«Mento: tondo.
«Viso: ovale.
«Colorito: naturale.
«Nome di guerra: Cleombroto».
Son connotati che non differiscono da quelli che si leggono a p. 392 del vol. I della Matricola del 1832, tranne che nel viso, che, invece d'ovale, è tondo[1].
[1] DEL CERRO E., Misteri di Polizia; storia italiana degli ultimi tempi, ricavata dalle carte d'un Archivio segreto di Stato, pag. 164 e segg.
De' tre fratelli di Garibaldi ve n'era uno infatti di nome Felice. Il Guerzoni ne fa questo schizzo: «Lasciò dietro a sé la nomina di elegante zerbino, gran cacciatore di donne; esercitò con qualche fortuna il commercio, fu agente per molti anni della casa Avigdor a Bari, e cessò di vivere, non ancora vecchio, il 1856»[1]. Venne, di fatto, arrestato a Pietrasanta, per ordine del Vicario Regio, nel febbraio del '34; e insieme con lui fu pure arrestato l'israelita Cohen, suo compagno di viaggio e di commercio: ma il Governo Toscano si guardò bene di consegnarli al Governatore di Genova. Dopo pochi giorni di mite prigionia, entrambi vennero condotti a Livorno e di là imbarcati per la Corsica.
[1] GUERZONI G., Garibaldi, I, 10.
Della sua fuga da Genova, Garibaldi tocca di volo nelle proprie Memorie. «Il 5 febbraio 1834» (son sue parole) «io sortivo da porta della Lanterna, alle 7 pomeridiane, travestito da contadino e proscritto. Qui comincia la mia vita pubblica: pochi giorni dopo leggevo, per la prima volta, il mio nome su d'un giornale. Era una condanna di morte al mio indirizzo, rapportata dal Popolo Sovrano di Marsiglia. Stetti inoperoso, a Marsiglia, pochi mesi». Il Guerzoni, che fu segretario del Generale a Caprera, mentre confessa che «non era facile» indurlo «a raccontare le sue avventure», afferma che «su questa tornava egli medesimo spesse volte e volontariamente». Ciò che dunque ne scrive l'ha udito dalla sua propria bocca. Garibaldi, fallito il tentativo della rivolta, si rifugiò nella bottega d'una fruttivendola, e, cambiata nei panni d'un contadino la sua camicia di marinaro, uscí da porta Lanterna, e lasciata la via maestra, traversando campi e giardini, saltando muri e siepi, si diresse a Sestri di ponente; dopo dieci giorni giunse a Nizza, e di là, di notte tempo, prese la via dell'esilio e, varcato il Varo, toccò finalmente il suolo francese.
È dunque provato che il giovane marinaio non mise il piede in Toscana, né fu quel Garibaldi che a Firenze si presentò al Vieusseux ed ebbe aiuti di danaro da lui e dal Capponi. Di piú; il Vieusseux racconta che il profugo Garibaldi, da lui preso a proteggere, aveva moglie e quattro figli. Il nostro Giuseppe invece era scapolo e, soltanto piú anni dopo, sposò in America Anita Riberas, che poi lo fece padre di Menotti, di Teresita e di Ricciotti.