Quella libertà che Dante cerca e che acquista sulla cima del monte, fu cara massimamente al veglio solo che è alle falde. In questo nome santo di libertà, il veglio solo è legato alla giovane sola.

Nè solo per questo. L'uno è, poichè ha la faccia irradiata dalle quattro luci sante, la vita attiva; la quale si conduce con l'esercizio delle quattro virtù cardinali. E così l'altra è pur questa vita attiva. Ma nel primo essa vita si trovò a contrastare con la difficultas insormontabile, creata dalla colpa umana; onde si arrestò e s'infranse. Nell'altra, nessuna difficoltà; ma libertà e gioia. L'uno è tutto quel di giusto ch'uomo poteva essere prima della Redenzione; ma l'altra è la Giustizia originale. E se l'uno ha tutti i segni della nobiltà di “tutte etadi„[1142] (che non potrebbe avere se non fosse vecchio); se ha il colmo delle quattro virtù; se è la “virtù„ senz'altro; la giovane donna a quelle medesime quattro virtù presenta il viatore purificato;[1143] e in ciò è simile al veglio; ma queste quattro hanno poco di là le altre tre sante che Catone non si vestì.[1144] E fu senza vizio; ma l'altra è nel giardino dell'innocenza.

L'uno è dunque la laboriosa e l'altra la gioconda operazione. Il veglio domando con la temperanza l'animo e spronandolo con la fortezza, illuminando con la prudenza l'intelletto e dirigendo con la giustizia la volontà, non è riuscito che a morire; poichè non v'ha, fuor della fede di Cristo, libertà nella vita: l'altra dice e canta e danza e sa e coglie fiori.

Ma la vesta di Catone sarà così chiara nel gran dì.[1145] Ciò è segno ch'egli passerà nel gran dì il fiume del lavacro. Misticamente, anzi, egli l'ha già passato. Egli da Marzia sua è separato mediante il “mal fiume„, l'Acheronte, cioè, a cui Letè misticamente equivale.[1146] Ma allora lo passerà propriamente. E sarà con gli altri spiriti magni nella divina foresta che è, nella mente di Dante, un Elisio; e allora si avvererà ciò che è scritto nel suo vangelo di vita attiva, nell'Eneide:[1147] che i pii sono in disparte e giustizia fa tra loro Catone. E in tanto Matelda sarà sparita di lì e sarà ascesa nei cicli, dove, come avrebbe dovuto parer singolare ed è invece naturale, non è Lia, sebben sia Rachele.[1148] Non è Lia nè Matelda, sebben sia Rachele con Beatrice. Quelle simboleggiano la vita attiva; e per quanto i loro occhi siano medicati e vedano chiaro, non poteva Dante, come simboli che sono, ammetterle alla contemplazione celeste, se non nel gran dì, quando chiudendosi la porta del futuro, le pietre cadranno sui mal veggenti del cimitero; e, avvenendo la rinascita, i virtuosi del limbo, perchè senza vizio, saranno nelle condizioni di Adamo prima del peccato; e cessando l'attività umana, non sarà più nella foresta dell'arte gioconda la giovane e bella Donna che ne è simbolo, e che appunterà in Dio gli occhi pieni di lumi e di amore.

Nella divina foresta saranno i pii. Catone ne sarà il giudice. Virgilio è che lo dice nella Comedia, ripetendo ciò che disse nell'Eneide. E Dante fa che egli non s'accorga di ciò a cui menano le sue parole e che non presentisca che là, dove “un'aria limpida, più spirabile che da noi, veste la pianura di luce purpurea, e si conosce un proprio sole e proprie stelle„,[1149] dove si danza e si canta, ha a essere anche lui tra gli eroi e i sacerdoti.

