Io non mi pento d'aver fatto sì che quelli i quali giustamente proclamano l'attenzione e la cura e l'acume essere necessari a intendere gli scrittori, chiamassero sottigliezza e sofisticheria la mia attenzione e la mia cura e il mio acume e la mia lunga pazienza e lo studio e l'amore. A me non incresce che da quelli i quali asseverano giustamente che lo studio di uno scrittore non si può nè deve scompagnare dall'esame delle sue probabili fonti e dall'indagine de' pensamenti probabilmente suoi e della sua educazione e cultura, sia stato l'esame che io ho fatto delle dottrine di Dante in confronto di quelle dei teologi, affermato un capriccio, un ghiribizzo, un fuorviare e un vaneggiare. Non me ne pento e non me ne incresce. Facciano pure i critici e i dotti un'eccezione per me, giudicando solo per me falso il metodo ed errata la disciplina che per tutti gli altri è diritto ed è corretta. Dicano ciò che vogliano. Dicano gli orbi che sono oscuro. Dicano i sordi che io parlo sottile. Io amo e lodo e benedico questa sottigliezza e questa teologicheria che, se non ad altro, mi ha condotto a trovare il tuo nome misterioso, o Matelda!

O arte che dici e canti e danzi e sai quanto basta, e intendi e operi, e sei pura e purifichi, e sei forte e afforzi; arte che ti fai una ghirlanda scegliendo fior da fiore in una pianura tutta gremita di fiori gialli e vermigli; arte a cui conduce lo studio, e che vivi in istato come di natura; arte cortese, arte pietosa, arte santa, arte piena d'amore, arte tutta innocenza: trai ancora quelli che Virgilio a te adduca, sovresso l'acqua di Letè, lieve come spola; menali ancora, quelli che Beatrice a te affida, a ber l'acqua d'Eunoè e ravvivane la virtù, e falli disposti a salire alle stelle, o la più gentile delle creature di Dante, Matelda!

IV. CATONE

E non è assurdo pensare che, come Lucia è così chiamata da Dante, ad esprimere la bianchezza abbagliante di luce, che è la Grazia della remission di peccati, così Matelda nel suo nome abbia la ragion del suo essere.[1132] Chè il suo nome sembra ad alcuno contenere grecamente l'idea di apprendere e quella di gioia. Or Dante, sapesse o non sapesse di greco, il significato della radice math lo sapeva o lo indovinava o lo travedeva nelle parole mathesis e mathematica. Mi fermano queste parole del Convivio:[1133] “per virtù di loro arti li Matematici...„ E mi fermano quest'altre del Paradiso: “chi pesca per lo vero e non ha l'arte„. Chè di questi inetti pescatori, tra altri, un esempio assai strano è portato, Brisso, il quale è ricordato da Aristotele come cercatore della quadratura del circolo.[1134] Mi parrebbe probabile che nella parola mathematica o, vogliam piuttosto, nell'idea di mathematica, Dante supponesse viva la parola e idea di “arte„. Quanto alla seconda parte del nome, non vorrei affermare che Dante conoscesse il verbo eldomai. Piuttosto andrei a congetturare, mi sembra con verisimiglianza, che, nel nome femminile di Matelda, Dante o supponesse o meglio inserisse a forza l'idea di Eden come ce n'è un poco il suono, o non poco, se si ricordano altre etimologie Dantesche. “Eden„ egli trovava interpretato in S. Bernardo per voluptas.[1135] E così il nome di Matelda, nella sua mente, avrebbe sonato: Gioia nell'arte, arte tra la gioia. E luce può rendere a noi, come, per bocca di Matelda, a Dante, il salmo, Delectasti in operibus...

