Il 2 giugno del 1885, a ricordo del fatto, venne murata sulla facciata del Grande Albergo Reale di Bologna, ora Hôtel Brun, la seguente iscrizione:
NELL'ANNO MDCCCXLVIII
GIUSEPPE GARIBALDI
DIMORÒ IL X E l'XI NOVEMBRE IN QUESTO PUBBLICO ALBERGO
SEMPRE CON L'ANIMO E CON L'OPERE
EROICAMENTE INTESE
ALLA REDENZIONE DELLA PATRIA
LA SOCIETÀ DEI SUPERSTITI DELLE GUERRE PER L'UNITÀ D'ITALIA
A RICORDANZA IN PERPETUO
P. A. MDCCCLXXXV.
APPENDICI
APPENDICE I.
Di un immaginario soggiorno di Garibaldi in Toscana nel 1833 o 1834.
Racconta Niccolò Tommaseo «come un bel giorno passasse da Firenze un giovane nizzardo, che andava in America, e si presentasse a Giovampietro Vieusseux». E aggiunge: «Circa trent'anni dopo, un signore fiorentino, frugando ne' suoi fogli, trova una lettera d'esso Vieusseux, la quale dice: Ho dato a un profugo anche per conto vostro. Il nome suo è Garibaldi»[1].
[1] TOMMASEO N., Di Giampietro Vieusseux e dell'andamento della civiltà italiana in un quarto di secolo, memorie, p. 118.
Il signore fiorentino era il marchese Gino Capponi. Ecco il testo della lettera; «Cher ami! Que voulez-vous que je donne pour vous a M. Garibaldi, que la Police oblige à partir demain sans faute, et qui repassera chez moi à 4 h. pour avoir quelque secours? Je ferai ce que je pourrai mais je ne pourrai pas faire grand chose. Ce Garibaldi est un superbe homme et des manières distinguées. Il a laissé une femme et quatre enfans». Il marchese Gino gli rispose: «Date venti lire al signor Garibaldi». Queste due lettere non hanno data, ma Alessandro Carraresi, che le ha messe di recente alla stampa, di sua testa le colloca tra il gennaio e il febbraio del 1833 [1]. Tanto lui, quanto il Tommaseo ritengono poi per sicuro che riguardino Giuseppe Garibaldi, e pigliano un abbaglio de' piú grossi, giacché non si tratta del condottiero famoso, ma di un oscuro profugo, che portava il suo stesso cognome; comune, del resto, nella Liguria.
[1] Lettere di GINO CAPPONI, e di altri a lui; I, 349.
Quando il Mazzini stava organizzando la spedizione di Savoia, Giuseppe Garibaldi, allora capitano marittimo mercantile, fu arrolato «come marinaio di terza classe di leva» nella regia armata sarda. Si rileva da' documenti che fu «iscritto alla matricola della direzione di Nizza il 27 febbraio 1832 al n. 289»; che entrò al servizio, in Genova, il 26 dicembre del 1833; e che il 3 di febbraio del 1834 venne imbarcato sulla regia fregata Des Geneys, dalla quale disertò il giorno dopo. Con sentenza del Consiglio di guerra divisionario sedente in Genova, de' 14 giugno dello stesso anno, fu condannato, insieme con Vittore Mascarelli e con Giambattista Caorsi, «alla pena di morte ignominiosa», e venne dichiarato esposto «alla pubblica vendetta come nemico della patria e dello Stato» e incorso «in tutte le pene e pregiudizi imposti dalle regie leggi contro i banditi di primo catalogo». La sentenza li dice tutti e tre «autori di una cospirazione ordita in Genova, nei mesi di gennaio e febbraio, tendente a far insorgere le regie truppe ed a sconvolgere l'attuale Governo»; incolpa il Caorsi «di avere fatto provvista d'armi, state poi ritrovate cariche, e di munizioni da guerra»; il Garibaldi e il Mascarelli «di aver tentato, con lusinghe e somme di denaro, effettivamente sborsate, d'indurre a farne pur parte alcuni bassi uffiziali del corpo reale d'artiglieria».