Il perchè dell'inchiesta, d'un cristiano a un pagano, il perchè, dico, assegnato da Dante stesso, sarebbe pure un gramo perchè! Ma Dante vuol solo far comprendere ai suoi lettori ch'egli mortifica o seppellisce l'ignoranza di cui è figlio l'errore: l'ignoranza “originale„, come io la chiamo più su.
La viltà dunque o difficoltà, e l'ignoranza originali. Ma queste chiudono in sè, virtualmente, tutti i peccati, poichè da esse gli uomini a tutti i peccati sono disposti e condotti. Onde, come Acheronte, spicciato dalla fessura, cioè dalla “colpa umana„, continuando il suo corso, diventa Stige e Flegetonte e Cocito; così tutto l'inferno è, in potenza, nel vestibolo e nel limbo, e tutto il cammino, di Dante fuor della selva, è virtualmente nella selva stessa, e tutto il tempo passato da Dante dopo quella notte, è, virtualmente, in quella notte medesima. Il che significa il poeta con sue potenti abbreviazioni, fatte apposta per mettere fuori di via l'interprete. In vero la selva è “aspra e forte„.[421] “Aspra e forte„[422] è la via tutta dall'inferno al purgatorio. Una notte è il tempo passato nella selva: dalla profonda notte sono usciti, Virgilio e Dante, quando sono sulla spiaggia del purgatorio,[423] e per la profonda notte[424] Dante afferma di essere stato condotto da Virgilio.
E quella notte nella selva fu con “pièta„[425] e la guerra che Dante presentiva d'avere a sostenere nell'altro viaggio, era “sì del cammino e sì della pietate„.[426] Da ciò l'importanza grande che hanno le disperate strida di quelli del vestibolo e la pietà che Dante prova nel limbo. Virgilio si dipinge di pietà per l'angoscia, Dante è preso da gran duolo al cuore.[427] In quelle strida disperate e in questo gran duolo è involta tutta la disperazione e tutto il dolore della perdizione del genere umano causata dalla “umana colpa„. Chè ella procacciò agli uomini tale una infermità, cui nemmeno la redenzione in molti, o nei più, toglie, e tale un'ignoranza, per la quale nemmeno la innocenza dei parvoli e la sapienza e virtù degli spiriti magni può meritare salute: una difficoltà e un'ignoranza che prima e dopo la Redenzione furono causa di ogni reità e di ogni cecità, ma che, prima di quella, pareggiavano ogni cecità e ogni reità; sì che l'ultimo dei rei di malizia, con l'intelletto nero, con la volontà rossa, con l'appetito bianco e giallo, inordinato, insomma, in tutte le potenze dell'anima, non era più reo d'uno spirito magno e d'un parvolo innocente.
La porta dell'inferno era chiusa su tutti, e i piovuti del cielo dominavano oltre Acheronte e nel vestibolo medesimo. Ma il Redentore scrollò col suo ultimo anelito tutto l'inferno e, morto al peccato cioè alla carne, sconquassò la porta, e passò l'Acheronte. D'allora in poi tutti i viventi, che vogliano morire alla morte, possono far quello ch'esso fece: entrar da quella porta e passar l'Acheronte. Ma poichè quell'entrare e quel passare significano morire alla difficoltà o viltà e all'ignoranza originali, e in esse sono incluse tutte le deformità conseguenti al primo peccato, così ogni vivente (s'induce dall'esempio di Dante) può, volendo, prender via per le altre rovine, che sono effetto, come la rottura della porta, della Redenzione medesima, e passar gli altri fiumi che sono la continuazione dell'Acheronte, che sono l'Acheronte con altri nomi. Onde solo dei passatori dell'inferno Caron non lo tragitterà, perchè egli è il barcaiuolo, per così dire, del peccato originale, ossia della seconda morte in genere; e non può egli tragittare chi a questa seconda morte muore, invece di morirne. Gli altri sì, lo tragitteranno, perchè egli il fiume l'ha già passato virtualmente, e non valgono, quindi, contrasti più e dinieghi, quando si sappia ch'egli non lo passò morendo della seconda morte, come l'avrebbe passato se l'avesse tragittato Caron, ma morendo alla seconda morte, come lo passò il Cristo, cioè rinascendo e vivendo.
Dante dunque passerà i tre fiumi, trasportato dai loro passatori, i quali non si possono diniegare a un morto alla seconda morte. Ora questa seconda morte si assomma nella difficoltà e ignoranza originali; ma questa difficoltà e ignoranza si specificano in concupiscenza, infermità, malizia, ignoranza (in senso speciale e derivato). Passando i fiumi che rappresentano queste vulnera naturae, Dante muore a esse, come passando l'Acheronte muore alla vulneratio primitiva. Ora là egli muore alla vulneratio originale, per dir così e sebbene paia risibile detto, in due tempi. La sua viltà o infermità o difficoltà muore nel vestibolo, sull'entrare dalla porta disserrata; egli riacquista la discrezione o prudenza, ossia muore alla ignoranza, passando l'Acheronte. Succede così anche nel rimanente del suo viaggio?
VI.
L'incontinenza è, nell'inferno, tra la prima rovina e lo Stige, sino alle mura della città che ha nome Dite. La rovina è, forse, l'entrare stesso; è l'entrare stesso, per chi creda alla virtù dello stile Dantesco, di compiere a poco a poco il suo concetto.
Ma, a ogni modo, Minos, parlando di ampiezza d'entrare, segna un nuovo principio dell'inferno, che pur comincia con la porta disserrata. In vero qui comincia l'inferno del peccato attuale; e questo inferno comincia con l'incontinenza, la quale si estende sino a Dite. E l'incontinenza è di due specie; di concupiscibile, o concupiscenza; d'irascibile, o infermità. L'una è connessa con l'altra come causa ad effetto. La lonza è leggera e presta molto, come leggeri sono al vento e trascinati in rapido volo di stornelli e di gru e di colombe i peccatori carnali; ma contro lei vale il farmaco stesso che doveva valere, contro la loro infermità, ai fitti nel fango. E la femmina è, sì, inferma di tutto il corpo; ma diventa via via dolce sirena. Il fiume Stige è, nel gettarsi dal cerchio degli avari, cerchio che è d'incontinenza di concupiscibile, è sì fervido e corrente (bolle e riversa),[428] ma si fa perso e buio e fangoso. Ed è tristo, come tristi sono quelli che nella sua belletta son fitti.[429]
Or come nel proprio ingresso dell'inferno, nel vestibolo, Dante, a conforto di Virgilio, mortifica la viltà,[430] qui nel cerchio che è primo del peccato attuale e primo dell'incontinenza, cade “come corpo morto„.[431] Ma di pietà, vien meno; di quel sentimento cioè che non prova se non al cominciare, e smette poi e non deve provare nel vestibolo; sì nel limbo, e in alto grado, poichè esso è un gran duolo che gli prende al cuore. E questo sentimento è vivo anche nel cerchio della gola; pur meno che nel precedente, chè non se ne muore già! E tuttavia le parole prime di Dante a Ciacco non son senza compassione, e le altre sono pur pietose:[432]
Ciacco il tuo affanno
mi pesa sì che a lagrimar m'invita.