Per due giorni fu lasciato in pace; ma il 30 siamo alle solite, e chi torna a insistere è il Notary. Questa volta fa capo al Guerrazzi, a cui telegrafa: «Ieri sera (29), con la scusa degli Elbani[1], spiacevoli fatti; sortita della truppa a fraternizzare; qualche cristallo rotto. Questo è tutto il danno reale, ma il danno morale è maggiore. Io ero al teatro con Garibaldi; non potei reprimere. Grandi ovazioni a Garibaldi. Subito che si può, vi prego pensare per lui. Dite se lo volete costà.»
[1] Il giorno 27 era arrivato da Portoferraio il vapore Il Giglio con una deputazione di centoventi elbani, venuti a fraternizzare co' livornesi.
Di lí a poco ecco che capita a Garibaldi una staffetta da Genova, che gli reca queste notizie: «Pepe uscí di Venezia, batté gli Austriaci, riprese Mestre, 400 prigionieri e 4 cannoni. Per tutta Venezia si suona a stormo. I nostri sulle vie di Treviso. La Valtellina e tutta la Lombardia insorta». Che il Pepe avesse fatto una sortita da Venezia, e con lieta fortuna, era vero; il resto, in grandissima parte, fandonie. Ma in quei giorni chi piú le sballava grosse, piú trovava fede. Infatti, per darne qualche esempio, Piero Gironi scriveva da Lugano il 29 ottobre al Notary: «Insurrezione in Valtellina bene sviluppata. Vi sono molte colonne che marciano su Bergamo. Queste notizie sono ufficiali. Questa sera entriamo in Italia con D'Apice, che si metterà alla testa dell'insurrezione. Se di costà ci aiutate con un diversivo sopra Modena, noi potremo essere a Milano sabato o domenica»; e il giornale La Concordia di Torino stampava: «Garibaldi è partito precipitosamente da Livorno per accorrere alla testa degli insorti. Egli saprà certamente ripetere le lezioni di Luino! Il solo suo nome basta a mettere la confusione fra i cagnotti di Haynau; che farà poi la sua presenza, ora che è sostenuto anche dagli abitanti?».
Garibaldi non si mosse. Per un istante, peraltro, vagheggiò il pensiero di valicare l'Apennino. Si ritrae da un telegramma del La Cecilia al Montanelli, fatto lo stesso di 30, che dice: «Garibaldi parte domani per Lombardia. Occorrono domani vesti e armi per il primo corpo di volontari che parte per Lombardia». Il Notary, alla sua volta, ne avvisava il Guerrazzi: «Garibaldi vuol partire col primo treno per la via di Parma. Istruzioni subito. In Genova sono a sua disposizione denari e uomini, che lo raggiungeranno per terra». Silenzio assoluto da parte del Montanelli e del Guerrazzi per tutta la giornata: in quella seguente, non al La Cecilia, ma all'Isolani, il Montanelli telegrafava: «Farai sapere che domani» (primo di novembre) «nel Consiglio ci occuperemo dei provvedimenti richiesti per cooperare alla guerra d'indipendenza. Dio voglia che le notizie della Lombardia siano vere». L'Isolani, non sapendo come uscirne, ricorse al Guerrazzi. «Gli uomini di Garibaldi», son sue parole, «chiedono di essere armati ed equipaggiati a spese dello Stato, per marciare in Lombardia. Qual'è la volontà del Governo?» La risposta venne lo stesso giorno; e fu mandata a voce, col mezzo di Silvio Giannini; ma non riuscí gradita, come si ricava da questo arrogante dispaccio del Notary al Guerrazzi: «Male, malissimo è il mandare ambasciate per mezzo di terzo. Giannini dice che D'Ayala non vuole Garibaldi, perché ha già sei generali: ma buoni a che? Garibaldi poteva essere in Palermo. Il vóto pubblico lo volle e lo vorrebbe qui; voi non volete: poco importa. Vedrete le conseguenze. Capita occasione per mandarlo via, senza strepito, con poche armi, poche cose; se ne sorte; e si negano.—Comincia a brontolarsi.—Pensiamo bene, e non parliamo a tutti.»
Venne deciso che in quello stesso giorno Garibaldi sarebbe andato a Firenze per trattare a voce col Ministero; ma sul piú bello capita a Livorno il Castellani, incaricato d'affari di Venezia. E Garibaldi, muta a un tratto proposito, e comincia a vagheggiare il pensiero d'offrire la sua spada alla Regina dell'Adriatico. Il Notary, piú che mai indispettito, ne avvisa il Guerrazzi. «L'arrivo qui del Castellani», telegrafa, «sospende la gita costí di Garibaldi. Questa sera, vedrete che ci sarà scamottato. Saremo, o no, criticati»? Il giorno appresso, primo di novembre, il Guerrazzi risponde: «Si concedono le cose che domanda il generale Garibaldi». Questo dispaccio s'incrocia con quello del Petracchi, capo popolo livornese che annunzia: «Il Garibaldi parte domani per Firenze insieme alla sua colonna di ottanta individui circa ». Perduta ogni speranza di esser preso al servizio della Toscana, s'era finalmente deciso d'andare a Venezia, con piacere grandissimo del Ministero democratico, che visto che partiva davvero, cominciò a fargli ponti d'oro. Infatti il Presidente del Consiglio gli mandava a dire: «Non vi saranno difficoltà a concedere ciò che si richiede. Vorremmo sapere l'itinerario. Potrebbe la colonna dividersi nel viaggio, per poi riunirsi sulla frontiera. Rispondete». Garibaldi replicava subito: «La legione è di 85 uomini. Fino a Firenze verranno riuniti. Costi farò ciò che crederete per la via di Bologna. Grazie per le concessioni». A Mariano D'Ayala, Ministro della guerra, taceva le sue domande con questo foglio, tutto di sua mano:
Autorizzazione di arruolare individui per la colonna Garibaldi.
300 capoti.
300 paia di scarpe.
250 fucili con baionetta e corredi.
20 spade o squadroni per ufficiali con cinturoni.