Fin che, un giorno, il tenente e Cecco Beppe si trovarono in trincea. Anche i bersaglieri-ciclisti facevano servizio di fanteria. Cecco Beppe, che era una bestia poco affettuosa ma che al suo nuovo padrone si era adattato abbastanza bene, e con lui si mostrava calmo e quasi ubbidiente, arrivato in trincea, fu preso da una smania nuova. Forse aveva sentito l'odore dei Croati dalle trincee antistanti e meditava una diserzione vera e propria. Così fu che, riuscito a sciogliersi un momento dalla catenina che gli stringeva la pancia, dette un balzo sul parapetto. Il tenente gli fu dietro ma non riuscì ad afferrargli la coda. I tiratori nemici si erano già avvisti di un movimento in quel punto della nostra trincea e qualche schioppettata cominciò a frullare tra gli arbusti e i reticolati. Ma il tenente rivoleva ad ogni costo la sua scimmia; si issò sul parapetto per riprenderla. Aveva appena messo fuori la testa che una pallottola lo rovesciò morto nella trincea.
[Confidenze canine.]
Migliori portafortuna sono i cani che si sono portati in guerra da casa. Non che possano l'impossibile: garantire dal pericolo, salvare dalla disgrazia. Ma non è una fortuna avere, in guerra, dove nessuno può accompagnarci, il compagno più devoto e familiare della pace? E se la disgrazia deve succedere, sperare che il testimone fedele ritorni, come una parte ancora viva di noi, ai cuori da cui partimmo.
Si sa che per l'ufficiale di carriera, specie per quello delle armi a cavallo, il cane è un attributo indispensabile. Per chi non capisce gli animali sarà soltanto un piccolo lusso di più, ma per chi sa quanto codesto animale ha di umano, il cane è il confidente migliore nella vita militare, dove tante volte, nella gran compagnia, ci si sente anche soli! Perchè superiori e compagni possono essere abbastanza diversi da noi. Sono quelli che il caso ci ha dati; e poi, quando anche somigliano agli amici che ci saremmo scelti, mutano troppo presto: specialmente in guerra, dove, appena stretta un'amicizia, se non è il nemico che ce la porta via, è un ordine che la trasloca. Ma il cane resta, compagno d'armi costante e discreto.
Per il cane, che da secoli e secoli accompagna in guerra il padrone e il suo cavallo, la guerra è sempre una festa: anche la guerra d'oggi che, bisogna convenirlo, ha i suoi giorni di tedio cupo. Il cane ha un «morale» di altezza costante; rimane ilare e festoso. Come ruzza volentieri fra i cavalli, così si mantiene chiassone fra gli autocarri e le trattrici che ingombrano schiaccianti le strade della guerra odierna.
Fu così, per ruzzare tra gli autocarri, che la povera Rati—una canina bianca col musetto rosa e le zampe grosse di cucciola—ne ha avuta schiacciata una. E i suoi amici non si vergognarono di affliggersi anche per quella mutilazione canina mentre pur tanti feriti umani passavano nelle ambulanze.
E poi, si sa, nell'esercito, i cani degli ufficiali superiori godono, per riflesso, della deferenza a cui hanno diritto i galloni del padrone. Specialmente se sanno farsi ben volere. Non si creda però che il cane di un colonnello tenga a distanza il suo simile perchè non è che il canino di un sottotenente. Cani di superiori e canini di subalterni scherzano insieme con simpatica confidenza. Fra i Tedeschi e gli Austriaci no: fra loro chi ha più stellette non parla con chi ne ha meno se non per dargli degli ordini. Ma fra noi Italiani, e anche tra i Francesi e gli Inglesi, in guerra gli ufficiali di tutti i gradi si parlano come uomini e si vogliono bene alla pari anche fra gradi diversi.
Il che non impedisce che, in servizio, ognuno ritorni al suo posto e chi deve ubbidire si metta sull'attenti e chi deve comandare comandi.