V. BEATRICE BEATA

La fonte dice distintamente il suo nome nel mistero. È la donna che Giacobbe ama, la donna per cui egli è servo di Laban. E serve sette anni, e invece di lei ha Lia; e serve altri sette anni, e allora acquista Rachele. I primi sette anni sono stati l'esercizio delle quattro virtù, che si assommano nella giustizia, per vincere i sette peccati; i secondi sette anni sono stati la purificazione dalle macchie lasciate da quelli, sette cicatrici di sette piaghe, e la promessa di sette premi che avrà in cielo il viatore. Dopo due settennati la vita attiva di questo è disposta nella visione. Dante è passato attraverso le fiamme che mondano il cuore e l'occhio. Vedrà. Cioè, Lia si specchia; cioè, Matelda sa e vede. Cioè, Giacobbe possiede Rachele; cioè, Dante rivede Beatrice. I simboli si fondono e s'intrecciano perchè sono come predicati d'un solo soggetto. Dante studia, si fa forte contro ogni ostacolo, acquista la virtù e l'arte, diventa atto alla visione: vede. Questo è il senso della mirabile favola: Dante segue Virgilio, Enea gli apre le porte di Dite, si trova con Catone, incontra Matelda, è avanti Beatrice. A mano a mano i simboli si scindono, e d'uno si fanno due. Matelda, se ragioniamo è Beatrice; perchè ella significa Dante che, con l'esercizio della vita attiva, si è fatto veggente. Ma il suo essersi fatto veggente è Matelda; l'essere veggente è Beatrice. E Virgilio è, in certo modo, l'una e l'altra. Egli dice d'aver tratto Dante, là dove vedrà prima Matelda e poi Beatrice, “con ingegno e con arte„. Ebbene, lo studio che è studio e amore, riguarda l'ingegno e l'arte, Beatrice e Matelda; è l'amor dell'intelletto o ingegno o meglio di ciò che è adombrato in Beatrice; e lo studio dell'arte: è l'arte e l'ingegno stesso.

Quale è dunque il nome mistico di Beatrice? È “la speranza della contemplazione di Dio, speranza che ha certa e dilettevole intelligenza di verità„. Ognuno che è “piamente studioso„ l'ama. Dante invero è guidato a lei da uno “studio che comincia dalla fede„. Ma quel nome è troppo lungo. Vediamo ancora. Ogni “utile servo di Dio, messo sotto la grazia dello sbianchimento de' suoi peccati cioè l'“utile (non bisogna dimenticare questa parola) fedele di Lucia„, che altro nella sua conversione (Dante si era straniato da Beatrice) meditò, che altro portò nel cuore, di che altro fu innamorato (quid aliud adamavit), se non “la dottrina di sapienza„? La “dottrina di sapienza„, dunque; o “la desiderata e sperata bellissima dilettazione della dottrina„, o “la bella e perfetta sapienza„, o “la translucida verità,„ di cui alcuno s'innamora ardentemente, o “la luminosa sapienza„. “Sapientia„, dunque, diciamo. E così Virgilio sarà studium artis e studium sapientiae: studio dell'arte e amor della sapienza. Ma chi ama, è s'intende, Dante: Virgilio è un suo predicato.

Ciò si riscontra perfettamente nel Convivio.[1150] “È uno studio il quale mena l'uomo all'abito dell'arte e della scienzia„. Scienzia è qui, come vuole il contesto, sapienza.[1151] Infatti “Filosofia è quando l'anima e la sapienza sono fatte amiche„. Diciamo subito che nè Beatrice nè Virgilio sono di per sè Filosofia; ma che, se l'uno è studio o amore, e l'altra è sapienza, filosofia risulta dal tender dell'uno all'altra: dal tendervi nell'anima di Dante. E poichè Virgilio conduce Dante anche a Matelda, anzi prima a questa che a Beatrice, e Matelda è l'arte, così che cosa risulta dal tendere di Virgilio a Matelda? Filosofia è l'amor della sapienza; lo studio dell'arte, che è? Vediamo: due alunni ha Virgilio e tutti e due conduce a Matelda: l'uno è del mondo, per così dire, pagano o mondo antico o latino; l'altro dell'evo cristiano o nuovo o volgare. Ebbene Virgilio, come studio in genere e come studio dell'opere Virgiliane in ispecie, condusse Stazio anche alla sapienza: oltre che all'arte, anche alla sapienza. Ciò significa Stazio stesso dicendo:[1152]

fui, per te cristiano.