lei, ma pure anch'ella vale. E invero spiega a Dante la condizion del Paradiso terrestre; e quand'egli a Beatrice domanda ancor qualche cosa intorno a quello, Beatrice non risponde ma dice: Prega Matelda che il ti dica.[1125] E Matelda è operativa: è lei che tuffa Dante nel Letè, è lei che lo mena a bere all'Eunoè.[1126] È intellettuale e operativa: l'arte.

E le sue azioni verso Dante sono accompagnate a un risorgere della virtù di lui. Egli vide la donna sopra lui, per esserne tuffato nel Letè, “quando il cor virtù di fuor„ gli rese.[1127] Ed ella ravviva poi la sua virtù tramortita menandolo nell'Eunoè. E Beatrice afferma che a ciò Matelda è “usa„. Or questo di ravvivar la virtù è uffizio dell'operare, come Dante ha espresso più volte, a proposito dell'accidia o della tristizia, contro cui è rimedio il batter le calcagne a terra;[1128] a cui è nemica l'attività o l'operosità, figurata in una donna “santa e presta„.[1129] La quale se è operosità, è abito operativo, cioè arte; e parla, come ben lo conoscesse, a Virgilio che fiso la guarda. Or come non è Matelda? La quale avrebbe così, come Lucia, la sua parte ne' sogni di Dante.

In vero santa e presta è, la donna del sogno, come quella che passeggia nel luogo dell'innocenza, e che è così presta al desiderio di Dante, e s'appressa come donna che balli, e scivola sulle acque, lieve come spola.[1130] Ed è con Virgilio in tal nesso, che ben si spiega come, nel sogno di Dante, il poeta avesse gli occhi fitti nella bella donna. Con Matelda può stare Virgilio che avanti Beatrice sparisce. E quand'ella parla dei poeti che sognarono l'Eden, Virgilio col suo alunno Stazio sorride, mentre l'altro alunno si rivolge tutto a loro. Oh! Virgilio poteva ben trattenersi con Matelda, se Matelda è l'arte! Oh! a Matelda bene aveva addotti Dante e Stazio, i suoi due alunni, Virgilio, se Virgilio è lo studio! E come, con suoi accorgimenti, di cui non deve ormai più dubitare il lettore, avendoli già trovati tante volte, il Poeta ci dice il proprio nome della bella Donna, precedendola e seguendola! Chè Virgilio, dopo aver fatta salire al Giacobbe novello la grande scala, dice:[1131] “Tratto t'ho qui con ingegno e con arte„; e Dante, dopo aver raccontato dell'Eunoè, si rivolge al lettore dicendo, che non lo “lascia più ir lo fren dell'arte„. In vero se Virgilio è lo studio, rispetto a Dante, è in sè e ha in sè l'arte; e se Matelda è l'arte, come ha purificato così ha ammaestrato Dante. E ne dicono il proprio nome sin gli uccelli della foresta, che la donna sola soli ascolta; che operano ogni lor arte.