Papa Adriano perdè operare, spento essendo il suo amore a ogni bene; fu di quelli avari bruni a ogni conoscenza e innominabili al pari degl'ignavi del vestibolo e dei tristi del brago. Papa Niccolò fu invece cupido. Il suo amore non si spense soltanto a ogni bene, ma sì corse al male. Cupidità è dunque come avarizia, fissarsi nelle cose terrene; ma tanto da torcersi al mal del prossimo, e non solo spengersi a ogni bene. Il che torna a capello con la definizione di S. Agostino riportata nella Somma:[333] “Cupidità di qualsivoglia bene temporale è veleno della carità, in quanto l'uomo disprezza il bene divino per ciò che aderisce, sta fisso (inhaeret), a un bene temporale„. Che cosa cantano gli avari del Purgatorio?

Adhaesit pavimento anima mea,

a terra, ai beni terreni. Essi però ebbero sì dentro sè il veleno, di cui parla S. Agostino; ma non ne morirono. Chè erano avari e non propriamente cupidi.

Fossero stati cupidi, non sarebbero in quella cornice, e pur non avendo quella pena di cui il monte non ha alcuna più amara, sarebbero per altro più lontani dalla divina foresta. In verità il loro amore si sarebbe torto al male; al male del prossimo. E come? Per l'aderire alle cose terrene, avrebbero in esse appetito l'eccellenza; si sarebbero in esse attristati per la superiorità degli altri e perciò avrebbero meditato o fatto ingiuria agli altri. Oppure l'ingiuria altrui avrebbero mal tollerata, correndo bramosamente alla vendetta. Insomma avrebbero pensato o commesso qualche atto d'ingiustizia. La loro cupidità si sarebbe “liquata„ in volontà iniqua. I cupidi sarebbero stati rei d'ira o invidia o superbia.

Riassumiamo. La concupiscenza può divenire facilmente tristizia: contro la lonza è farmaco “l'ora del tempo e la dolce stagione„. Chi sfrena la carne, corrompe lo spirito; cioè l'incontinenza può mutarsi facilmente in malizia. L'avarizia, con questo nome e più con quello di cupidità o cupidigia, è già quasi da sè, e facilmente si rende, ingiustizia: l'amor delle cose terrene porta sovente all'amor del male e all'ingiuria. Il concetto unico di questi diversi fatti è che chi si fissa nel bene che non è bene, si distoglie a mano a mano dal bene che è vero bene, e si torce al male. In ogni peccato è un volgere il viso verso un mutabile bene e un ritorcerlo dall'immutevole.[334] In alcuni è primo il volgere, in altri è primo il torcere; ma, salvo che nel peccato veniale, l'un atto è seguito dall'altro. Ora del peccato, considerato in genere, è una radice e un inizio: la cupidità e la superbia. Se si considera il peccato sotto lo aspetto del volgere il viso, a capo del peccato è la cupidità; se si considera, sotto l'aspetto del torcere il viso, a capo si trova la superbia.[335] Così avviene che considerando la lupa, sotto lo aspetto della conversione, cioè della sua fame, del suo agognar terra e peltro, ella è l'avarizia o la cupidità; considerandola, sotto l'aspetto dell'aversione, ossia della sua malvagità e reità, e del depredare e del far grame le genti, ella è... diciamo, la frode o la malizia. E così la lonza, sotto il primo aspetto, è concupiscenza; sotto il secondo, è tristizia o accidia. Chè accidia è rattristarsi del bene divino.[336] Or questo rattristarsi è a piccola distanza dall'aversione totale e contumace. L'occhio già si mostra disgustato: presto si volgerà altrove. E la lonza, che già è tristizia, diverrà malizia. L'incontinenza di concupiscibile insomma divien malizia, passando per l'incontinenza d'irascibile che è la tristizia. Del che abbiamo una riprova nel fatto che nel secondo girone della violenza è punito chi

piange là dove esser dee giocondo,

cioè chi uccide sè o dissipa le cose sue. Questi peccatori, in vero, da che si partirono e per qual via giunsero al loro reo? Prendiamo i dissipatori. Essi cominciarono, mettiamo, con essere prodighi; poi caddero nella tristizia di quei fitti nel fango, e piansero sotto il sole che rallegra l'aer dolce, e giunsero al loro atto violento, cioè di malizia con forza. E noi vediamo un altro peccato generarsi mediante la tristizia: l'invidia.[337]

Chiamavi il cielo, e intorno vi si gira,
mostrandovi le sue bellezze eterne,
e l'occhio vostro pure a terra mira...

Si tratta certo d'una tristizia, quale di quelli per cui fu invano l'aer dolce e il sole e il logoro del divino falconiere. Ma non è essa il solo peccato di costoro. Essi furono rei di quell'altro, che così Virgilio definisce:[338]

È chi podere, grazia, onore e fama
teme di perder perch'altri sormonti,
onde s'attrista sì che il contrario ama.