Il loro peccato è ben complesso: c'è un'esca che essi prendono,[339] cioè quel podere, grazia, onore e fama ch'essi hanno; c'è' il timore di perdere ciò che hanno, e questa è la tristizia; c'è in fine l'amor del male altrui; e questa è l'invidia. All'invidia dunque si va per mezzo della tristizia, e partendo dall'amor del proprio bene.

Abbiamo dunque due radici o due capi di mali: la concupiscenza e la cupidità. Non sono la stessa cosa. Di cupidità comincia a parlare il poeta, dove parla di lupa; al cerchio dell'avarizia. Quindi lussuria e gola sono sceverate da questa, e formeranno la concupiscenza. La lonza è dunque tutta l'incontinenza di concupiscibile, con questo, che una specie di essa, l'avarizia, è più propriamente nella lupa. Diciamo: la concupiscenza cioè lussuria e gola, più propriamente peccati carnali, e la cupidità o avarizia, che è mezzo tra carnale e spirituale. La concupiscenza divien tristizia, da tristizia divien malizia. L'avarizia diviene facilmente malizia. Senza quel tuffo nella tristizia? Abbiamo veduto che ella diviene invidia, passando per la tristizia. Se invidia è malizia (può dire alcuno), come certo è amor del male, non però è tutta la malizia. Sta bene: causati dall'amor del male sono altri due peccati: l'ira e la superbia. In essi ciò che è tristizia nell'invidia, è onta per ingiuria e speranza d'eccellenza. Or bene dall'onta per ingiuria, passando per la tristizia, si giunge, vedo, alla violenza contro sè: esempio Pier della Vigna.[340] È ira questa? Forse.[341] E dalla speranza d'eccellenza si traversa la tristizia per giungere alla superbia? Non pare: nella superbia, l'aversione da Dio è sincrona, direi, con la conversione al bene che non è bene. Il Perverso alzò le ciglia e fu travolto: in un istante fu converso alla sua eccellenza e averso da Dio.

Che posso qui concludere? Che essendo nella lupa la cupidità, vi si trovano (dei peccati del purgatorio, diremo) l'avarizia che è una cosa con la cupidità; e i tre peccati d'amor del male, perchè la cupidità è l'avarizia che si torce al male: dunque l'ira e l'invidia e la superbia. Poi, se non altro, perchè c'è l'invidia, vi si trova anche la tristizia, da cui l'invidia si genera; e perchè c'è la tristizia o accidia, vi si trova anche la concupiscenza da cui ella deriva; cioè la lussuria e la gola.

Nel tempo stesso la lupa è la frode, che è un peccato di disordine sì nell'appetito sensitivo e sì nella volontà e sì nell'intelletto; e perciò comprende la violenza, che è disordine nell'appetito e nella volontà, e ha per simbolo il leone; e perciò comprende anche l'incontinenza, che è disordine nell'appetito soltanto. Non abbiamo già un indizio che le tre disposizioni equivalgono ai sette peccati mortali? Ma resti a ogni modo questa conclusione: che la cupidità la quale conduce al mal volere, cioè diventa malizia o ingiustizia, è quello stesso amor del male che conduce, nel purgatorio, ai tre peccati d'ira, invidia e superbia: che il leone e la lupa figurano questa cupidità divenuta malizia; il leone, senz'intelletto; la lupa, con intelletto; cioè violenza il primo e frode la seconda.

E ciò tanto più e meglio, in quanto l'autore da cui Dante prese il concetto della cupidità che si liqua in malo o ingiusto volere, fa a dirittura cupidità uguale a volontà mala. L'autore è S. Agostino. Dice:[342] “L'avarizia... non riguardo a solo argento o danaro s'intende, ma a tutte cose che smodatamente si bramano (cupiuntur)... Or questa avarizia è cupidità; cupidità poi è volontà mala (improba voluntas): Dunque la mala volontà è causa di tutti i mali„. Diciamo quindi pure, come s'è detto fin ora, che la lupa è l'avarizia, con questo peraltro che ella, oltre l'avarizia, raffigura le due disposizioni in cui è mala volontà; ossia con la violenza la frode; la malizia, insomma: i peccati, per esempio, dei tiranni di Flegetonte, dei ladri e simoniaci di Malebolge, dei traditori della Ghiaccia.

IL CORTO ANDARE

I.

La lonza impediva il cammino di Dante; ma egli già bene sperava. E allora gli venne contra il leone, e, subito dopo, la lupa. A Virgilio Dante indica la lupa, come la bestia per cui si volse: a Dante Virgilio parla di quella fiera come di tale che gli tolse “il corto andar del bel monte„.[343] Al cenno di Dante che gliela mostrava, l'anima cortese mantovana aveva esclamato, dopo averlo veduto lagrimare: