Dante è per vincere la lonza, è impaurito dal leone, è ripinto dalla lupa. Contro esse, dopo che ebbe riacquistata la prudenza, esercitò le altre tre virtù morali: temperanza, fortezza e giustizia.
Ciò nel “corto andare„ verso il bel monte. Quell'esercizio è dunque l'uso pratico dell'animo, il qual uso[353] “si è operare per noi vertuosamente, cioè onestamente, con prudenza, con temperanza, con fortezza e con giustizia„. Chè invero sono nella vita[354] “due diversi cammini buoni e ottimi...„: l'uno è della vita attiva. E l'andar di Dante fu dunque questo cammino. E per questo cammino si perviene “a buona felicità„, sebbene di felicità ce ne sia un'altra ottima. E il bel monte, dunque, a cui conduceva quel cammino, sarà questa buona felicità: buona e non ottima. Chè[355] “l'umana natura non pure una beatitudine ha, ma due; siccome quella della vita civile, e quella della contemplativa„; e di questa beatitudine “della vita attiva, cioè civile, nel governo del mondo„ l'altra “è più eccellente e divina„. E chi ha l'una, cioè “la beatitudine del governare„ non può “e l'altra avere„. Dunque Dante, con quel “corto andare„ sarebbe pervenuto alla beatitudine della vita attiva cioè civile. Impedito quello, “non c'era altra via„[356] che il cammino della vita contemplativa; che chi ha l'una beatitudine, non può l'altra avere: si escludono: o l'una o l'altra. Perciò Virgilio, vedendo l'ingiustizia, per la quale Dante gridava, pensa e dice, vedute le sue lacrime:[357]
A te convien tenere altro viaggio.
Cioè, l'altro.
II.
Dante era nel cammino della vita attiva o civile. Fuori del passo della selva, aveva trovato una “piaggia diserta„.[358] Nella “diserta piaggia„ lo afferma impedito Beatrice e già volto per paura e già caduto sì basso.[359] Se la lonza gli apparisce al cominciar dell'erta, e forse più su il leone (chè il poeta per l'erta continuò, contra la lonza, il suo cammino), e perciò la lupa; all'ultimo, per altro, quando rovinava in basso loco e delle altre bestie non ragiona più, all'ultimo, e perciò di nuovo “nella diserta piaggia„, egli vedeva innanzi sè la lupa. La selva e la lupa, avanti e dietro sè. L'oscurità e la viltà e la nullità della vita, da una parte; l'ingiustizia o malizia dall'altra. In tale condizione si trovò Dante per aver ripreso “via per la piaggia diserta„.
Nel purgatorio egli trova uno che dice di sè:[360]
del mondo seppi, e quel valore amai
al quale ha or ciascun disteso l'arco.
Il “mondo„ è la vita attiva o civile. Invero due strade ha l'uomo, “e del mondo e di Deo„.[361] Quella di Deo è il cammino della vita contemplativa, quella del mondo è quello della vita attiva o civile, la quale ci conduce “nel governo del mondo„, appunto. Il valore è il complesso delle virtù, il cui uso è necessario per quella vita o per quel cammino. Salir su sarebbe prova di valore. “Or va su tu, che sei valente„ dice Belacqua.[362] A Dante il suo valore non giovò, ed era ripinto, dalla bestia senza pace, là per la piaggia diserta. Quella bestia gl'impediva la strada del mondo.