Gli altri approvarono e qualcuno aggiunse ridendo:
—E poi non si dirà più che Cecco Beppe non va al fronte.
Scherzi di soldati e di ufficiali che, specialmente in guerra, si divertono con poco. Ma nello scherzo c'era anche un fondo serio.
Per quanto ci ridano, i soldati in guerra sanno che il pericolo di morire c'è da per tutto, anche dove non pare. Naturalmente lo affrontano più volentieri dove meno si nasconde; dove ce n'è di più, c'è più soddisfazione. Tanto —dicono—è destino: se il destino ha fissato che uno muoia, muore anche a star riparato; se no, può anche entrare nella bocca di un mortaio austriaco carico, che non gli succede niente.
Questo si dice ed è bene dirlo; ma, dentro, ognuno pensa che, se si può sviare un destino cattivo, non è male fare qualche cosa per sviarlo. Dovere del soldato è quello di morire, se è necessario, ma è anche più dovere restar vivo più che sia possibile, per fare invece morire i nemici. E, in barba al destino, si finisce col credere che esistano degli oggetti taumaturgici che valgano a sviare il destino e i proiettili che ci potrebbero essere destinati. C'è chi porta al collo la medaglia di un santo, c'è chi porta in un medaglione una ciocca dei capelli della mamma: l'amore non è l'avversario più potente della morte? Ma c'è chi tiene per buoni portafortuna anche oggetti meno sacri: un anello, un chiodo, uno scarabeo. Sono preferiti come talismani i frammenti di obici e le pallette di shrapnells che ci sieno cascate vicino: pare che la granata scoppiata tenga lontana quella che potrebbe scoppiare. Era naturale che il tenente dei bersaglieri si garantisse da tutti i pericoli dell'imperatore d'Austria portando sempre con sè l'immagine viva dell'imperatore, il bertuccione Cecco Beppe.
E subito parve che il suo dovere di talismano la bestia lo sapesse fare.
I bersaglieri si aggiravano ancora nella villa di cui avevano spalancato le finestre, quando uno stridore rapido e violento lacerò l'aria, e subito si udì un gran tonfo di pentolone che schianta: una granata era scoppiata nel giardino. Un'altra, un minuto dopo, scoppiava davanti l'ingresso: la terza prese un angolo del caseggiato e rovinò una camera. Tiravano esatti gli Austriaci, e una dietro l'altra le loro pillole.
I bersaglieri erano scesi al pianterreno e aspettavano zitti che quel brutto giuoco smettesse. La decima granata cadde proprio sopra la stanza dov'erano riparati: si sentì uno schianto di travicelli, e i calcinacci rovinarono sulle teste dei bersaglieri addossatisi agli angoli. Dal buco aperto del soffitto cascò giù a piombo il proiettile, a pochi passi dal tenente e dalla scimmia. Tenente e soldati videro l'attimo che doveva esser l'ultimo della loro vita. No: la grossa granata, un 152, non scoppiò. Si guardarono meravigliati di esser vivi e alcuni ebbero una voglia matta di ridere. Le altre dieci o dodici granate che scoppiarono ancora, due sulla villa e le altre nel giardino, non fecero loro più nè caldo nè freddo. Ma tutti concepirono un vero rispetto per la bertuccia che in tutto quel fragore era rimasta accoccolata sulle spalle del tenente, movendo appena gli occhietti in qua e in là, incuriosita. E più d'uno chiese all'ufficiale il permesso di toccare la coda al potente animale, che se la lasciò tirare con molta degnazione.
In seguito a questo incidente, l'ufficiale fu proprio convinto di aver fatto un acquisto prezioso nella scimmia del generale austriaco e non se ne volle più separare. Le riconosceva molti difetti—ladra, finta, scorbutica—ma non sarebbe più andato in un servizio un po' rischioso senza quella brutta ma provvidenziale compagna. I colleghi gli facevano notare la faccia ambigua e maligna, la gravità sinistra dell'animale; ma il tenente rispondeva che gli idoli più potenti sono quelli che hanno una grinta più brutta. E restò sempre meglio persuaso che la presenza di Cecco Beppe lo avrebbe preservato dai pericoli a cui, sempre più animosamente, si esponeva.
Da quel momento in poi si può dire che il tenente non passasse giorno senza correre qualche grosso rischio. Dove andava lui pareva che le granate si fossero date convegno: le fucilate pareva che gli corressero dietro. Ma lui ne usciva sempre incolume, e Cecco Beppe confermava sempre più la sua fama di paraguai. Se di guai ne attirava più del bisogno, evidentemente lo faceva soltanto per mostrare la sua potenza nel pararli.