Ma un altro concetto combacia e consuona con tutta codesta mirabile poesia. Questo: “Perchè un uomo usi bene dell'arte che ha, si ricerca la buona volontà, che è perfezionata mediante la virtù morale„. Questo: “L'artefice mediante la giustizia che fa retta la volontà, è inchinato a far opera fedele„.[1136] Nel fatto, e il nostro lungo studio e la piccola liquida fonte ci dicono che dopo un settemplice esercizio di virtù l'uomo giunge al possedimento di quella che le virtù morali assomma; della giustizia; la quale Dante avrebbe ottenuta se fosse salito, nel suo corto andare, sul bel monte, e ottiene, nell'altro viaggio, mettendo la testa dove Lucifero tien le zanche, e salendo su. Ma quando è salito a riveder le stelle, vede egli Lia? No: Lia gli appare in sogno, e Matelda gli si presenta in persona, sulla vetta del santo monte, e non alle falde. E l'una e l'altra differiscono dalla Lia della Scrittura e dalla Lia del Padre, in ciò che la Lia e Matelda di Dante hanno appunto il carattere contrario a quello che diede alla prima moglie di Giacobbe il suo significato mistico: si specchia l'una, e l'altra ha gli occhi luminosi. E si mostrano, ripeto, a Dante non dopo il primo settennato, ma dopo il secondo, poco prima di Beatrice. In ciò pare un gran divario con la fonte.

Eppur no. Dopo il primo settennato, quando il viatore è uscito a veder le stelle, trova non una donna soletta o sola,[1137] sì “un veglio solo„:[1138] solo anch'esso. Questo essere solo del veglio e della donna, che appaiono l'uno alle falde e l'altra sulla cima del monte, l'uno dopo il primo settennato e l'altra dopo il secondo, risponde fedelmente alla dichiarazione che fa S. Agostino di Lia supposta a Rachele dopo i primi sette anni di servaggio, nella notte nuziale. Il Poeta par che dica: Non c'era quell'altra: il veglio era solo, la donna era sola. Così nella nostra fonte si legge: “Vorrebbe l'uomo giunger subito alle nozze della più bella; ma non è usanza che la minore (per tempo) si mariti avanti la maggiore. Or primo nella retta erudizione dell'uomo è il travaglio di operare le cose giuste, seconda la gioia di intendere le cose vere„. Bene il veglio solo è questo travaglio di operar la giustizia; la donna sola è questa operazion di giustizia, ma senza più travaglio. Tutti e due operano per la purificazione di Dante. Se Matelda lo trae al Letè e lo mena all'Eunoè, Catone comanda che gli si ricinga un giunco e gli si lavi il viso.[1139] E così, restando pensamento proprio del Poeta quello di porre dopo il secondo settennato una Lia veggente, una Lia non più laborans, il Poeta avrebbe seguito il Padre nel porre dopo il primo settennato, se non Lia di debili occhi, almeno ciò che Lia significa nell'interpretazione di lui: la operosa giustizia.

In vero ella è raffigurata in un vecchio solo, con lunga barba e lunghi capelli che tremolano come piume al suo severo parlare. La sua faccia è irradiata dalle quattro luci sante, dalle quattro stelle che sono ninfe nella divina foresta, dalle quattro virtù cardinali.[1140] Poichè la giustizia racchiude le altre tre, noi possiamo dire che giustizia è il nome mistico del veglio, o meglio, poichè virtù è termine comune delle quattro virtù cardinali, diremo che è “virtus„. Egli raffigura quella virtù morale che perfeziona la buona volontà, la quale così fa che l'uomo usi bene l'arte sua; raffigura quella giustizia che fa retta la volontà, sì da inchinare l'artefice a fare opera fedele. Il veglio solo è la virtù, la donna sola è l'arte. Certo l'uno alle falde e l'altra sulla cima si rispondono, sebbene l'uno sia un vecchio e l'altra una giovane, e l'uno sia austero e l'altra gioconda. Si rispondono per questa idea comune: la libertà: la libertà dell'arbitrio o del volere. L'una è nel luogo dove fu creato l'uomo in libertà di volere; donde fu cacciato, dopo la iattura di quella; dove ritorna, quando la riacquista, come Virgilio stesso proclama. L'altro... All'altro Virgilio stesso dice, di Dante:[1141]

Libertà va cercando, ch'è sì cara,
come sa chi per lei vita rifiuta.

Tu il sai, che non ti fu per lei amara
in Utica la morte.