[1] Documenti del Processo di lesa maestà istruito nel Tribunale di Prima Istanza di Firenze negli anni 1849-1850, Firenze, Tip. del Carcere alle Murate, 1850, p. 372 e segg.

Il giorno dopo, il Corriere Livornese dava i seguenti ragguagli: «Garibaldi è rimasto fra noi, perché il cuore e la mente di Garibaldi hanno compreso il popolo toscano e il valore dell'inaugurata Costituente italiana. Garibaldi non è rimasto insensibile alle dimostrazioni de' livornesi. Egli è rimasto, sperando cosí di essere piú utile alla Sicilia in particolare ed alla causa italiana. Noi desideriamo che egli venga preposto immediatamente al comando supremo delle nostre truppe, per ricondurle alla disciplina e all'amore della patria, che sempre dovrebbero sentire».

Con ingenua schiettezza Garibaldi confessa nelle sue Memorie d'aver commesso uno sbaglio nello scendere a terra e restare in Toscana. «Io piegai, forse indebitamente», (son parole di lui) «alle sollecitazioni di quella popolazione, la quale frenetica pensò che noi ci allontanavamo torse troppo dal campo di azione principale. Mi si promise che in Toscana si formerebbe una forte colonna, e che, accresciuta di volontari cammin facendo, si poteva per terra marciare sullo Stato Napoletano, e coadiuvare cosí piú efficacemente alla causa italiana e alla Sicilia. Mi conformai a tali proposte, ma mi avvidi ben presto dello sbaglio. Si telegrafò a Firenze, e le risposte circa i progetti menzionati erano evasive. Non si contrariava apertamente il voto emesso dal popolo livornese, perché se ne avea timore, ma da chi capiva qualche cosa si poteva dedurne il dispiacere del Governo. Comunque fosse, era la fermata decisa, e partito il vapore[1]».

[1] GARIBALDI, Op. cit. p. 208.

Garibaldi, risoluto che ebbe di fermarsi, andò a stare in casa di Carlo Notary, dove già aveva preso stanza la moglie Anita; «ed era giusto», soggiunge il Corriere Livornese, «che Carlo Notary, da tanti anni propugnatore delle nostre libertà, che negli ultimi avvenimenti dette le piú chiare prove della sua devozione sincera al bene della nostra città, ospitasse Garibaldi, uno dei piú puri e valenti italiani.»

III.

Anche il giorno 26 ricominciò la solita storia dei telegrammi. Ecco quello che fece l'Isolani al Montanelli: «Garibaldi ha differito per ora la sua partenza per la Sicilia, attendendo istruzioni dal Governo. Ieri sera sono scesi a terra gli uomini della sua legione e hanno preso alloggiamento in città. Ho dato ordine perché sia provveduto alla loro sussistenza»[1]. Il Montanelli fece orecchi da mercante; ma, tempestato dal Notary, perdette la pazienza, e replicò: «Ho già risposto a Garibaldi. Lasciateci un poco in pace. Lavoriamo il programma[2], che quantunque breve, richiede discrezione e meditazione». Poi, pentitosi d'aver parlato cosí, sedici minuti dopo indorava la pillola con questo nuovo telegramma: «A noi piace molto il prode italiano, e hai fatto bene a trattenerlo. Ma ancora non sono venuti i decreti[3], per causa di quelle solite formalità, e non possiamo prendere alcuna determinazione.»

[1] Il Corriere Livornese cosí racconta lo sbarco de' garibaldini: «I militi di Garibaldi (circa settanta) sbarcavano circa le undici pomeridiane, ed erano provveduti immediatamente di alloggio e di quanto loro bisognava».

[2] Il programma politico del nuovo Ministero, che fu letto alle Camere il 28 d'ottobre.

[3] I decreti di nomina de' nuovi Ministri vennero sottoscritti dal Granduca il 27 d'ottobre e pubblicati lo stesso giorno nella Gazzetta di Firenze, n. 267.