Buby, per esempio, sentiva benissimo, come cane, di aver per padrone un generale. Buby era un magnifico danese, grosso e buono come un vitello. Chiassone quanto gli permetteva la sua corporatura pesante, viveva in buoni rapporti di amicizia con tutti i cani del vicinato, senza badare se fossero cani subalterni e magari cani borghesi. Al più si poteva dire che era un po' viziato perchè, nella sua qualità di cane di un comandante, c'era chi lo corteggiava; per cui alle volte si abbandonava a qualche sconvenienza, si capisce di che genere, dove non avrebbe dovuto.
Ma, per quanto sbarazzino, appena vedeva pronta per uscire l'automobile di Sua Eccellenza, si ricomponeva tutto con molta gravità. Si trattava di accompagnare il generale al fronte, in qualche osservatorio, in giro d'ispezione: Buby sentiva l'importanza della cosa. E ad una prima chiamata saliva in vettura, e si sedeva sulle zampe di dietro, serio, immobile, senza guardar più in faccia nessuno. L'ufficiale di ordinanza che gli sedeva accanto non era più dignitoso di lui. Anche Buby partecipava alle responsabilità dell'alto Comando.
Rammento una sera che Sua Eccellenza tornò al Comando tardi, stanco, con gli occhi dolenti. Era avvenuto, quel giorno, uno dei primi combattimenti sanguinosi del nostro corpo d'armata. Era stato interrotto da un temporale d'inferno e i risultati ottenuti non parevano adeguati al sangue sparso. Forse quel giorno, per la prima volta in vita sua, anche il generale aveva visto dei morti, molti morti, che erano caduti per un ordine che lui aveva dato. Quel generale era un vecchio elegante, dalle mani grassoccie e bianche come quelle di un cardinale.
Quella sera, appena rientrato, chiese dei suoi ufficiali. Chi c'era si presentò: il generale li guardò ad uno ad uno, come se temesse di non rivederli tutti dopo quel giorno di battaglia. Si aspettavano che dicesse qualcosa; si indovinava che era commosso, che avrebbe voluto aprirsi con qualcheduno. Ma tacque, e licenziati gli ufficiali, riuscì in giardino a passeggiare solo coi suoi pensieri. E allora chiamò Buby.
—Buby, Buby, qua....
E Buby, che era rimasto in disparte, silenzioso, corse al padrone e si mise al passo con lui, serio, su e giù per il giardino vuoto, mentre il cannone rombava ancora nel buio. Capii come un cane possa ricevere dopo la battaglia le confidenze che un generale non può fare a nessuno, in silenzio, confidenze che dette ad alta voce sarebbero debolezze.
Così ci confidiamo con voi, ragazzi, noi babbi, che certi giorni—i giorni neri di tutte le vite—vi chiamiamo per non dirvi nulla, ma vi guardiamo negli occhi in un certo modo che anche voi ve ne accorgete. E diventate seri, perchè avete capito che vi si è detto qualche cosa di segreto e di doloroso che non si oserebbe dire ad alta voce nemmeno a noi stessi.