La divina potestate,
la somma sapienza e il primo amore.[312]
Non vuole il poeta dire che il veltro sarà simile a Dio? ritrarrà da Dio da cui ha da venire? E così la lupa rassomiglierà al Perverso che cadde di lassù, e ha tre capi come Dio ha tre persone: il vermiglio amor del male in mezzo al bianco e giallo appetito del proprio bene e al nero intelletto che serve al tristo fine dell'ingiuria.
IX.
Come la lonza è concupiscenza in atto e tristizia in potenza, così la lupa è avarizia in principio e frode in effetto. Il che ci è mostrato dal Poeta con sue parole, quando a papa Niccolò cupido e perciò simoniaco e quindi punito tra i fraudolenti, egli grida:[313]
la vostra avarizia il mondo attrista
calcando i buoni e sollevando i pravi.
Non è certo punito quel papa che per mal tenere. L'avarizia di lui era diventata peggior male; come è facile che divenga in tutti, poichè ella da sè ha già qualche cosa d'ingiusto. Tuttavia spesso rimane un mal tenere e, aggiungiamo, un mal dare. E allora ella è colpa, come più lieve, così più vituperosa. Gli avari e prodighi semplici rassomigliano in vero agl'ignavi del vestibolo e ai tristi del brago: sono bruni a ogni conoscenza: di loro non si fa nome. E così a me pare che, anche per questa ragione, il proprio nome della lupa sia frode e non avarizia; perchè anche la lonza è concupiscenza e non tristizia. Il senso precipuo e dominante delle due fiere è dato, mi pare, nell'una dal suo principio, nell'altra dal suo effetto; perchè nell'una e nell'altra la tristizia è innominabile e inconoscibile; e la tristizia della prima è effetto, e della seconda causa.
Ora questa causa della frode è detta sì, e l'abbiamo veduto, avarizia; ma ha, e l'abbiamo pur veduto, un altro nome: cupidità o cupidigia. Si può anzi dire che questo nome non si dà mai all'avarizia che resta avarizia cioè mal tenere e mal dare. Cupidità è sempre l'avarizia germinante in colpa maggiore. Cupido è papa Niccolò, che è tra i simoniaci;[314] cupide sono le vele del nuovo Pilato, che non è certo reo di solo mal tenere;[315] cupido è l'occhio della meretrice, la quale in senso proprio è almeno almeno come Taida che non rotola pesi ma è attuffata nello sterco.[316] Cupidigia è quella di Alberto Tedesco e di suo padre;[317] e anch'essa non è quell'avarizia, certo, che fa sozzi in vita e bruni in morte. E in fine la cupidigia è un pelago in cui s'affondano i mortali,[318] e la cupidità è quella che “si liqua„ nell'iniqua volontà.[319] Inoltre è detta cieca, nel cominciarsi a parlar de' violenti,[320] e cieca, a proposito degl'italiani non disposti ad accogliere l'alto Enrico;[321] e mala,[322] a proposito dei cristiani che non si lasciano guidare dal vecchio e nuovo testamento e dal pastor della chiesa. Da tutti questi luoghi si rileva che la cupidigia è bensì peggiore dell'avarizia che resta avarizia, e tuttavia che anch'essa è un principio di male, non il male stesso. In verità Beatrice ne parla ragionando delle prime tendenze dell'animo e dello sviarsi dell'umana famiglia.[323] Dice d'essa che affonda sotto sè i mortali, ma dice ancora che chi se ne lascia condurre è “come agnel che lascia il latte„, e chi se ne lascia ammaliare è come il “fantolino„
che muor di fame e caccia via la balia.[324]
Si tratta dunque d'un lieve principio che ha grave fine. E tanto la levità del principio quanto la gravità del fine sono adombrate in questo terzetto:[325]
Benigna volontade, in cui si liqua
sempre l'amor che drittamente spira,
come cupidità fa nell'iniqua.