l'ombra di colui
che fece per viltate il gran rifiuto.
Chi sia, Dante non dice; ma chiaramente ci dice ch'egli rifiutò di far cosa che poteva fare senza alcun suo pericolo, senza alcun suo danno, e con sommo suo onore e vantaggio. Quindi è da lasciar da parte, anche per questa ragione, il santo eremita Pietro da Morrone. La viltà, la ignavia, la sciaurataggine delle ombre del vestibolo è un'infirmitas totale; come totale è la ignoranza dei sospesi nel limbo. E questi e quelli sono tra loro riposti a tal norma: che i primi ebbero quella totale infirmitas, non ostante che non avessero punto d'ignorantia; i secondi questa totalmente, sebbene quella niente affatto. Insomma gli ignavi e i sospesi rappresentano gli effetti puri e semplici del peccato originale, in sè e per sè, senza adiezione del peccato attuale, di cui esso è pur fomite. E questi due effetti Dante trovò in S. Agostino o lesse riportati nella Somma, in quell'articolo in cui erano le quattro piaghe di Beda[417]. Sono l'ignoranza e la difficoltà, da cui nasce l'errore e il tormento (cruciatus). Nel che si può vedere il perchè dei mosconi e delle vespe. Or nè l'una nè l'altra possono addursi a scusa dei peccati che ne derivano, poichè[418] “Dio ci diede facoltà (opposto a difficultas) nei laboriosi uffizi, e la via della fede nella cecità dell'oblìo„.
Or Dante pose nel vestibolo quelli che non usarono la facoltà, non dico di bene operare, ma di operare, vinti dalla difficoltà conseguente al peccato originale, e nel limbo quelli che non seguirono la via della fede, acciecati dall'ignoranza pur conseguente al peccato originale.
V.
L'Acheronte è, dunque, la morte direttamente derivata dal peccato originale; e questa morte, quando si consideri il peccato in sè, senza mistura del peccato attuale, si riduce a “difficoltà„ e a “ignoranza„ totali e, diremo, originali. L'uomo vivo che entra dalla porta, e dal vestibolo, passando l'Acheronte, scende nel limbo, muore a questa morte; mortifica sì la “difficoltà„ e sì la “ignoranza„ originali. In vero Virgilio, sull'entrare dice:[419]
Qui si convien lasciare ogni sospetto:
ogni viltà convien che qui sia morta.
La “viltà„ che rivolve co' sospetti che desta, da imprese orrevoli, come falso vedere bestia ombrosa, è la traduzione della difficultas di S. Agostino. Guardando e passando, Dante continua in quest'opera di mortificazione. Nel limbo continuerà a mortificare ciò a cui è morto nel passo, o forse a seppellire ciò che nel passo ha mortificato. E questo è l'ignoranza: quella che nasconde la via della fede, secondo il detto su riportato. E sì. Egli si rivolge al maestro:[420]
Dimmi, maestro mio, dimmi, signore,
comincia'io, per voler esser certo
di quella fede che vince ogni errore,
uscicci mai alcuno...?